TV e Cinema

Il cieco che non voleva vedere Titanic

I film sulla malattia sono un terreno spinoso. Polarizzano lo spettatore tra odio e amore quando spingono sul pedale del pietismo.  Ma in caso contrario come fanno a non decadere comunque nella paraculata? Basta domandarlo a Teemu Nikke, regista finlandese polimorfo, suddiviso tra videoclip, tv e cinema. Alle Giornate degli Autori dell’ultima edizione del Festival di Venezia è stato presentato il suo ultimo lungometraggio, Il cieco che non voleva vedere Titanic, un’opera che in qualche modo non dovrebbe passare inosservata, perché rompe qualcosa nel genere dei film sulla malattia. Allarga l’orizzonte in un modo anche spaventoso, scomodante.

Jaakko è un uomo cieco e paralitico dalla cintola in giù a causa della SLA. Vive da solo ma è assistito da una donna che si reca ogni mattina a casa sua. Ha conosciuto online Sirpa, malata terminale, con cui conversa al telefono per parecchie ore al giorno. I due cercano di portare all’altro la vita di prima, di quando tutto andava meglio. Jaakko ha sempre avuto la passione per il cinema, e prima della cecità stava recuperando i capolavori di Carpenter. Non ha mai visto Titanic, a sua detta un’immane spreco di denaro da parte di un grande regista come Cameron. Sirpa al contrario lo ama, e i due trovano modo di discutere con animazione, sospirando in continuazione, non rinunciando mai a un’amara ironia.

Tutta la prima parte del film si sviluppa in casa di Jaakko, e la camera di Teemu Nikke non si scolla mai dal suo volto. Non ci è dato sapere, se non in forma sfumata e fuori fuoco, come sia fatta la realtà a lui circostante. Il campo si allarga soltanto di notte. Nei sogni la vista ritorna, e l’incubo di poter ancora correre si ripete senza pietà, fino al suono della sveglia.

Un frame del film tratto dall’autore

Un giorno Sirpa comunica un esito negativo di un esame appena fatto, e Jaakko non ci pensa due volte. Organizza un viaggio per andare da lei. Taxi, treno, ancora taxi, e nel mezzo alcuni sconosciuti affidabili. Questo il necessario per arrivare sani e salvi ad Hameenlinna. Ecco che il film cambia drasticamente registro. Da dramma tragicomico, verboso e sofisticato diventa un racconto picaresco, in cui un viaggio apparentemente semplicissimo è affrontato da un Frodo cieco in sedia a rotelle, ma senza attorno la sua Compagnia dell’anello. Jaakko viene infatti rapito alla fine del tragitto in treno, portato in un capannone, e minacciato da due uomini, uno spacciatore e un cliente tremendamente indebitato. Vogliono i suoi soldi, e il primo dei due, trovata la carta di credito in borsa si fa dire il pin, minacciando torture in caso di inganno.

Ormai il meccanismo del thriller si è innescato, senza che si sia capito bene come, e il personaggio di Jaakko compie la definitiva rotazione anti-eroica. Rimasto solo col più debole dei rapitori – conosciuto già prima sul treno, e rinominato Mr Scorpions per la sua t-shirt del gruppo metal tedesco – comincia a ingraziarselo, offrendogli da fumare la marijuana che consuma per scopi terapeutici, e riuscendo quasi a farsi accompagnare fuori dal covo. Il ritorno dell’aguzzino rovina tutto. Il pin era errato, e Jaakko si lancia in un ultimo straziante monologo, mostrando il suo totale disinteresse per la morte, chiedendo di essere ucciso al più presto. Viene solo abbandonato, trovato da un estraneo e accompagnato infine dalla sua Sirpa.

Un frame del film tratto dall’autore

 

Il cieco che non voleva vedere Titanic è composto da due interessanti parti, che funzionano però da sole, e quasi prive di relazione l’una nei confronti dell’altra. La prima, borghese e dalla sceneggiatura omnipresente, potrebbe andare avanti un’ora e mezza. La quotidianità dei due personaggi, filtrata dal telefono e da un paio di occhi non vedenti, ha un sapore faticoso e inusuale, e passa dalla scrittura saggia di chi è amato in patria dal pubblico televisivo, senza rinunciare a un grande momento di poesia, una danza in differita intima e pop. Allo stesso modo il viaggio poggia su un’assurdità nello sviluppo delle vicende, condite dall’ormai rassegnata misantropia di Jaakko, che fa quasi paura.

Manca un perché, una chiave che ci permetta di leggere il cambio drastico. Forse questa chiave non c’è, e dunque rimane solo un errore di sceneggiatura, un’incoerenza di fondo che fa mangiare le mani. Perché non solo andava girato un film più lungo di 80 minuti, ma ci voleva una serie, con un personaggio estremamente potente, una scrittura abbondante e qualitativa che raccontasse la metamorfosi di Jaakko, per rendere più plausibile l’implausibile e splendida seconda parte. Rimane però inscalfito il coraggio di Teemu Nikke, che ha solo provato a schivare un po’ troppi paletti, trovando un vicolo cieco. Sono ii rischi di chi tiene da matti alla propria arte, e va bene così.

 

 

 

 

Gabriele Vollaro

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