Un’analisi epidemiologica di lungo periodo torna a mettere al centro il possibile legame tra infezioni virali comuni e patologie neurologiche complesse. Secondo una ricerca pubblicata su Neurology Open Access, aver contratto la mononucleosi infettiva associata al virus di Epstein-Barr è correlato a un aumento significativo del rischio di sviluppare sclerosi multipla, pur in presenza di una bassa incidenza assoluta della malattia.
Una ricerca su larga scala con oltre vent’anni di dati
Lo studio, condotto dalla Mayo Clinic di Rochester, ha preso in esame i dati clinici di migliaia di individui seguiti per oltre due decenni. Il campione includeva 4.721 persone con diagnosi confermata di mononucleosi e un gruppo di controllo composto da 14.163 soggetti con caratteristiche simili per età e sesso, ma senza precedenti di infezione.

Il periodo medio di osservazione è stato rispettivamente di sei e otto anni. Durante il follow-up, i ricercatori hanno monitorato l’insorgenza di nuovi casi di sclerosi multipla, applicando modelli statistici multivariati e includendo variabili come fumo, comorbilità, etnia e condizioni psicologiche. I dati sono stati inoltre sottoposti a una revisione indipendente per rafforzarne la validità.
Rischio relativo triplicato, ma incidenza contenuta
I risultati mostrano una differenza chiara tra i due gruppi. Tra coloro che avevano contratto la mononucleosi, sono stati registrati otto casi di sclerosi multipla (0,17%), contro dieci casi (0,07%) nel gruppo di controllo.
Tradotto in termini epidemiologici, il rischio relativo appare oltre tre volte superiore nei soggetti con infezione pregressa da virus di Epstein-Barr, in particolare se contratta durante adolescenza o età adulta. Tuttavia, gli stessi ricercatori sottolineano che il rischio assoluto rimane basso, un elemento centrale per interpretare correttamente i dati.
Il virus di Epstein-Barr, appartenente alla famiglia degli herpesvirus, è estremamente diffuso a livello globale e nella maggior parte dei casi provoca infezioni asintomatiche. Quando invece si manifesta clinicamente, può dare origine alla mononucleosi, nota anche come “malattia del bacio”.
L’associazione con la sclerosi multipla è considerata ormai solida in letteratura, ma non esistono prove definitive di un rapporto causale diretto. La responsabile dello studio, Jennifer L. St. Sauver, ha ribadito che “la maggior parte delle persone che ha avuto la mononucleosi non svilupperà mai problemi neurologici”, pur riconoscendo la necessità di approfondire il fenomeno.
Le ipotesi biologiche: il ruolo del sistema immunitario
Sul piano fisiopatologico, una delle ipotesi più discusse riguarda il cosiddetto mimetismo molecolare. Secondo questo modello, il sistema immunitario, dopo il contatto con il virus, potrebbe attaccare erroneamente la mielina, la guaina protettiva delle fibre nervose, innescando processi tipici della sclerosi multipla.
Si tratta però di una spiegazione ancora in fase di studio, che non implica automaticamente un nesso diretto tra infezione e malattia. La complessità della sclerosi multipla suggerisce infatti un’origine multifattoriale, in cui entrano in gioco fattori genetici, ambientali e immunologici.
Gli autori evidenziano alcune limitazioni metodologiche, in particolare la durata del follow-up, che potrebbe non essere sufficiente a intercettare tutti i casi di sclerosi multipla, spesso diagnosticata anche molti anni dopo l’esposizione a fattori di rischio.
Nonostante ciò, i risultati rafforzano l’interesse scientifico verso strategie di prevenzione dell’infezione da Epstein-Barr, considerate una possibile leva per ridurre l’incidenza della malattia nel lungo periodo.
La sclerosi multipla, pur restando una patologia relativamente rara, viene diagnosticata prevalentemente in età adulta e comporta un impatto rilevante in termini di qualità della vita, costi sanitari e gestione a lungo termine.
I dati dello studio indicano che lo 0,17% dei soggetti con storia di mononucleosi ha sviluppato la malattia, rispetto allo 0,07% tra chi non ha mai contratto l’infezione. Percentuali che confermano un aumento relativo del rischio, ma anche una bassa probabilità assoluta, elemento chiave per una corretta interpretazione clinica ed epidemiologica.
