Di che cosa parlano i dipinti di Bruce Riley? Di mitosi, meiosi e materiali organici che si incontrano, si inglobano, si scambiano informazioni vitali? Di antiche credenze indonesiane sullo smembrarsi dell’anima in frammenti che raggiungono diversi aldilà?
Della Terra che rimbomba, come essere vivente sul punto di risvegliarsi? Oppure solamente di alberi mossi dal vento visti sotto effetto di allucinogeni? Il metodo di lavoro per produrre questi dipinti ci da solo un indizio: “movimento“. Questa è la parola che usa più spesso Bruce per descrivere quello che fa.
La sua idea iniziale di opera, infatti, si piega progressivamente allo spostarsi naturale della resina e dell’acquarello su una superficie dura e liscia, riempiendo dei parallelepipedi neri di migliaia di trip iniettati di colore. E guardarlo lavorare è effettivamente mesmerizzante.
L’impero dei colori vivi di Bruce è per lui un’attività di contemplazione piuttosto che di creazione, proprio perché gran parte del suo lavoro sta nel seguire le derive della pittura, e quindi nell’osservazione di qualcosa che solo relativamente viene da dentro di lui. Questo tipo di contemplazione è l’aspetto che interessa Bruce.
Possiamo dunque capire perché, alla domanda “di che cosa parlano queste opere?”, lui stesso si è risposto: “Ho sempre saputo che le mie opere riguardano tutto quanto, tutto contemporaneamente, allo stesso tempo”. Il suo processo creativo basato sul non-pensiero è il tentativo di questo: emanciparsi da ogni argomento, inteso come l’ennesima pretesa di inquadramento della realtà da parte della conoscenza umana.
Sarà possibile? Beh, intanto abbiamo qualcosa di abbastanza intrippante da guardare per oggi. Non vi basta? Qui il Flickr con tutte le opere di Bruce, qui il suo sito e qui il sito del mini-documentario sopra allegato.
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