Nel nuovo rapporto di Legambiente, “Mal’Aria di città 2026”, emerge un quadro in miglioramento per la qualità dell’aria nelle città italiane, ma con luci e ombre che evidenziano come il percorso verso il rispetto delle normative europee sia ancora lungo e complesso.
Nel 2025, infatti, le città che hanno superato i limiti giornalieri di polveri sottili PM10 si sono ridotte a 13, un dato sensibilmente migliore rispetto ai 25 del 2024, ai 18 del 2023 e ai 29 del 2022. Tuttavia, questo miglioramento non basta a scongiurare criticità diffuse e a garantire il rispetto dei nuovi standard europei previsti per il 2030.
Le città più inquinate in Italia
Il primato negativo spetta ancora a Palermo, che nel 2025 ha registrato ben 89 giorni con concentrazioni di PM10 superiori al limite di 50 microgrammi per metro cubo. Seguono città metropolitane come Milano (66 giorni), Napoli (64 giorni) e Ragusa (61 giorni). Altre località con elevati sforamenti includono Frosinone (55 giorni), Lodi e Monza (48), Cremona e Verona (44), Modena (40), Torino (39), Rovigo (37) e Venezia (36). È importante sottolineare che, nonostante questi superamenti giornalieri, nessuna città supera attualmente i limiti annuali previsti per PM10, PM2.5 e biossido di azoto (NO2).
Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, ha espresso preoccupazione per la lentezza nel progresso: “I trend di riduzione del PM10 sono troppo lenti e 33 città rischiano di non raggiungere gli obiettivi entro il 2030, anche mantenendo l’attuale ritmo di diminuzione”. Secondo l’associazione, se già fossero in vigore i nuovi limiti europei, oggi il 53% delle città italiane sarebbe fuori norma per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per il biossido di azoto.
Particolare attenzione va riservata al bacino padano, uno dei territori più compromessi a livello europeo per la qualità dell’aria. Il report evidenzia come l’inquinamento sia più accentuato in piccoli e medi centri urbani e in aree rurali, in parte a causa degli allevamenti intensivi, che contribuiscono in modo significativo all’emissione di polveri sottili e gas nocivi. Un tempo l’inquinamento più grave si concentrava nelle grandi città, ma oggi il fenomeno si è diffuso anche nei contesti meno popolati.
Alla luce della revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria prevista per il 2030, il 53% dei capoluoghi italiani (55 su 103) non rispetta già l’obiettivo di 20 microgrammi per metro cubo di PM10. Le città più lontane dal rispetto di questo parametro sono Cremona, Lodi, Cagliari, Verona, Torino e Napoli. Per quanto riguarda il PM2.5, particelle ancora più piccole e pericolose, il quadro peggiora: il 73% delle città (68 su 93) supera la soglia annuale di 10 microgrammi per metro cubo, con casi critici come Monza, Cremona, Rovigo, Milano, Pavia e Vicenza.
Anche per il biossido di azoto, gas prodotto principalmente dal traffico veicolare e dalle attività industriali, 40 città su 105 (il 38%) non rispettano il nuovo limite di 20 microgrammi per metro cubo. In questa classifica emergono in particolare Napoli, Torino, Palermo, Milano, Como e Catania.

Nel gennaio 2026 la Commissione Europea ha avviato una nuova procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico (direttiva NEC 2016). Questo si aggiunge ad altre tre procedure aperte negli anni precedenti per il superamento dei limiti di inquinanti stabiliti dalla Direttiva quadro Aria (AQD).
Legambiente sottolinea che è essenziale rafforzare le politiche per la qualità dell’aria e non ridurre i finanziamenti. “È irragionevole tagliare i fondi proprio quando emergono segnali concreti di miglioramento”, ha ribadito Zampetti, che ha richiamato l’urgenza di interventi strutturali e risorse adeguate su mobilità sostenibile, riscaldamento e riqualificazione energetica degli edifici, riduzione delle emissioni industriali, agricoltura e allevamenti intensivi.
In particolare, la decisione di ridurre drasticamente dal 2026 e per i prossimi tre anni le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano rappresenta una scelta “miopia” che lascia soli i territori più problematici, esponendo l’Italia a ulteriori procedure d’infrazione e possibili sanzioni da parte dell’Unione europea. L’attenzione resta quindi alta, con l’obiettivo di accelerare le azioni necessarie per tutelare la salute pubblica e rispettare gli ambiziosi standard europei, ormai a portata di mano ma ancora troppo distanti in molte realtà urbane e rurali italiane.
