Dark non è la Stranger Things tedesca

 

Un impermeabile giallo, un gruppo di ragazzi che vagano in un bosco buio, gli anni ’80, esperimenti segreti e misteriose scomparse. L’ultima produzione originale Netflix non statunitense sembra seguire l’esempio della retromania di It e Stranger Things, ma in Dark c’è molto di più. Le 10 puntate, ideate da Baran bo Odar e Jantje Friese, arrivano dalla Germania e hanno uno stile genuinamente tedesco, pur riuscendo a collocarlo in un racconto complesso, esoterico e fantascientifico come nessuno degli altri show europei.

Pensiamo alla ricostruzione storica di The Crown, al realismo politico di Suburra e mettiamoli un attimo da parte. L’operazione fatta con Dark ci riporta più alla fascinazione incredula di The OA, perché comunque parla di viaggi nel tempo e richiede tutta l’attenzione di cui siete capaci, anche soltanto per ricordare i nomi dei moltissimi personaggi chiave.

 

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La tranquilla cittadina tedesca di Winden vive all’ombra della sua centrale nucleare. È il 2019 e una serie di ragazzi scomparsi nel nulla getta la popolazione nel panico, come già era accaduto 33 anni prima. Se nell’arco delle prime puntate Dark può sembrare una confortante serie crime di stampo classico, la sua evoluzione narrativa non tarda a schiaffeggiarci con un fitto reticolo di rimandi interni, di parentele e ricordi, perché, come ci comunica nei primi minuti un’anonima voce fuori campo, “ogni cosa è collegata“.

 

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Man mano che vengono a galla i segreti sepolti nel passato dei protagonisti e delle loro famiglie, il filo della storia si frammenta nello spazio e nel tempo, seguendo un binario triplice che collega passato, presente e futuro in un loop inesorabile. La centrale nucleare svetta nel grigiore a ricordare ferite recenti e paure sopite, mentre i personaggi si muovono alla cieca tra rancore, senso di colpa, lutto e smarrimento.

L’oscurità annunciata già dal titolo sembra opprimere Winden con una pioggia incessante, con i colori freddi della nebbia, della terra e delle foglie in decomposizione. C’è del marcio a Winden e c’è chi ne ha fatto il proprio parco giochi. Di nuovo, niente a che vedere con la Hawkins Lab di Stranger Things. Gli esperimenti ci sono, ma chi li porta avanti non è il cattivone banale su cui avevate già scommesso.

 

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Se lo spettro di Chernobyl contribuisce a rimarcare l’anima tedesca di Dark, il suo impianto di rimandi e citazioni ne fanno un perfetto esempio di serialità internazionale odierna. Tra i punti di riferimento, visuali e narrativi, troviamo sicuramente il Twin Peaks di David Lynch, così come Ritorno al Futuro, in una versione però anti-nostalgica dove i protagonisti rivivono un passato doloroso e colpevole, fatto di brutti vestiti, di disagio, di provincia desolata e spleen. Non c’è gioia nel citazionismo di Dark, non ci sono riferimenti pop se non in qualche canzone passata alla radio.

C’è invece il concetto di memoria e rievocazione di Stephen King, largamente omaggiato in diversi aspetti della serie. Il più immediato riferimento è quello a It: l’impermeabile giallo, i ragazzi che scompaiono, il Male in agguato, la ciclicità degli eventi, ma proprio nella ripetizione temporale Dark si scosta da Derry per buttarsi nelle terre desolate della saga della Torre Nera, nel suo buco nero spazio-temporale e nella crudele ineluttabilità del suo fato. Non sarà un viaggio facile, ma darà grandi soddisfazioni.

Eva Cabras

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