Un libro racconta le differenze tra i serial killer nelle serie tv e quelli nella realtà

Il delitto perfetto non esiste, parola della criminologa Cristina Brondoni

Libri
di Simone Stefanini facebook 4 novembre 2015 11:34
Un libro racconta le differenze tra i serial killer nelle serie tv e quelli nella realtà

polizia-scientifica antoniofuscoblog - I rilevamenti della scientifica sulla scena del crimine

 

A chi non è mai capitato, guardando un film, di restare affascinato dall’assassino? In quelli tipo Seven o I soliti sospetti, proprio non si può non farlo, sarà perché in entrambi è [SPOILER] Kevin Spacey. Ecco, nella realtà, il cattivo non sarebbe affascinante per niente. Nè ci sarebbe un duo d’eccezione come Marty Hart e Rust Cole di True Detective a risolvere il caso, o l’Agente Cooper di Twin Peaks con le sue intuizioni zen. La realtà è ben più ordinaria, il killer è un cattivo di quelli veri e alle indagini lavora un’equipe di persone, ognuna con il proprio compito.

A raccontarlo nel libro Dietro la scena del crimine è Cristina Brondoni, criminologa, responsabile del sito Tutticrimini.com e presenza costante in programmi televisivi dedicati alla cronaca nera. «Le differenze tra fiction e realtà sono molte – spiega Cristina Brondoni – In un libro o in una serie tv non ci sono tempi morti, altrimenti uno chiude il libro o spegne la tv. Nella fiction sembra che lo scienziato forense sia anche il detective che fa tutto, anche il processo, già che c’è. Nella realtà c’è un sacco di gente (il che crea spesso un bel casino). I morti per fiction sono carini. E poi non puzzano, neanche se sono sparpagliati nel raggio di tre metri»

 

seven-626x354  La scena finale di Seven

 

Quindi hai pensato di scrivere un libro per sottolineare queste differenze.
Sì, il libro tratta dei vari serial killer televisivi confrontati con quelli reali. A volte è un divario appena appena accennato. Altre volte è uno strapiombo. Si parla anche dei metodi di indagine: chi fa cosa, come, perché e quando, usando la base scientifica come filo conduttore. Del resto è la stessa molla che mi ha spinto a diventare criminologa: dopo la laurea in lettere, per scommessa con un amico mi sono iscritta al test per entrare a Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza. Ci siamo chiesti se ciò che si vedeva nei vari CSI e Criminal Minds fosse vero o falso, all’epoca scrivevo di fiction. Ho deciso di proseguire e ho frequentato un master di secondo livello in Criminologia forense. Non c’è (ancora) un albo dei criminologi, per cui non è chiaro chi sia o meno criminologo. Gli psicologi e gli psichiatri si stanno contendendo il titolo. Io sto nel mezzo.

 

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Torniamo al serial killer televisivo: il grande classico di questi racconti è che l’assassino seriale da piccolo dia fuoco ai boschi e torturi gli animali. È vero o è solo un cliché?
In parecchi casi pare che ci sia quella che è stata identificata come Triade di McDonald che a dispetto del nome non è un tris di hamburger. Sono tre comportamenti (fare pipì a letto, appiccare incendi e torturare gli animali) che gli esperti hanno riscontrato nell’infanzia di molti serial killer. Il problema di un’analisi come questa è che non è stata condotta su un campione di popolazione non serial killer ovvero vagamente normale. Parecchia gente, anche se non lo confesserà mai, si divertiva un mondo a dar fuoco alle cose e magari anche a seviziare e uccidere animali, ma non per questo poi diventa serial killer. Certo, tra gli assassini seriali, questi tre tratti sembrano essere comuni, ma altrettanti serial killer mentono sulla loro infanzia. E c’è anche chi ha avuto un’infanzia normale. Diciamo che se ci si impegna a cercare dei denominatori comuni, li si trova: un sacco di assassini hanno come nome o secondo nome Wayne (John Wayne Gacy, Wayne Bertram Williams, Patrick Wayne Kearney), ma non tutti quelli che si chiamano Wayne diventano serial killer. Certo, se vostro figlio dà fuoco al gatto dei vicini meglio tenerlo d’occhio.

 

0821-crime-scene-investigation extratv - La scena del crimine di C.S.I.

 

Ti è mai capitato di rimanere affascinata da un serial killer per la sua genialità?
No. Il più delle volte mi ha fatto incazzare la furbizia. E alla furbizia dò una connotazione del tutto negativa. I furbi in generale mi fanno incazzare. Perché sono vigliacchi. I serial killer sono dei furbi al cubo. Non c’è, nei serial killer reali, quella fine intelligenza e quella incredibile genialità che raccontano i libri, la tv e il cinema. C’è becera ferocia. E non è possibile stimarla. Davvero. E uno dei gap di cui parlo nel libro è proprio questo.

Ma quindi esiste il delitto perfetto?
Il delitto perfetto, se uno fa un’indagine fatta bene, non esiste. In molti casi il delitto perfetto c’è perché chi fa indagine si fida di ciò che viene detto e si ferma alle apparenze. Il delitto perfetto affonda le radici nella tiepida ingenuità di chi, ogni tanto, si dimentica che le coincidenze non esistono e che niente è come sembra.

 

04122011DonatoBilancia hallofcrime - Donato Bilancia

 

Qual è secondo te il più letale serial killer italiano di tutti i tempi?
Donato Bilancia è stato un serial killer terribile. Ha ucciso 17 persone in sei mesi. Ed è stato un serial killer molto particolare, la sua vittimologia (la scelta delle vittime) è pressoché schizofrenica: ha ucciso gente che conosceva, uomini, donne, estranei, ha ucciso per soldi, per vendetta, per piacere personale. Difficile da prendere. Ma grazie a un’indagine, quella sì da stimare, è stato fermato.

Ci sono invece casi recenti di indagini che hanno fatto acqua da tutte le parti?
Spesso a fare acqua non è l’indagine, ma la capacità di comunicare l’indagine stessa. Le forze dell’ordine, gli avvocati, i giornalisti, i medici fanno parte tutti di un meccanismo che, se funzionasse bene, potrebbe portare a fare grandi cose. Invece ognuno coltiva il proprio orticello. Finché non verrà recepito che da soli non si va da nessuna parte il sistema stesso farà acqua. Le forze dell’ordine non sanno cosa fanno i soccorritori e i vigili del fuoco. E così gli avvocati, i medici. Ognuno fa il suo senza alcuna attenzione alle istanze degli altri.

 

news_img1_70796_bloodstain-pattern palermomania - L’esame delle macchie di sangue sulla scena del crimine

 

A proposito di comunicazione, cosa pensi della storia secondo cui, nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio, il Comandante del Ris Giampietro Laro avrebbe confezionato un video falso per condizionare i media sulla colpevolezza di Bossetti. Cosa ne pensi?
Giampietro Lago non ha fabbricato un video falso. Questo è ciò che ha scritto Luca Telese su Libero. I video del furgone sono agli atti: basta andare a controllare. Lago ha detto che il video è stato fatto per le richieste “pressanti” e per “la stampa”. In sostanza le immagini sono tutte agli atti, ma non montate. La comunicazione è una cosa molto bella e molto pericolosa: Lago fa il carabiniere. Altri, come e me te, fanno i giornalisti. Noi non potremmo fare i carabinieri. E Lago non fa il giornalista. In molti paesi esiste una sorta di ufficiale di collegamento tra la stampa e le forze dell’ordine per evitare fraintendimenti e giochi tipo questi. Titolare che il video è farlocco o falso è un po’ come rubare le caramelle ai bambini. Si attende la contraddizione per il gioco al massacro. Patetico e inquietante al tempo stesso.

 

Schermata 2015-11-03 alle 16.18.11 panorama - Il video del furgone di Bossetti

 

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