TV e Cinema

L’occasione mancata di Lightyear

Lightyear di Disney Pixar è un (tipiedo) atto d’amore nei confronti della legacy di Toy Story. Ma non ha gambe autonome che lo reggano.

Visivamente sempre belli i film della Pixar

Lightyear è un’occasione persa. Voglio iniziare così, in maniera un po’ rude ma assolutamente sincera, questo mio pezzo a proposito del film della Pixar dedicato al co-protagonista della saga di Toy Story, ovvero Buzz Lightyear. Se infatti Toy Story 4 si allontanava, anche di molto, dalla “filosofia” del franchise, a impressionare di quel film era la realizzazione tecnica, con soluzioni e trovate veramente impattanti. In Lightyear tutto questo non avviene. Intendiamoci, come al solito Pixar realizza un eccellente lavoro ma, diciamo così, privo di qualsiasi guizzo e dal punto di vista della regia e dal punto di vista della storia. Perché proprio della storia, specialmente quando si tratta di un’opera legata a Toy Story, bisogna parlarne. Ecco, a conti fatti, il messaggio di Lightyear, sicuramente molto nobile e rivolto a un pubblico di età pre-scolare o scolare, è talmente semplice da risultare banale in più riprese.

Per tutto il film, infatti, si ricorda come “chi fa da sé non fa per tre” ma anzi è proprio attraverso l’aiuto degli altri che si possono compiere le imprese più importanti e poi che “casa è laddove si hanno dei legami”: indi per cui il piano di Buzz, ovvero di fuggire dal pianeta alieno dove egli stesso ha condannato a vivere la colonia spaziale, per tornare sulla Terra è un po’ privo di senso, visto che egli si auto-condanna a una sorta di solitudine esistenziale  che non porterà a niente di buono. Tutto questo, come potete comprendere in maniera semplice, è qualcosa di oltremodo nobile ma il messaggio viene così reiterato per tutto il film che, ben presto, perde di ogni potenza. Si rimane così sospesi a seguire le peripezie di Buzz che, anche grazie all’incontro con la nipote della sua ex socia Hawthorne, comprenderà quanto la sua condotta di vita sia sbagliata e deleteria per tutti.

L’umanità in Lightyear non si arrende mai

Quindi cosa rimane di Lightyear se la storia è banale? Beh, di sicuro, tra i punti più alti del film c’è l’introduzione del personaggio di Sox, il gatto-android che è letteralmente il mattatore dell’intera pellicola. Non solo Sox è animato in maniera divina ma anche e soprattutto dona le più sincere risate al pubblico: ogni sua azione è contestualizzata e motivata nell’essere un gatto-robot. Per farvi un esempio se, a un certo punto, dovrà tirare fuori un particolare oggetto, allora Sox dovrà “simulare” i classici rumori di un gatto che rimette una palla di pelo. Queste trovate abbondano in Lightyear e sono tra i momenti più felici assieme alla costruzione/decostruzione dell’imaginario “giocattolesco” di Toy Story: quando a un certo punto di vedrà, infatti, la navicella degli space-ranger che è l’esatta riproduzione della scatola contenente il pupazzo di Buzz ma ovviamente in versione “reale” il tuffo al cuore è cosa buona e giusta, oltre che naturale.

Ma quanto è bello Sox?

Peccato che il film si esaurisca quasi esclusivamente nell’effetto nostalgia: non vi sono trovate proprietarie, al di là del già citato Sox che davvero rimangano nel cuore e nella mente. Il racconto, che nella parte centrale è davvero troppo affrettato, giunge allo scontro finale con un “vecchio nemico” di Buzz, con però una “backstory” del tutto nuova. Un’idea carina, sicuramente, che però per la già citata fretta risulta un po’ sprecata.

E di spreco, proprio a livello generale, si può parlare a proposito di questo film. Lightyear ha poca sostanza e una buona forma, come tutti i film della Pixar che però non riesce a convincere: nonostante un’ottima colonna sonora è una delle operazioni meno convincenti degli ultimi anni della casa di produzione di Luca e Red. Peccato, davvero un peccato per lo space-ranger.

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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