Il governo italiano si prepara a fissare la data del referendum sulla riforma della giustizia, con la decisione attesa per il prossimo Consiglio dei ministri di lunedì.
Tra le ipotesi più accreditate figura quella del 22 marzo, una data che rappresenta un compromesso rispetto alla volontà iniziale della maggioranza di anticipare il voto al primo marzo. Tuttavia, la scelta ha già scatenato un acceso confronto politico e istituzionale, con i comitati promotori della raccolta firme e le opposizioni che puntano a un rinvio più ampio.
La normativa e le tempistiche per il referendum sulla giustizia
La decisione del governo si basa sull’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, che regola l’indizione del referendum. Tale normativa stabilisce che l’esecutivo deve indire la consultazione entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di cassazione, avvenuta il 18 novembre 2025. Inoltre, il voto deve svolgersi in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto di indizione.
Seguendo queste indicazioni, il governo ha dunque il termine del 17 gennaio per ufficializzare la data, con la scelta del 22 marzo che rispetta questi parametri e prova a evitare una compressione eccessiva dei tempi. Il tema della data non è però solo tecnico: il dibattito si è rapidamente trasformato in un confronto politico acceso. Il comitato di cittadini che raccoglie le firme per una nuova consultazione ha già annunciato un ricorso contro il calendario imposto, lamentando che la raccolta delle 500 mila firme necessarie – attualmente ferme a poco più di 265 mila – non potrà concludersi entro il 30 gennaio se si procede con l’indizione imminente.
Le opposizioni, tra cui Pd, Avs e M5s, contestano la decisione del governo, chiedendo un rinvio del voto a dopo Pasqua per consentire una campagna informativa più estesa e per aumentare le possibilità di successo del fronte del No. Federico Gianassi, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha sottolineato l’importanza di non comprimere le scadenze e di rispettare i tempi per la raccolta firme. Dal canto suo, il governo sostiene che la legge imponga la decisione entro metà gennaio, e che la data del 22 marzo sia già un compromesso per stemperare le tensioni, in linea anche con le indicazioni del Quirinale, che vorrebbe evitare un’escalation polemica.

Il clima resta comunque teso, con il comitato promotore della raccolta firme pronto a impugnare la decisione governativa in tutte le sedi, compresa la Corte Costituzionale. Carlo Guglielmi, portavoce del comitato, ha espresso la determinazione a difendere il diritto a un referendum svolto secondo regole e tempi equi. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali, ha sottolineato durante un evento del comitato Giustizia Sì come sarebbe “spiacevole se la raccolta firme si trasformasse in un tentativo di evitare il voto popolare invece di affrontare la riforma nel merito”.
Pur riconoscendo che il 22 marzo è una data più dilatata rispetto al primo marzo ipotizzato inizialmente, Petrelli ha evidenziato l’importanza di utilizzare questo tempo per informare adeguatamente i cittadini sulle ragioni della riforma. Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, ha invece mostrato ottimismo, dichiarando di non temere una data anticipata e di essere pronto a condurre una campagna efficace anche con tempi ristretti.
Il voto referendario sulla giustizia si profila dunque come un appuntamento cruciale, accompagnato da un acceso confronto politico, giuridico e civico che si protrarrà fino alla consultazione delle urne.

