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Dylan Dog riparte da zero, letteralmente

C’era una volta Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo che abita al numero 7 di Craven Road, a Londra. Se premi il suo campanello, sentirai un urlo e poi, verosimilmente, ti aprirà Groucho, il suo assistente che sembra sputato quel comico dei fratelli Marx. Ascolterai le sue battute vetuste e poi incontrerai Dylan: giacca nera, camicia rossa, jeans, polacchine ai piedi, sbarbato, somiglia a Rupert Everett o a Claudio Baglioni, a seconda di chi lo disegna. Gli racconterai del tuo problema, correlato solitamente a qualche mostro e, se sei una bella ragazza, ci finirai a letto. Lui indagherà, aiutato ma non troppo dall’Ispettore Bloch e, alla fine, risolverà il caso. A volte si ride, spesso si piange o ci s’inquieta. Funziona così.

Questo è stato Dylan Dog dal settembre del 1986 fino a poco tempo fa, quando il timone del suo proverbiale galeone è passato dal creatore Tiziano Sclavi ai curatori ad interim, fino ad approdare nelle mani di Roberto Recchioni: fumettista, scrittore, opinionista social, esperto di cultura pop con una marcia in più. Dopo qualche anno di assestamento, qualche cambiamento radicale (Bloch che va in pensione, l’introduzione dei personaggi John Ghost, l’ispettore Tyron Carpenter e Rania Rakim), Il Ciclo della Meteora (dal numero 387 al numero 400) ha orchestrato un’Apocalisse neanche troppo metaforica nel mondo di Dylan Dog. Un paio su tutte: l’Indagatore dell’Incubo uccide il suo creatore e poi addio Groucho, ma prima lui e Dylan si sposano.

Il numero 401 di Dylan Dog è in edicola, s’intitola L’alba nera (Recchioni/Roi) ed è parte di un nuovo ciclo chiamato 666, che si compone di sei albi in cui, almeno così sembra, tutto riparte da zero. Sybil Browning suona il campanello di Dylan proprio come nel numero uno, L’alba dei morti viventi, ma Groucho non c’è più e anche il Dylan che conosciamo è diverso, più hipster: barba lunga, cappotto. Il suo assistente è Gnaghi, già conosciuto in Dellamorte Dellamore, il proto Dylan Dog di Sclavi. Ci sono gli zombie, proprio come nel primo numero, di nuovo Xabaras e Bloch che è passato di grado, ma non solo. Prima dell’inaspettato “continua” alla fine,  c’è un cliffhanger degno di una serie tv di quelle che non vedi l’ora di guardare l’episodio successivo, ma non essendo su Netflix devi aspettare una settimana a rota.

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Ecco, in questo caso, il surrealismo pragmatico con cui è stata affrontata la rinascita del personaggio, ci incuriosisce mortalmente e non vediamo l’ora di capire dove Recchioni andrà a parare col nuovo Dylan Dog, che sembra sospeso in un metaverso onirico in cui le facce sono quelle, ma un po’ cambiate, e i ruoli sono tutti scombinati. La scossa di cui il personaggio aveva bisogno, per creare nuova curiosità attorno alla sua figura e, forse, per dare il la alla serie tv che sembra sempre più concreta.

Simone Stefanini

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