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di Mattia Nesto 8 Febbraio 2024

Tokyo Goodbye di Ōji Suzuki: una costellazione di Wabi-sabi

Tokyo Goodbye di Ōji Suzuki è una raccolta di racconti manga pubblicata da Oblomov. Ed è un capolavoro.

La copertina di Tokyo Goodbye www.oblomovedizioni.com La copertina di Tokyo Goodbye

Seriamente e senza scherzare troppo Tokyo Goodbye di Ōji Suzuki, raccolta di racconti a fumetti pubblicata da Oblomov, è un capolavoro. Capisco possa suonare abbastanza rutilante questa mia definizione ma se seguite e, in un certo qual modo, apprezzate queste pagine e segnatamente i miei pezzi sapete che il termine capolavoro non lo uso troppo spesso, anzi. Eppure, nei racconti di Suzuki ho trovato tutti gli elementi che hanno fatto gridare al miracolo. Innanzi tutto una vera e propria celebrazione del genere gekiga, ovvero quell’impostazione narrativa, tipicamente giapponese, di racconto della realtà neorealista e spietato, in cui si descrivono tutte le infime bassezze del comportamento umano, dove i protagonisti sono sempre reietti della società che mettono, quasi in modo inconsapevole, in luce le grandi contraddizioni. E anche in questo volume non si fanno sconti. I personaggi che animano le storie vivono sempre ai margini della società, spesso sono poveri, se non poverissimi e costantemente braccati dagli spettri della fame, delle dipendenze (alcolismo in particolare) e impegnati in lavori saltuari, mal pagati e abbruttenti.

Anche il tratto, il segno di Ōji Suzuki per dare forma e sostanza ai suoi racconti, concorda con tali sentimenti. Egli è in grado, attraverso un disegno pastoso e denso, spesso e volentieri “nero più nero del nero”, di evocare i vicoli malfamati di Tokyo, piccole vie sudicie e malandate abitate da un’umanità derelitta e senza speranza. Proprio la mancanza di speranza, se non proprio una sorta di “malasorte cosmica”, è la cifra stilistica che più mi ha appassionato nella lettura dei racconti assieme ad, alcune e rare, ma per questo ancora più apprezzate, apertura alla più pura poeticità, a piccoli, ma potentissimi, vertici di lirismo che mi hanno fatto emozionare. Il racconto, giusto per citarne uno, del povero ragazzo che si innamora di una “romantica ragazza in una farmacia”, è tanto spietato e tremendo da avermi squassato nel profondo, proprio grazie al racconto di Suzuki, anche dal punto di vista grafico. Seguiamo infatti, attraverso gli occhi di un amico, lo sprofondare nella follia di questo ragazzo, infatuatosi di un’idea (sarebbe da dire, mutuando Euripide, “del fantasma di Elena“) più che di una persona in carne ed ossa, e per questo motivo destinato a vedere fallito ogni suo tentativo di coronare l’amore.

L’invito più spassionato che vi posso fare è quello di correre in fumetteria o libreria, per entrare nella galassia di racconti tanto potenti nella loro semplicità e anche, da un certo punto di vista, incomunicabilità. Già perché se state pensando a morali o prese di coscienza manifesta al seguito della lettura di quest’opera, vi state sbagliando di grosso: sono testi “atmosferici”, in cui a differenza di racconti moralistici, al centro di tutto c’è l’esplorazione di un sentimento, di uno stato d’animo, di un modo di stare al mondo. Una specie, mi si conceda l’astrazione, di viaggio nella costellazione di wabi-sabi, del fascino e dell’accettazione per la transitorietà della bellezza, della natura e della vita. Ma anche, forse, del dolore. Se poi non amate una didascalia come “Tutto il creato si eclissa nella luce lunare che con delicatezza si riversa ovunque” mentre si mostra uno squallido e poverissimo interno di una misera catapecchia, forse, il problema siete voi e questo fumetto è la “soluzione”.

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