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Home Musica

Bowie è morto, Lemmy è morto e anche il rock non si sente tanto bene

by Enzo Baruffaldi
22 Gennaio 2016
in Musica
Bowie è morto, Lemmy è morto e anche il rock non si sente tanto bene

Mentre scrivo queste righe la timeline di Facebook è piena di citazioni e video tratti dai film di Ettore Scola. Su Tumblr è tutto un fiorire di gif con Mastroianni, la Sandrelli e Gassman. I messaggi più brevi e immediati sono già passati via Twitter, con relativi hashtag. Anche i canali televisivi questa sera hanno modificato i palinsesti all’ultimo minuto per mandare in onda vecchi classici del regista. È morto un altro personaggio famoso e importante, e quasi tutti quelli conosco (mi ci metto in mezzo anche io) si sentono chiamati in causa. Ci raccogliamo commossi intorno a qualche titolo, a una strofa, a una foto. Diventa una necessità dare notizia a mezzo social della propria relazione con quel personaggio, sottolineare quanto è stato significativo per noi, per la nostra generazione o per l’intera umanità qualche suo disco o film.

Da alcune settimane, però, sembra di non fare altro. Sembra di leggere sempre lo stesso, lungo e più o meno appassionato articolo (qualche frase riciclata qui e là si avverte). È un continuo ricapitolare chi siamo, tornare a raccontare come un artista ci ha cambiato la vita, la maniera in cui ha influito sulla nostra visione del mondo. Quante epifanie, quante lacrime calde. Non si era ancora spenta l’eco delle commemorazioni per David Bowie, addirittura scomparso pochi giorni dopo avere pubblicato l’album più importante e riuscito della sua ultima parte di carriera, che ci ha lasciato anche Glenn Frey degli Eagles, una delle band che hanno fatto la storia del rock mainstream americano. E così è ricominciata la sequela di articoli, editoriali, playlist, video rarissimi e interventi di chi l’aveva conosciuto in vita.

Qualcuno si è preso la briga di analizzare tutte, o quasi, le tipologie di “content curation” che sia i media che la gente comune (ma la differenza in queste occasioni sembra farsi più sottile e trasparente) hanno messo in campo per commentare la scomparsa di Bowie. Se preferite, ne trovate anche una versione più concisa e ironica su Collapse Board, il blog collettivo gestito dal leggendario giornalista Everett True. In ogni caso, qualunque sia l’atteggiamento che avete nei confronti degli artisti per cui si porta il lutto in quel momento, sono sicuro che ognuno di noi prima o poi finisce per ricadere in qualcuna di quelle categorie. Capita a tutti di voler mettere assieme una playlist di Spotify, ovviamente definitiva, o cercare su YouTube quel vecchio video, e solo quello, che ti aveva fatto scoprire un suono mai sentito prima. E tutti diremo, in un modo o nell’altro, non vedete come è importante? Sentite lo stesso che sento io?

 

 

Per restare alla cronaca, soltanto nello scorso mese di dicembre ci avevano lasciato Lemmy dei Motorhead, Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, e il produttore di musica elettronica Guru Josh, giusto per citarne alcuni a memoria. E ogni volta i necrologi erano stati puntuali, competenti, esaustivi. E ogni volta è stato come se il nostro essere ascoltatori, pubblico, persone a vario titolo immerse nella musica avesse subito un reboot. Sembrava che ognuno dovesse ripercorrere l’intero percorso fatto per arrivare fino a quel momento. Nessuno è stato zitto un attimo.

A nessuno piace venire messo di continuo in discussione, soprattutto se si comincia a essere in là con gli anni. A nessuno piace pensare di continuo alla morte. Ogni tanto qualche giornale tira in ballo La Morte del Rock, ma quello che leggiamo tra le righe parla della nostra morte. Piangiamo nell’ora della morte musicisti famosi che non abbiamo mai conosciuto né incontrato perché, in realtà, stiamo pensiamo alle persone care e vicine che abbiamo perduto, o perché ci rendiamo (conto con più acutezza del solito) che presto ne perderemo altre, o perché sappiamo che non molto tardi arriverà anche il nostro turno. Guardiamo questi personaggi vagamente mitologici che abbiamo costruito nella nostra testa allo scopo di produrre la musica che ci è servita per costruire noi stessi. Da una parte vogliamo con tutto il nostro cuore aggrapparci all’idea che nulla cambierà veramente, che il Rock resterà sempre lo stesso, con noi ragazzini al centro della pista. E con un fiume di parole continueremo a parlare sempre di Bowie e noi, Lemmy e noi, gli Eagles e noi. Avanti, chi sarà il prossimo?

Ma, dall’altra parte, non possiamo fare a meno di provare un grande, enorme, schietto senso di liberazione. Queste morti epocali sono, per l’appassionato di musica, l’equivalente dei cantieri stradali per i proverbiali umarell pensionati. Restiamo con le mani dietro la schiena a contemplare pilastri immortali crollare uno a uno. Eh, caro Lou Reed, è toccata prima a te, e noi siamo ancora qui. Mettiamo su un’altra volta “What Goes On?” Sarà anche per questo motivo che si vendono più dischi vecchi di quelli nuovi: per rifugiarci nella confortevole illusione che il tempo non stia passando anche per noi?

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Tags: cantante
Enzo Baruffaldi

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