TV e Cinema

Abbiamo visto La tartaruga rossa, il film europeo dello Studio Ghibli

Il 27,28 e 29 marzo il cinema si tinge di poesia animata con La tartaruga rossa, di Michaël Dudok de Wit, regista olandese. Il film è diventato famoso ancor prima di uscire nelle sale perché è prodotto dallo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che ne ha curato la produzione artistica.

La mano del maestro giapponese si vede in alcune sequenze particolarmente oniriche, che ricordano il suo capolavoro, La storia della principessa splendente (2013).  Il logo dello studio, la sagoma del muso di Totoro, appare all’inizio del film su sfondo rosso invece che azzurro, forse per fare il paio col colore della tartaruga del titolo, forse per differenziare la produzione dal film originale, in ogni caso per la promozione dell’opera, quel marchio è stato vitale.

 

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Se vi raccontassimo la trama vi toglieremo tutte le sorprese del film, ma a grandi linee si tratta della storia d’amore di un naufrago su un’isola deserta con una tartaruga rossa che si trasforma in una donna,  del loro figlio e di come farcela senza arrendersi mai, neanche al più terribile dei destini.

Non vi aspettate però il tipico film Ghibli coi personaggi dagli occhi grandi e le creature magiche, questo è un film europeo anche nel tratto, che prende spunto dal fumetto occidentale. Altra particolarità, è un film muto, non ci sono dialoghi. A volte i protagonisti urlano, ma non dicono niente più di “Hey”.

 

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Neanche il naufragio del protagonista del film è spiegato, l’uomo si trova letteralmente immerso nell’acqua fin dall’inizio, tra le onde terrificanti e il temporale inarrestabile, finché sfinito non approda all’isola che fa da sfondo a tutto il film. La sua solitudine e la sua disperazione sono palpabili e ogni immagine potrebbe essere un bellissimo quadro coi colori del verde e del celeste.

 

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Per la prima mezz’ora, il protagonista rimane da solo e lo vediamo alle prese con la nuova vita di naufrago, in compagnia dei granchietti dell’isola, l’unica concessione del film a dei personaggi ironici che potremmo trovare in un anime. Quando l’uomo tenta di lasciare l’isola, la sua zattera viene affondata dall’enorme tartaruga rossa del titolo e lui, disperato, compie un atto estremo. Dal questo sacrificio nasce una donna dai capelli rossi che vivrà con lui, lo amerà e gli darà un figlio, il resto lo scoprirete da soli.

 

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Il regista Michael Dudok de Wit è stato contattato dalla casa di produzione giapponese dopo il toccante cortometraggio Father and Daughter, che ha vinto il premio Oscar nel 2001. Lo Studio Ghibli gli ha proposto un lungometraggio e da quel momento, lui si è recato spesso a Tokyo, per tenere aggiornato lo studio e per ascoltare le storie di Takahata riguardanti il simbolismo e le metafore, che poi ha usato nel film.

La sua è un’animazione a pastello che prende esempio dal fumetto francese in particolare e, cosa ancor più preziosa, nel vasto panorama di film d’animazione fatti al computer, il suo è un gioiello fatto a mano, utilizzando soprattutto la tecnica tradizionale.

 

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Le reazioni al film possono possono essere soltanto due: la magia o la noia, eventualmente declinabili nella terza, la magia della noia. Gli spettatori che entreranno dentro le splendide immagini, le metafore sorprendenti e si tufferanno letteralmente nell’acqua cristallina che costeggia l’isola deserta, usciranno dalla sala col cuore pieno di buoni sentimenti, di speranza e di amore, ma anche di amarezza e di nostalgia, come se avessero assistito al film di una vita intera guardato in età avanzata. Per alcuni però potrebbe non scattare l’empatia, a causa della lentezza del film e allora potrebbero annoiarsi. Non è un film d’intrattenimento che si può guardare dopo un’estenuante giornata di lavoro, il rischio sonnellino è davvero reale.

Siamo però convinti che a una società a mille all’ora come la nostra, iperconnessa e  bisognosa di continui feedback dall’esterno, la storia del naufrago e della sua vita abitudinaria, dolorosa e magica faccia bene, sia agli occhi che all’anima. Una storia d’amore pura  per un’esperienza che ci sentiamo di consigliare anche ai più dubbiosi.

 

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Simone Stefanini

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