10 cose che proprio non vanno del concerto del Primo Maggio, visto dalla tv

Come ogni anno un florilegio di momenti di raro imbarazzo catodico

Musica
di Simone Stefanini facebook 2 maggio 2016 16:00
10 cose che proprio non vanno del concerto del Primo Maggio, visto dalla tv

concerto primo maggio soundsblog

 

Ieri era il Primo Maggio, ma era anche domenica, che vanificava l’effetto “perlomeno non vado a lavoro”. Il Primo Maggio, lo sapete, è anche la festa dei lavoratori, ma siamo nel 2016 e ci hanno appena detto che quei 4 che hanno un contratto, non andranno in pensione. Quindi, più che il concertone a Roma in Piazza San Giovanni organizzato dai sindacati, ci saremmo aspettati una bella mobilitazione di massa volta a destituire il potere.

E invece. Il concertone come tutti gli anni segue le stesse regole, di fronte a un pubblico che in alta percentuale, la mattina seguente può dormire fino a tardi causa disoccupazione. Mamma Rai come al solito non ha tradito, rendendoci un programma tv approssimativo e oggettivamente difficile da vedere e ascoltare. Abbiamo riassunto in 10 punti chiave, cosa non abbiamo capito, cosa non c’è piaciuto e cosa sarebbe il caso di cambiare.

 

1) La grafica dell’evento

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Ce li vedo, i grafici che hanno avuto l’appalto del Concertone del Primo Maggio: colori! Smarmelliamo i colori a caso, che un po’ ricordano la bandiera arcobaleno ma diversi, meno gay friendly. Più etnici, con segni tipo raggi del sole, cose che vanno bene per un concerto in onore di Nelson Mandela nell’88, ma che poco si addicono al clima intorno alla festa del lavoro.

 

2) I fonici

Non dev’essere semplice curare l’audio di un concerto con tantissime band, tutte con un diverso set up, strumenti e amplificazione personale. Però quest’anno il tecnico audio davanti al mixer c’ha fatto le dormite, rendendo tutto una sagra di cassa e voce, con strumenti inconsistenti. Le band come i Thegiornalisti, che suonano con le basi, ne sono uscite malissimo, quantomeno dalla diretta televisiva. Un gran peccato.

 

3) La Bandabardò e i Modena City Ramblers di default, collasso e bella ciao

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Attenziò concentraziò, ritmo e vitalità, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Ma il diritto al lavoro, che c’entra con la guerra e i partigiani? E ancora, che c’entra con il bere vino fino a collassare? Ma soprattutto, la Bandabardò e i Modena, una volta finito il Primo Maggio, li insabbiano tra le fondamenta del palco, per poi gonfiarli all’edizione successiva e fargli ricantare le stesse canzoni? Dio mio, basta.

 

4) Le polemiche dei Marlene Kuntz sul fatto che l’Italia non sia abbastanza rock

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Ogni anno, una band viene tagliata via dall’imperizia della regia o dalla pubblicità. Il carrozzone è enorme e l’errore umano può capitare. Non ce li vedo gli organizzatori a chiamare i Marlene e poi chiuderli prima perché sono “troppo rock”. Se partecipi al concertone, lo sai che qualcosa può andare storto, su. Fare polemica come i ragazzini alle prime armi è sempre dequalificante.

 

5) I sagaci interventi di Luca Barbarossa e La Mario

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Neanche gli autori dei testi dovevano essere granché in forma. Complice una scelta registica dissennata, cioè quella di voler far parlare i due presentatori (Luca Barbarossa e Mariolina Simone) durante i pezzi o nelle pause, così da non sentire cosa stessero dicendo i musicisti, se ne sono usciti con frasi fatte, cliché ed errori grossolani, tipo presentare 1984 di Salmo quando il rapper aveva già finito l’esibizione e aveva già abbandonato il palco. Il brutto della diretta.

 

6) L’incomprensibile successo di Fabrizio Moro

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Ce lo domandiamo in tantissimi: Fabrizio Moro, di lavoro, che fa? Cioè, a parte quando partecipa a Sanremo o al Concertone, poi, nella vita, come si guadagna a vivere? Personalmente non conosco gente che possa vantare d’essersi recata ad un concerto di Fabrizio Moro, tuttavia ieri sera è stato accolto come Elvis reincarnato, tutti cantavano le sue canzoni a memoria e boh, son sempre qui che non me lo so spiegare.

 

7) L’omaggio a Prince, a caso

Temutissima, sta cosa dell’omaggio jazz a Prince, per nessun motivo assimilabile al concetto del lavoro, se non per il fatto che lui, per ovvi motivi, non lavora più. Petra Magoni prova tutti i vocalizzi del suo lungo repertorio, con sguardo da bambina di Satana, mentre l’Orchestra Operaia fa le dissonanze, diminuisce le note, crea momenti di reale imbarazzo acustico nonostante l’intenzione fosse delle migliori.

 

8) Max Gazzè con la maglietta dei Jesus & Mary Chain

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Troppo facile indossare la maglietta degli imperatori dello shoegaze mentre suoni con la Fanfara Tirana al Primo Maggio. Sono cose che fanno male a chi ci crede.

 

9) La pubblicità del canone della Rai sui Calexico

Uno aspetta le ore per vedere una delle band che ha amato nel corso della giovinezza, quei Calexico che suonano da una vita nei circuiti indipendenti e che in Italia fanno da backing band a Capossela mentre suona il liscio da balera. Iniziano con Crystal Frontier, è bello sentirli ancora, nonostante la cornice. Ma alla Rai non gliene frega nulla e manda la pubblicità, per 3 o 4 minuti, nel mezzo della performance. Non contenta, ci mette dentro anche quella del canone Rai, giusto per fartelo pagare più volentieri.

 

10) Le magliette del Che Guevara, i rasta, lo ska, il vino e la festa. Festa di cosa, precisamente?

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I cliché hanno rovinato la sinistra italiana. Le danze balcaniche col fiasco del vino in mano, i bonghi, le maglie del Che e la musica che nessuno del paese reale ascolta. Nel 2016, perché dover festeggiare il lavoro che non c’è, i contratti capestro, l’inutilità del sistema di previdenza sociale, lo stage gratuito, il mobbing, i ricatti, il terrore della maternità e del licenziamento, la giusta paga ridicola, il lavoro nero e l’immensa disoccupazione, tirando fuori la stessa formula già stantia durante le occupazioni liceali degli anni ’90?

Possibile che non ci si possa smarcare dal luogo comune del tipo di sinistra che litiga contro la sinistra al governo per un lavoro che comunque non andrebbe mai a fare? Dal momento che non capita spesso che la musica si prenda un’intera giornata di diretta tv, sarebbe bello se essa servisse anche per incuriosire, far lavorare la mente e conoscere nuove band davvero valide, in mezzo alle storie di precariato. Tanto più che buona parte di quelli che suonano, sono già precari per definizione.

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