Libri

LIBRI FIGHI | Sillogismi dell’amarezza, di Emil Cioran

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LIBRI FIGHI scritto così, in capslock, è una rubrica che esce ogni giovedì su Dailybest, ma magari più spesso, chissà. Cosa ci mettiamo in questa rubrica? Lo dice il nome, si spiega da sola.

Non solo nuove uscite però, anche classici o meraviglie sconosciute. Hai un LIBRO FIGO che ti piace tanto, che è importante, che pensi dovremmo leggere tutti e vuoi spiegarci perché? Che bello: sono 2500 caratteri spazi inclusi.

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Esistenzialista, nichilista, pessimista. Il filosofo e saggista Emil Cioran (1911-1995) nacque in Romania ma visse in Francia, da apolide, negli anni in cui Sartre era Sartre, ma a lui importava il giusto, preferiva Ionesco. I suoi libri sono una Smemoranda al culmine della disperazione, pieni di aforismi che si stampano in testa e ci rimangono. Ne i Sillogismi dell’amarezza, ci ricorda il sito di Adelphi, Cioran suddivide: il vuoto, la solitudine, l’erotismo, il suicidio, la musica, la storia, il tempo, e applica a questi elementi la sua filosofia. Amaro, ironico e misantropo almeno quanto l’autore, questo libretto di 125 pagine arrivò in Italia nel 1993, ma fu pubblicato ben prima, nel 1952.

Sempre la scheda libro ricorda che Sillogismi dell’amarezza “divenne a poco a poco il più popolare di Cioran, se per popolare s’intende l’aver viaggiato, come un compagno invisibile, nelle tasche di molti lettori – e soprattutto di quei giovani superstiti che non hanno freddo agli occhi”. Se non avete freddo agli occhi, questo libro è fatto tutto così, ci suggerisce che “È facile essere «profondi», basta lasciarsi sommergere dalle proprie tare”, che “Se credessi in Dio, la mia vanità non avrebbe limiti: me ne andrei nudo per le strade…”, e anche che “Lo spermatozoo è il bandito allo stato puro”, tre aforismi presi a campionatura casuale che ho trascritto ora, aprendo il libro e puntando il dito a casaccio.

In una lunga conversazione avuta con Fernando Savater del 1977 e pubblicata in Un apolide metafisico, Cioran spiega: “Stia a sentire: mi è stato ripetuto più volte che le cose che scrivo nei miei libri non si dicono (…) A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore”.

Per poi concludere: “No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell’utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient’altro”. Ecco.

Gabriele Ferraresi

Lavoratore intellettuale salariato

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