Trent’anni dallo scudetto della Sampdoria

La stagione irripetibile di una squadra che ci è rimasta nel cuore

“Comincio a credere anche in dio, purtroppo”. Così un emozionatissimo Paolo Villaggio al microfono di Gianni Minà commenta il gol del 2-0 di Moreno Mannini in quel Sampdoria – Lecce che darà il primo e unico scudetto della sua storia alla compagine genovese. Quella partita, e quello scudetto, compiono oggi trent’anni, perdonateci se indugiamo con le emozioni. Esattamente come “Fantozzi”, anche noi, quando pensiamo a quella stagione, non possiamo non sentire un brivido blucerchiato correrci lungo la schiena.

Già perché derubricare lo scudetto della Sampdoria come uno scudetto di una provinciale, un po’ come per l’Hellas Verona del 1984/85 o del mitologico Cagliari 1969/70 sarebbe sbagliato. Al netto della bontà delle due squadre, sia il Verona che il Cagliari erano davvero delle sorprese, ai nastri di partenza di quelle stagioni nessuno le dava per favorite. Non si può in nessuna maniera paragonare la parabola della Sampdoria di Mantovani a quella, più o meno contemporanea, del Napoli campione d’Italia. La differenza vera la fa una parola che negli anni ha sempre perso più significato: programmazione. Il Napoli di Ferlaino non ha mai avuto programmazione quanto l’ardire folle di acquistare il migliore giocatore della storia del calcio, Diego Armando Maradona. Ma il Napoli era composto da un uomo, forse un semi-dio, al comando e tutti gli altri ad inseguire. La Samp era qualcosa di diverso. E per questo è stata qualcosa di molto speciale.

La Sampdoria di Mantovani è stata un capolavoro di programmazione industriale e sportiva realizzato da un Presidente che aveva una visione totale. O forse un sogno irrealizzabile: portare la seconda squadra di Genova, quella nata dalla fusione delle società più operaie e proletarie della città, l’Andrea Doria e la Sampierdarenese, nel 1946 al vertice del calcio, non solo italiano, ma continetale. L’unione dei colori delle due squadre ha dato vita ad una tonalità unica nel mondo del calcio, il Blucerchiato, raffigurato su una camicetta aderente che ha fruttato ai calciatori il soprannome di “Ciclisti”. Quella Sampdoria non sarà solo protagonista nello Stivale ma anche in Europa, con la conquista della Coppa delle Coppe nel 1990 e quella pazzesca finale di Coppa dei Campioni del ’92 persa ai supplementari contro il Barcellona, trafitta da una punizione di Koeman dal limite dell’area in seguito ad un fallo, a dire il vero, molto dubbio.

Ecco che da “semplice” miracolo la Samp diventa un solido progetto sportivo ed economico, composto da acquisti funzionali all’idea di crescita della squadra, da Vialli (poi venduto alla Juventus) a Mancini, passando per Vierchovod e Cerezo fino a Katanec e Pagliuca, ogni giocatore della Sampdoria è stata una tessera di un mosaico più grande. Il senso di appartenenza e di sacrificio, uniti al piacere del puro divertimento, al calore encomiabile dei tifosi e alla filosofia di un allenatore-vate, sono stati elementi essenziali di quella stagione, anzi di quelle stagioni, senza dimenticare che lo scudetto del 1991 è arrivato in un campionato, la Serie A di inizio Anni Novanta, paragonabile al Dream Team di basket degli Stati Uniti alle Olimpiadi di Barcellona. Ad esclusione di Romario, praticamente tutti i migliori giocatori del mondo, presto o tardi, sarebbero finiti a giocare nel nostro campionato. La Sampdoria di Vialli&Mancini ( e Attilio Lombardo) ha trionfato in una Serie A composta dal Milan degli olandesi, dall’Inter dei tedeschi, dalla Juve di Baggio e Schillaci, dal già citato Napoli di Maradona e Careca. Se avete poi piacere di approfondire quella stagione vi segnaliamo due libri usciti da poco: “Roberto Mancini. Senza mezze misure” di Marco Gaetani e, naturalmente, “La bella stagione” di Gianluca Vialli e dello stesso Bobby Gol. Insomma al di là dei campanilismi, della squadra che tifate, che amiate o meno il calcio, la Sampdoria fu anche e soprattutto un fenomeno sociale, l’ultimo squillo del triangolo economico composto da Torino, Milano e Genova, la punta più avanzata e, forse, finale, dell’Italia da bere degli anni Ottanta.

Il 19 maggio è il compleanno di mia madre, e il 1991 l’anno della mia nascita. Quello scudetto e quelle finali non ebbi mai modo di vederle, o forse sarebbe meglio dire viverle, ma sin da quei giorni, sulla mia anima è stato impresso un tatuaggio a forma di Baciccia. Anche se mi sono innamorato della Sampdoria di capitan Volpi (une delle più mitologiche figure Panini) e del sindaco Palombo, con le rovesciate di Flachi e i gossip di Bazzani, il fascino della più bella maglia del mondo e del più spettacolare derby d’Italia (con tutto il rispetto per Roma, Torino e Milano) ha avuto presa anche su un ragazzino che non ha mai visto la propria squadra vincere. E forse, proprio come nell’amore, in questa altalena di gioie e dolori risiede il senso stesso della fede calcistica. La stessa fede che mi ha fatto piangere di gioia per il gol di Pozzi a Varese, per l’arrivo di Cassano dal Real Madrid a formare con Pazzini una delle coppie più belle e devastanti siamo mai apparse in Serie A, che ancora oggi mi fa fremere ogni qual volta Damsgaard sposta la palla con la suola. L’unica impresa realmente assimilabile a quelle della Sampdoria del 1991 è quello del Leicester di Mr. Ranieri, guarda caso, nostro attuale allenatore. Forse quella stagione non sarà mai più ripetibile e proprio per questo si parla di miracolo, forse non vedrò mai la mia squadra vincere più nulla. Ma a noi sta bene anche così.

 

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