Society
di Simone Stefanini 14 novembre 2018

A diventare poveri ci si mette un attimo

La nuova povertà è più subdola, perché ti dà l’illusione che non ti riguardi

Non vorrei mai scrivere sulla povertà, perché non so cosa sia la vera povertà, quella di quando ti manca da mangiare e la tua vita è in pericolo in ogni momento della tua esistenza. È una forma di rispetto paraculo che mi impedisce di paragonarmi ai bambini del terzo mondo, un po’ come quando da piccolo tua mamma ti dice di finire la roba nel piatto pensando a chi muore di fame e te non ci pensi davvero se no ti passa l’appetito. C’è un però? Sì. Il però è la soglia dell’acqua che un momento prima ce l’hai alle caviglie e il momento dopo è già alla gola.

Questa storia, come quasi tutte, nasce da un confronto: pubblico su Facebook uno status/lamentela su una giornata storta in cui è capitata una spesa improvvisa che mi ha rovinato l’umore e un contatto commenta: dovremmo parlare di più di questa nuova povertà. Sulle prime titubo, perché non sono un economista né un povero col bollino blu, però di acqua alla gola ne so qualcosa e magari due parole in fila riesco a metterle. Se bisogna cantare nei tempi bui allora bisogna cantare dei tempi bui, di chi era, di Brecht?  Comunque funziona anche se la citazione non è corretta.

Bene, la nuova povertà, la povertà indie, la povertà 2.0 non è in alcun modo assimilabile a quella vera, ma vive di terrori cosmici, quasi lovecraftiani, quando il bonifico non arriva in tempo, quando lo stipendio non basta, quando il lavoro inizia a mancare e neanche Jovanotti col suo immotivato ottimismo la prenderebbe a ridere. Non si parla solo di chi svolge mestieri creativi, quelli in cui quasi tutti si sono ritrovati almeno una volta a lavorare gratis o in nero sperando che quel contatto portasse un qualche beneficio futuro, ma di tutti i lavori della ex classe media, dipendenti o autonomi che siano.

Definiamo ex classe media: quella che vista da fuori non gli manca nulla ma poi gli basta un niente per affogare. Mettiamo coppia con figlio e casa in affitto. Un’auto e un motorino, le bollette in ordine, il cane con le crocchette, prima avevano Sky ora Netflix che costa meno, due smartphone, la spesa e tutto il resto. Due stipendi normali italian style, cioè che arrivano sì e no a 2800 euro al mese, sommati. Più no che sì. Ogni mese riescono a far quadrare i conti e tentano pure di risparmiare 100 o 200 euro finché non sopraggiunge l’orrore: la spesa imprevista. Non il tablet che si rompe e si deve comprare nuovo eh, quello può attendere. Si parla della macchina guasta, dell’apparecchio del dentista, dell’avvocato e di qualunque altra situazione inaspettata da risolvere in breve tempo, con un’iniezione di soldi notevole.

Mettiamo che la coppia da pubblicità che ho citato prima non abbia genitori ricchi che possano toglierla dai guai grazie al benessere raggiunto nei favolosi anni ’80: dove li trovano ‘sti soldi? Possono provare con un prestito bancario, ammesso che gli venga concesso, che abbiano regolare contratto etc., ma una volta estinto quel debito, inizia il nuovo debito mensile, che va a sommarsi alle spese di tutti i giorni. Il livello dell’acqua sale e la normalità, per qualche anno, diventa più ansiogena. Quell’ansia che non ti fa cambiare il lavoro che odi per paura di non trovarlo più e di rimanere sotto il proverbiale ponte, che ti abbassa drasticamente la qualità della vita, ti rende più incazzato del normale e tu come un domino, vai a inquinare anche la vita degli altri. Mettiamo due spese improvvise insieme: disastro.

Che sfiga eh? Ma capitano. E non ho ancora parlato dei funerali, che per far sparire un cadavere si spendono cifre inaudite, così come per entrare in possesso dell’eredità. Fortuna che l’esperienza è una tantum, ma si fa sentire. Calcolate che per ora ho parlato della situazione più rosea, quella in cui si può contare su due stipendi, ma mica tutti stanno in coppia, neanche da adulti, e lì le cose si complicano. Affitto mono/bilocale, lavoro da meno di 1500 €/mese, spese di cui sopra e in più, un po’ di vita sociale per sdoganarsi dal monolocale e dall’autoerotismo. La spesa imprevista è uno tsunami. Il cinema costa 8 euro, un concerto al palasport minimo 60 euro, l’aperitivo con gli amici, tre bevute, supera i 20 euro, la discoteca porta via un cinquantino a sera, la cena fuori ce n’è per tutti i gusti ma ricordati di finire tutto all’all you can eat cinese altrimenti paghi gli avanzi.

Pensate ora a quelle famiglie in cui lavora uno solo dei componenti, ai giovani-non più giovani che non riescono a trovare un lavoro stabile prima dei 30 anni e dopo i 30 anni sono considerati vecchi, ai licenziati di mezza età, ai separati coi figli a carico, alle donne che nel 2018 hanno ancora meno diritti degli uomini e vengono pagate di meno. A milioni di italiani che guadagnano meno di 1000 euro al mese e devono comunque campare in questa società. La faccio breve per non cadere nei patetismi: se non hai soldi per uscire, starai in casa. Se non hai soldi per la pay tv, guarderai quella normale. Se non hai soldi per la PlayStation 4, giocherai ai giochini per il cellulare, quelli gratis che lo imballano di virus. Se non hai soldi per la Jeep Renegade, continuerai a guidare la Panda a metano. Se non hai soldi per la palestra, pazienza, la panza va di moda. Se non hai soldi per fare le vacanze, starai a casa. Va pure bene, sono tutte rinunce fattibili, ma senza neanche la possibilità di sognare le rose, oltre al pane, mica si vive sereni.

Già immagino gli hater professionisti darmi del superficiale, perché parlo di cinema, videogiochi, palestra e non di soldi per mangiare o per la casa, senza che si siano soffermati neanche un momento a pensare a cosa li abbia resi cani rabbiosi che devono litigare su tutto, senza rendersi conto che il loro malessere è il mio e quando ci si ammala di questa povertà si diventa cattivi, si perde l’empatia, si cerca la svolta anche a costo di metterlo in quel posto al nostro vicino. Perché la povertà non tocca solo il conto in banca, ma anche l’umanità, la cultura, la voglia. Ci rende apatici e depressi, ci fa cercare i capri espiatori, ci fa votare quelli che declamano di averla abolita, la povertà.

Ma quella si propaga come l’influenza a dicembre: qualcuno la prende leggera, qualcuno pesante, qualche altro pensa di averla superata e invece la stronza ritorna. Hai voglia di farti gli anticorpi, con l’acqua alla gola, costantemente, vivi male. Ecco cos’è la nuova povertà. Senza strumenti culturali e psicologici, insieme a quelli economici, sarà impossibile venirne fuori, perché vivere in questo modo è una costante gara di resistenza in cui prima di essere eliminati, giocheremo sporco per far eliminare qualche altro povero cristo che come noi tira a campare.

EDIT: se pensate che vi abbia depresso oltre il consentito, sappiate che sono stato un signore e non ho neanche tirato fuori la parola pensione. Ops.

Immagine anteprima: Folla di Luca Barberini, via

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