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Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon Time

Due ore e trentacinque minuti dopo l’inizio di 3.0+1.01 Thrice Upon Time, il quarto e ultimo film che compone la tetralogia dedicata al cosiddetto Rebuild di Neon Genesis Evangelion (qui il nostro approfondimento sulla serie originale) ho finalmente realizzato che era finito tutto, o quasi. Già perché parlare (ed essere appassionati di Eva) –non soltanto per i suoi plurimi significati ma anche e soprattutto per le mille rivisitazioni, letture e approfondimenti a essa dedicati- non vuol dire essere appassionati di una serie qualunque. Scoprire che un nuovo progetto di Hideaki Anno- nuovo, si fa per dire, perchè è stato iniziato, tra mille difficoltà, nel 2007 e solamente finito nel 2021- vedrà finalmente la luce mi ha scosso parecchio.

Parlare di questo film, al di là del mero dato cronologico, vuol dire parlare di una forma d’arte, quella del cinema d’animazione, che proprio con la serie originale di Evangelion non è stata più uguale a prima. Lo standard imposto dall’allora studio Gainax era lontano anni luce rispetto alle altre opere del periodo e questo ha comportato un vero e proprio terremoto in Giappone: da quel momento in poi non si poteva più tornare indietro. Fedele a questa filosofia, Hideaki Anno, ancora una volta, ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo, regalandoci questo quarto film che è, a conti fatti, la sua opera più intima e personale.

Asuka in versione “piratesca”

Nonostante sia un lungometraggio anche molto prolisso per certi aspetti, e troppo stringato su certi altri, 3.0+1.01 Thrice Upon Time è un film che impressiona sia a livello tecnico (è dai tempi del secondo film che non si vede qualcosa di più bello per quanto concerne combattimenti e animazioni) che narrativo, per il modo in cui la vita privata del regista si mescola con la vicenda raccontata dai diversi protagonisti che, rispetto alla serie originali, paiono tutti avere un grado di consapevolezza maggiore. Tra Shinji, Asuka o Misato non c’è soltanto una lenta e progressiva immedesimazione da parte del regista ma anche e soprattutto da parte dello spettatore, che per questo motivo, andando avanti nella visione del film, si emoziona sempre di più. Anche i momenti meglio accolti dalla critica internazionale, ma che hanno lasciato maggiormente sbigottiti i fan di vecchia data, -mi sto riferendo, senza anticiparvi troppo, al “momento bucolico”- sono perfettamente coerenti con la vicenda narrata: una vicenda di crescita, perdita e accettazione di sé e degli altri.

Quegli occhi…

Poi, ovviamente, ci sono anche i combattimenti, super coreografici e spettacolari  tra robottoni umanoidi e navi spaziali. Insomma, ad un mese dalla prima visione non mi sono ancora ripreso, e forse è giusto così. Altrimenti non sarebbe Evangelion, giusto?

 

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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Mattia Nesto

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