Viaggi
di Gabriele Ferraresi 4 Gennaio 2020

Cosio di Arroscia, il borgo dell’entroterra ligure dove nacque il situazionismo

Poche centinaia di abitanti, case abbandonate da decenni, un labirinto antico millenni e con una grande storia: dove l’importante è perdersi

Nei mesi passati con Dailybest vi abbiamo portato spesso in giro per l’Italia nascosta, mostrandovi meraviglie poco note e magari a pochi minuti dalle metropoli. Oggi ricominciamo e andiamo in Liguria, a Cosio di Arroscia, minuscolo borgo medievale appoggiato a circa 700 metri sul livello del mare, nell’entroterra tra Albenga e Imperia, a poche decine di km dal confine di Stato con la Francia.

Ci andiamo proprio adesso per un valido motivo a Cosio, perché giusto sessant’anni fa – il 28 luglio del 1957 – a Cosio di Arroscia nacque l’Internazionale Situazionista, e da lì passarono la mente del movimento Guy Debord, insieme a Michèle BernsteinPinot Gallizio, Asger Jorn, Ralph Rumney, Walter Olmo e Pegeen Guggenheim. 

Prima di tutto, come si arriva a Cosio di Arroscia? Se siete in Piemonte prendete l’autostrada A6 Torino-Savona fino a Ceva, uscite, poi SS28 per un bel pezzetto. Se siete sulla costa ligure da Albenga si può prendere la SP453 e salire per circa 35 km, seguendo le indicazioni per Ortovero.

Se invece siete più dalle parti di Imperia, potete salire lungo la SS28 del Pieve di Teco: anche lì non si scappa, 35 km di strade statali da percorrere con calma, tra paesi fuori dal tempo, vallate verdissime, immersi in un’Italia che potrebbe essere indifferentemente nel 1967 o nel 2017.

Arrivati a Cosio di Arroscia passando da Mendatica, superate di poco il paese e lasciate l’auto in uno spiazzo.

Proseguite a piedi, magari dopo un caffè al Bar di Renata – uno dei pochissimi esercizi commerciali del paese – e perdetevi apposta. Sì, perdetevi apposta perché è la cosa migliore da fare a Cosio, borgo minuto e labirintico, pieno di volte e tunnel, vicoli larghi pochi centimetri, piazzette, e case abbandonate da decenni dove in bella mostra vediamo cartelli “vendesi” affissi da tempo immemore.

© Davide Papalini  © Davide Papalini

Come durante le passeggiate in montagna a Cosio ci si saluta tra estranei e al “Buongiorno“, nel mio caso, segue un “È bella Cosio, ma le case vengon giù” come mi spiega un abitante, avviando un trattore. Ed è vero: ci sono case decrepite, tenute stabili da impalcature, e in queste valli a ogni pioggia torrenziale ci sono frane violente, ne ho incontrate diverse lungo la strada.

Quanti abitanti fa Cosio? Siamo in 180 qui, ma la metà sono anziani”: il quadro demografico del luogo lo fa per me il medico del paese, la stessa persona a cui avevo chiesto indicazioni per strada a Mendatica.

È un signore gentile, sulla cinquantina, capelli bianchi lunghi raccolti in una coda, pizzetto lungo e ben disegnato, niente camice ma un piumino gonfio, lo trovo che fuma fuori dal suo ambulatorio.

© Davide Papalini  © Davide Papalini

“Cosa vuole, qui sono rimasti in pochi – continua – qui non c’è niente, neanche l’autobus, devi avere la macchina per muoverti. Alla fine chi sta qui è perché qui ci vuole stare” mi dice: e la seconda cosa che mi chiede è se sono passato in Comune a prendere il libro su Cosio di Arroscia. Io sono un po’ fra le nuvole, mentre lui comincia la frase la concludo mentalmente: “È passato in Comune a chiedere se le danno una casa? Sa, qui le regaliamo”. Purtroppo non va così.

È un bel libro sa, pieno di storia, se le interessa la storia”. Mi saluta quando arriva un paziente, un ragazzo coperto come fosse pronto a una spedizione artica “Sembri Amundsen”, lo accoglie lui.

In giro per gli strettissimi vicoli, in alcuni casi larghi davvero meno di 50 centimetri, ogni tanto e senza una logica apparente – o con una logica che mi è sfuggita – ci sono ingrandimenti delle foto di Piero Simondo, penso scattate dallo psicogeografo britannico Rumney – nell’estate del 1957. Questi ingrandimenti appesi in giro per il borgo sembrano lì da tempo, magari li avranno appesi per il cinquantennale, o per un’altra ricorrenza dell’Internazionale Situazionista.

© Davide Papalini  © Davide Papalini

Una settimana divertente, quella del 28 luglio 1957 in cui a Cosio nacque il situazionismo: “Non c’eravamo mai raccolti in tavola rotonda, solo in rettangolo a bere e mangiare – ricordava qualche anno fa proprio Piero Simondo – Soltanto l’ultimo giorno ci riunimmo per votare sul cambiamento d’etichetta, proposto da Guy“: per cui diciamo così, ubriachi per una settimana, in un borgo che già oggi è fuori dal tempo e chissà cos’era nel 1957. Che meraviglia.

Su alcuni portoni delle case di Cosio di Arroscia si leggono sbiadite scritte come “W il 1939” oppure “W il 1954”, in vernice bianca, facile siano opera di coscritti di quegli anni, piazzate sui muri in occasione delle feste che una volta l’anno organizzano. Sembrano anche quelle scritte lì da sempre, o almeno da molti decenni.

A Cosio non c’è un negozio aperto – in una mezza giornata a camminare per Cosio non ne ho trovati – a parte il bar di Renata: c’è un museo di erbe officinali, non ci sono esercizi commerciali o quasi. Quando giro per Cosio il Comune è come normale che sia chiuso, la chiesa principale è aperta, ma deserta. Entro cercando il prete per far due parole, non c’è. Perfetto così.

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