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Il film su Steve Jobs è una grande occasione mancata

 

Era il 2010, tutti avevamo Facebook da almeno un paio d’anni e l’euforia da like e amicizie era ancora al massimo, ma probabilmente non avevamo capito potenza&potenzialità della creatura di Mark Zuckerberg, che allora ci sembrava ancora da relegare a qualcosa in grado di farci passare (o perdere) del tempo e poco più. In quel contesto, arrivò The Social Network, il film di David Fincher e Aaron Sorkin che racconta la storia di ideazione, nascita e sviluppo di Facebook. Un film che, usando le parole dello stesso Sorkin, parlava di gente chiusa in piccole stanze che parlava di codice di programmazione. Sulla carta una pellicola di una noia mortale rivolta a un pubblico di fissati, nella realtà un film appassionante, dalle atmosfere quasi thriller. Senz’altro uno dei film più importanti dal 2000 a oggi.

Cinque anni dopo, la storia sembrava potersi ripetere con Steve Jobs, in sala il 23 ottobre negli Stati Uniti e in uscita in Italia il 21 gennaio. Di nuovo un personaggio iconico che ha cambiato il mondo e di nuovo Aaron Sorkin alla sceneggiatura. Alla regia, invece, Danny Boyle al posto di David Fincher. Qualcosa, però, non ha funzionato.

 

Michael Fassbender in Steve Jobs

 

Il film sul fondatore della Apple, interpretato da un gigantesco Michael Fassbender, è diviso in tre atti distinti, ognuno dei quali racconta i minuti che precedono la presentazione di un prodotto centrale nella carriera di Jobs. Si parte nel 1984 con il primo Mac, che si rivelerà un fallimento commerciale e spingerà lo stesso Jobs a lasciare l’azienda da lui fondata per creare la Next. Proprio il cubo nero di Next è il computer lanciato nel 1988, mentre la presentazione dell’iMac del 1998 segna il ritorno in Apple e l’atto conclusivo del film. Questi tre momenti cruciali vengono usati come tappe per mostrare in che modo si è evoluto il personaggio di Jobs e il suo rapporto con alcune figure chiave della sua vita: dal compagno di sempre Steve Wozniak (Seth Rogen) alla responsabile marketing Joanna Hoffmann che lo segue passo passo (Kate Winslet), passando per l’amministratore delegato con cui si scontra a più riprese (Jeff Daniels) e finendo con la fidanzata del liceo (Katherine Waterston) con cui Jobs ebbe la figlia Lisa.

 

Kate Winslet in Steve Jobs

 

Tutto il film ruota intorno ai rapporti che il guru ha con questi personaggi, trasformandosi così in una sorta di piece teatrale fatta esclusivamente di dialoghi veloci. È il marchio di fabbrica di Sorkin, da sempre bravissimo (in tv e al cinema) a raccontare luoghi di lavoro pieni di persone che parlano in rapidità e senza mai usare una sola parole che non sia brillante. Questa volta, però, qualcosa si inceppa: i botta e risposta funzionano, ma sono pieni di frasi granitiche, da tramandare ai posteri. Il risultato è un effetto di autoparodia involontaria, che finisce per ammazzare i personaggi invece di esaltarne l’intelligenza, come normalmente accade nei lavori di Sorkin.

 

Michael Fassbender e Seth Rogen in Steve Jobs

 

Giusto per fare un esempio, di fronte alla figlia che nel ‘98 va in giro con un walkman gigantesco, Jobs le dice di fidarsi di lui, che presto le metterà mille canzoni in tasca. Esatto: “1000 songs in your pocket”, la frase che sarebbe diventata la definizione vincente del primo iPod. E non è l’unico momento di questo tipo, accompagnato anche da diversi spiegoni didascalici. La scarsa naturalezza negli scambi non viene aiutata dalla regia di Danny Boyle, che decide di concentrarsi soprattutto sulla direzione degli attori, senza mai provare a staccarsi dalla ripresa cinematografica di una rappresentazione teatrale. La struttura della sceneggiatura non aiutava, certo, però era lecito attendersi più coraggio.

 

Jeff Daniels in Steve Jobs

 

Uno dei motivi per cui The Social Network aveva funzionato risiede nel fatto che Fincher non si fosse fatto schiacciare da Sorkin, che la regia non fosse diventata una comprimaria al cospetto della sceneggiatura. È invece esattamente ciò che accade in Steve Jobs, un film che non può certo essere definito brutto, ma che finisce per essere nulla più di una buona pellicola, partorita però da regista, sceneggiatore e attori straordinari. Sarebbe potuto essere un capolavoro, si esce dalla sala con la sensazione di un’occasione mancata.

 

Marco Villa

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