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di Sergio Sciambra 9 luglio 2018

In memoria di Steve Ditko, lo schivo rivoluzionario della Marvel Comics

È morto Steve Ditko all’età di 90 anni, è stato il padre di Spider Man e Dr. Strange

La storia della cultura pop è fatta di persone. Musicisti, attori, scrittori, persone ordinarie o personaggi eccentrici, che ci mettono la faccia o che si nascondono dietro il proprio lavoro, così che a volte è anche difficile ad un nome e ad un viso..

Nel caso dei comics, per anni gli autori sono rimasti praticamente anonimi, spesso celati dietro pseudonimi e senza volto, maestri di un’arte considerata solo intrattenimento per ragazzini.

Nel caso dei fumetti Marvel degli anni ‘60 poi, forse è ancora più facile sparire: non tanto perché i cinecomics hanno quasi ormai quasi oscurato il passato fumettistico, ma perché il sorridente Stan Lee, che era autore prolifico e in grado di leggere il momento storico, ma anche business man smaliziato e personalità di spettacolo, è riuscito ad imporsi come figura rappresentativa di tutta la casa editrice e Dio creatore di quell’universo.

Facile quindi che un tipo come Steve Ditko, schivo, riservato, uno che anche nei momenti di fama maggiore si è quasi sempre sottratto ad interviste e fotografie, raramente sia stato ricordato dal grande pubblico al di fuori di appassionati ed addetti ai lavori. Nonostante sia il papà, insieme a Stan Lee, di uno dei supereroi più famosi al mondo ed una delle maggiori icone pop degli ultimi 100 anni: Spider-Man o, per i nostalgici della vecchia traduzione italiana, lo stupefacente Uomo Ragno.

Qualche giorno fa Steve Ditko, figlio di migranti slavi e nato a Johnstown, Pennsylvania, il 2 novembre del 1927, ci ha lasciato all’età di 90 anni. Lo ha ritrovato la Polizia di New York un paio di giorni dopo la morte, avvenuta il 27 giugno, nell’appartamento in cui, da sempre scapolo e senza famiglia, viveva da solo. Steve Ditko muore solo e quasi dimenticato mentre le sue creature, non solo Spidey e famiglia ma adesso anche lo psichedelico Doctor Strange, sono al centro di un impero multimiliardario di fumetti, film  e merchandising. Quasi tutti i giornali, per fortuna, hanno un paio di righe per lui, ma pensiamo possa valere la pena di soffermarsi un attimo sulla figura di un disegnatore a tutti gli effetti rivoluzionario.

Partendo proprio dall’Arrampicamuri, perché l’etichetta ‘co-creatore’, soprattutto nel mondo della Marvel della Silver Age dei comics, addosso ad un disegnatore può risultare ingannevole. Ovviamente Steve è il papà dell’inconfondibile figura di questo strano eroe con superproblemi, che gli viene affidato da Lee per l’esordio su Amazing Fantasy 15 perché il suo partner abituale, Jack Kirby, ne aveva dato in alcune bozze una versione troppo eroica ed epica per il tipo di eroe che Stan aveva in mente, uno con cui i ragazzini potessero identificarsi dopo anni in cui nel mondo dei supereroi erano stati relegati al ruolo di spalla. Il costume, le ragnatele sotto le ascelle, le pose articolate ed animalesche, i lanciaragnatele, la maschera con gli occhi grandi che copre tutto il volto quasi disumanizzandolo, novità quasi assoluta nel panorama dei supereroi che infatti all’inizio non convince gli editor: tutta farina del sacco di Steve Ditko.

Ma c’è di più: la Marvel, nei primi anni ‘60 era una fucina creativa dove pochi autori tenevano le redini di decine di testate, di cui molte nate da poco. Per riuscire a consegnare ogni mese decine di numeri, Stan Lee istruisce il lavoro consegnando ai disegnatori la trama, a volte solo una breve sinossi, intorno a cui loro costruiranno intreccio e storytelling, per poi riconsegnare le tavole per l’aggiunta dei dialoghi.

È il cosiddetto Metodo Marvel, e fa sì che i disegnatori siano quasi sempre anche coautori del soggetto, se non anche di parte della sceneggiatura. E’ uno stile agile e fruttuoso, ma non sempre gli artisti ricevono il giusto credito: in particolare Jack Kirby, oggi riconosciuto da molti come padre di buona parte dell’Universo Marvel e del suo stile almeno al pari di Lee, lamentò per anni la mancanza di riconoscimento, anche economico, per le sue creazioni e le sue storie, al punto da lasciare la Marvel nel 1970 per passare alla Distinta Concorrenza, la DC Comics.

Al contrario Ditko, che rispetto a Kirby ha avuto sempre un rapporto meno amichevole con Stan, si impuntò fino ad ottenere il riconoscimento come coautore delle trame nella seconda parte del suo ciclo su Amazing Spider-Man.

Nonostante questo, con il numero 38 del 1966, ‘Just a guy named Joe’, Ditko lascia il timone di Amazing Spider-Man e la Marvel Comics. Voci di corridoio raccontano che il casus belli sia stato una discussione sull’identità di Green Goblin, che nel numero successivo, illustrato dal successore di Steve e altra icona del Marvel style John Romita Sr, si sarebbe rivelato essere Norman Osborn, padre del miglior amico di Peter. In ogni caso Ditko, in una delle sue rare dichiarazioni, ha smentito la faccenda ed è probabile che il disaccordo con Stan fosse generalizzato ed esteso a tutta la gestione della testata.

Comunque sia, in quei 38 numeri Stan&Steve mettono le basi per tutta la mitologia del friendly neighbourhood Spider Man, presentandoci tutti i principali nemici, dal Doctor Octopus al Green Goblin, e tutta la prima generazione dei comprimari, da zia May a Flash Thompson passando per un’apparizione senza volto di Mary Jane Watson, a cui poi il successore di Ditko, il più moderno Romita Sr, darà volto, forme e vestiti alla moda. Soprattutto, in quei numeri viene delineato il carattere di Peter, emarginato, introverso, studioso, tanto altruista e generoso quanto ossessionato dal senso di responsabilità per la morte dello Zio Ben e dall’istinto protettivo verso la fragile Zia May, tormentato dall’idea di essere fallito come ragazzo e come supereroe. Ma anche le sue migliori qualità, il coraggio di chi affronta le sfide sapendo di poter perdere e la forza di volontà dell’eroe che cade spesso ma sa risollevarsi (concetto quasi inedito nei comics dell’epoca), di cui è memorabile esempio la sequenza di Peter schiacciato da un enorme macchinario che gli impedisce di salvare se stesso e Zia May da morte certa, in  ‘The Final Chapter’ del numero 33; Ditko, accreditato in quel periodo anche alla sceneggiatura, ci regala per l’occasione una sequenza di tavole e un soliloquio rimasti fra i momenti migliori della storia del personaggio.

Non è impossibile rivedere in Peter alcuni aspetti di quello che probabilmente era la personalità dello schivo Steve Ditko, anche lui studioso e introverso, anche lui emarginato, forse volontariamente, dall’ambiente di cui pure era uno dei protagonisti. Certo, in una rara intervista affermava “Quando faccio un lavoro, non è la mia personalità quel che offro al lettore, ma i miei disegni[…], realizzo un prodotto, una storia a fumetti: Steve Ditko è solo il marchio di quel prodotto”; ma forse non è un caso se con la fine del periodo Ditko inizia la fase del college di Peter, quella in cui si aprirà al mondo costruendosi una comitiva di amici e scoprendosi anche discreto tombeur de femmes al centro del triangolo amoroso Gwen Stacy-Mary Jane Watson.

Steve abbandona la Marvel lasciandosi dietro molto più dell’Uomo Ragno: oltre ad aver disegnato alcune storie di Hulk e Iron Man, ai tempi in cui la Marvel Comics si chiamava Atlas, negli anni ‘50, Steve inizia a distinguersi per il lavoro su brevi storie autoconclusive di horror e fantascienza. Anche qui, il plot twist finale è spesso l’unica indicazione intorno alla quale Ditko costruisce storie riflessive, a tratti inquietanti, in cui riversa molto dei suoi interessi e della sua visione del mondo.

Sono pubblicate in testate dai nome deliziosamente vecchia scuola, come Tales of Suspance, Tales to Astonish e Strange Tales e proprio su Strange Tales, nel numero 110 del 1963, esordisce quella che forse e la creatura più rappresentativa di Stephen Ditko, il quasi omonimo Dottor Stephen Strange. Anche conosciuto come Dr. Strange, Maestro delle Arti Mistiche e della Magia Nera, Stregone Supremo della Terra e possessore dell’Occhio di Agamotto (e scusate se è poco).

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Il personaggio viene presentato da Steve in una storiella di poche pagine, con l’intento di portare qualcosa di inedito nel già rivoluzionario universo Marvel, per poi diventare piano piano protagonista della testata antologica in cui esordisce, grazie ad uno spettacolare ciclo a firma Ditko dapprima con la collaborazione di Stan a storie e dialoghi, poi quasi in solitaria.

In questo arco di storie, durato fino all’abbandono della Marvel da parte di Ditko nel 1966, viene costruito un universo enorme che prende vita ai confini di quello in cui è ambientato il resto delle storie Marvel, un mondo di piani astrali, esseri più antichi del tempo e dottrine occulte che pesca a piene mani dalla mistica orientale come dalla narrativa lovecraftiana, dalla teosofia e dallo gnosticismo iniziatico come dalle gesta dei noti prestigiatori dell’epoca.

Le tavole di Ditko, anno dopo anno ci mostrano paesaggi onirici e sempre più psichedelici, creature archetipiche dalle forme e dai colori impossibilI; veri e propri trip in altre dimensioni che, probabilmente, più che da fantasy e fantascienza sono influenzate dal surrealismo di artisti come Dalì e Kupka e dalla nascente controcultura psichedelica che in quegli anni iniziava a nascere in seno alla beat generation. Non a caso, praticamente unico fra i comics di supereroi, Dr. Strange diventerà presto un beniamino della controcultura giovanile a stelle e strisce, che negli anni approfondirà anche alcuni aspetti per certi versi anticipati dal fumetto, come l’interesse per le dottrine orientali e, ovviamente, l’esplorazione in prima persona di realtà psichedeliche. Qualche prova di questo amore (non sappiamo quanto corrisposto: Ditko era persona colta e curiosa ma difficilmente fan delle istanze riformatrici del movimento giovanile, coerentemente con la sua adesione filosofica all’oggettivismo e alla visione capitalista e individualista nella forma più pura): il buon Dottore viene citato dal gruppo psichedelico Country Joe and the Fish Superbird, e due volte dai Pink Floyd, in un verso di “Cymbaline” dall’album “More” dei Pink Floyd, e un po’ nascosto, sulla copertina di “A Saucerful of Secrets”. In Italia Dr. Strange inaugurerà l’Universo Marvel insieme all’Uomo Ragno, pubblicato in appendice alla sua rivista dall’Editoriale Corno sin dal numero 1 del 1970. Purtroppo, in modo disordinato e con l’opinabile (ma necessaria) alternanza di pagine bianco e nero e a colori, cosa che non aiuterà il successo di un personaggio già sui generis.

Nel 1966, sotto il peso di divergenze con Lee che ormai coinvolgono le trame, la gestione dei personaggi e qualsiasi altro aspetto, Ditko lascia la Marvel e anche questo sogno finisce.

In seguito Ditko ritorna alla Charlton Comics, dove aveva esordito negli anni ’50 lavorando su titoli horror e sci-fi e creando il futuro supereroe DC Captain Atom e dove nella seconda metà degli anni ’60 disegna lo stesso Captain Atom e crea The Question, controverso personaggio durissimo con i criminali in cui Steve riversa molta della sua passione per la filosofia oggettivista. In realtà, The Question era una versione addirittura edulcorata di un precedente personaggio hardboiled di Ditko, pubblicato sulle pagine del magazine indipendente Witzend: Mr. A, un vigilante che incarnava i principi dell’oggettivismo randiano e che insieme a The Question pare abbia ispirato Alan Moore nella creazione del Roschach di Watchmen.

Negli anni ‘80 e ‘90 Ditko alterna periodi alla DC Comics con ritorni alla Marvel su titoli minori, oltre a collaborazioni con svariate case editrici indipendenti, mentre negli anni 2000, insieme al suo ex editor Robin Snyder, pubblica autonomamente e a intermittenza alcune ristampe e qualche storia breve con nuovi personaggi. Nel 2012, in una delle sue ultime dichiarazioni, commentava “faccio queste cose perché è tutto quello che mi fanno fare”.

Una fine forse un po’ amara per la carriera di un artista il cui lavoro ha avuto un impatto fortissimo non solo sul mondo dei comics ma su tutto quello della cultura pop.

Fino al cinema: sei blockbuster su Spider-Man e tre film del Marvel Cinematic Universe con il  Dr. Strange, compreso lo stand alone del 2016 in cui è fortissima la presenza dell’estetica diktiana; pellicole di cui pare che Steve non abbia visto un dollaro, secondo alcuni per sua scelta, ma probabilmente anche per la confusa situazione legale dei diritti dei personaggi.

Da inguaribile Marvel zombie, chi vi scrive preferisce chiudere con l’immagine di una delle creazioni più meravigliose di Steve Ditko, apparsa per la prima volta su Strange Tales 138: Eternità, entità cosmica, rappresentata come una gigantesca silhouette al cui interno si agitano stelle e galassie, che racchiude l’essenza ineffabile del tempo dimensione dell’eterno.

Quella dimensione che, in qualche Piano Astrale esistente solo per i grandi artisti, sicuramente Steve e le sue opere hanno già raggiunto.

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