Elden Ring: death sounds better with you

Elden Ring, la nuova creatura di From Software, è ambizioso quanto bello. Un gioco che “fa” una generazione.

In sella al fido Torrente  In sella al fido Torrente

Elden Ring è, ad oggi,  il titolo più ambizioso non soltanto di From Software, la casa di sviluppo con a capo Hidetaka Miyazaki (che si è avvalso a questo giro della collaborazione con George R. R. Martin) ma uno dei migliori videogiochi sia di quest’anno sia dell’intera generazione. Non siamo soliti qui dare voti su Dailybest ma se proprio dovessi sbilanciarmi sarebbe una votazione molto vicina al 9.5 piuttosto che a qualcosa di più basso. So bene che Elden Ring è un videogioco cross-gen, ovvero è disponibile sia per le console di nuova generazione, XBox Series X e PlayStation 5, sia per quelle della vecchia, oltre che per PC, ma va detto che, almeno concettualmente parlando, siamo su un altro livello produttivo. Infatti, come avrete avuto modo di leggere negli approfondimenti dedicati al titolo che abbiamo realizzato nel corso di questi mesi, Elden Ring promette alle videogiocatrici e videogiocatori di tutto il mondo una cosa semplice da dire ma difficile da farsi: ovvero un’esperienza al cento per cento “souls” (e vi spiegherò cosa intendo) con però l’ampiezza, l’ariosità e la libertà dell’open-world.

Sin dalle primissime ore di gioco, infatti, è evidente come il team di From Software abbia voluto, davvero, fare le cose in grande. Infatti, a differenza di tanti altri titoli open-world in cui si è come assediati da una presenza continua di marker di interesse, richieste attive e missioni “che s’hanno da fare”, in Elden Ring nessuno ti obbliga a fare nulla. Sei tu, videogiocatore (ma verrebbe da dire persona) a selezionare il da farsi di volta in volta. Il numero di boss o semplici quest opzionali è fuori scala. E non perché vi sia un’abbondanza di esse stile Ubisoft per intenderci ma perché, al netto dell’essere opzionabili, queste quest-line sono gestite e realizzate con una cura mai vista in un open-wolrd. Anzi, mi correggo, mai vista se non in alcune di Red Dead Redemption II ma, soprattutto, di Skyrim. E qui arriviamo a un punto di svolta per questo pezzo; Elden Ring è il videogioco che più si avvicina a una sorta di chimera che potremmo chiamare Breath of the Skyrimblood Souls 2 (+2.0).  Confusi? Tranquilli, adesso andiamo a spiegare.

Ce la racconterà giusta Melina?  Ce la racconterà giusta Melina?

Infatti Elden Ring prende il meglio dei migliori giochi degli ultimi anni di gaming. Utilizza un sistema di esplorazione, libero e libertario, se non anarchico, erede diretto di quello di Zelda Breath of the Wild ibridandolo con l’ampiezza e la sensazione di essere in un mondo vivo e vitale di Skyrim (con anche la possibilità di scoprire luoghi iper-curati solo e soltanto aguzzando la vista). Aggiungeteci poi una direzione artistica semplicemente da urlo, che prende a piene mani dall’immaginario di Bloodborne e Dark Souls con, finalmente, il desiderio esaudito di reami, castelli e culture diverse che stava alla base di Dark Souls 2. Infatti se dovessi proprio dire una e una cosa che mi ha colpito di Elden Ring è la semplicità e assieme la meraviglia che si prova nello scoprire una nuova area di gioco. Alle volte saranno palesi le direzioni, con vie maestre, sentieri o le “tracce di grazia” che ci indicheranno il cammino. Altre volte invece sarà il giocatore che, come detto in precedenza, dovrà usare la propria vista e ingegno, per scoprire un passaggio nascosto, una grotta celata da un paio di arbusti o, udite udite, certi passaggi, anzi, veri e propri teletrasporti che collegano aree di gioco distantissime tra di loro.

Il livello di sfida rimane sempre alto, com’è giusto che sia essendo “un figlio” di Miyazaki ma la già citata libertà di esplorazione è anche traducibile in libertà di approccio. Infatti cercando e attraversando le lande dell’interregno, magari a cavallo del fido Torrente, sarà stimolante scoprire e trovare l’arma giusta al momento giusto, la mossa risolutiva di un certo nemico o, ancora di più, la possibilità di scovare un buon punto di farming dove poter raggranellare  un numero bastevole di rune per numerosi level-up. Insomma la scelta è nelle vostre mani senza dimenticare che la già citata direzione artistica da urlo trova il suo apice negli ambienti di gioco, dai castelli ai cosiddetti legacy-dungeon per arrivare ai boss/signori/semidei che sono una vera e propria festa per gli occhi. E in tutto questo aggiungeteci una narrativa sì silenziosa e criptica come siamo stati abituati in tutti questi anni ma innervata dalla penna di Martin che, ve lo dico con molta sincerità, si sente e si sente pure tanto. Anzi di più di quanto mi aspettassi. Elden Ring è il soulS che più di tutti, grazie alle plurime possibilità, di esplorazione e di combattimento, sprona il giocatore a migliorare, a ragionare, a modificarsi e trovare soluzioni nuove. Non è (solo) un videogioco, ma una scuola di vita, su come dover affrontare l’esistenza. 

No, non è Bloodborne anche se…  No, non è Bloodborne anche se…

Dinastie, famiglie, regnanti e signori, regine e condottieri, capitani di ventura e monarchi decaduti: c’è molto di Martin in quest’avventura, compresa la sua scrittura denso e profonda. E poi c’è l’elemento souls, con quegli npc così evocativi e misteriosi, che si spostano per l’Interregno e sono sempre pronti o a darti una mano oppure a colpirti alle spalle, a seconda delle tue scelte. Con un hub centrale, la cosiddetta Tavola Rotonda, che è il correlativo oggettivo di una sorta di Trono di Spade rivisto e corretto, Elden Ring è qualcosa di raro e prezioso nel mercato videoludico moderno. Non è privo di difetti, certo, soprattutto dal punto di vista tecnico, con un pop-in violentissimo degli elementi a schermo e, anche sulle console next-gen, uno stattering che raggiunge proporzioni fastidiose in modalità “grafica” (anche se io ho, sulla PS5, ho sempre optato per l’opzione “performance” con i sessanta fotogrammi, almeno sulla carta). C’è anche un, abbastanza, esagerato riutilizzo non solo di asset ma anche di nemici e avversari già visti in altri titoli di From: non un difetto gravissimo, per carità, ma qualcosa che, specie nella varietà di un mondo del genere, un po’ stona.

Esplorare, combattere, morire, riprovare, ritornare, livellare, ascoltare, osservare e scoprire: Elden Ring è tutto questo è molto altro. Un gioco che vale una generazione: death (and discovery) sounds better with you, insomma.

 

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