Society
di Valerio Millefoglie 21 Settembre 2017

Un pomeriggio con i Corelli Boys di Milano, la prima squadra di calcio migrante

Abbiamo seguito l’allenamento dei Corelli Boys: una squadra di richiedenti asilo politico che richiede di entrare nel campionato di calcio

Il volo che parte un venerdì pomeriggio di settembre alle 15:00 dall’aeroporto di Milano-Linate è diretto a Roma-Fiumicino. Alle 15:05 partono invece due aerei, uno per Francoforte e uno per Londra. I passeggeri, accostandosi al finestrino, possono vedere sotto di loro il parco Forlanini. Un gruppo di ragazzi sta giocando a calcio, da quell’altezza la palla non si vede. Se ne intuisce l’invisibile traiettoria guardando i movimenti delle maglie rosse indossate dai giocatori. Su quelle maglie c’è scritto Futuro Corelli.

Il Centro di Accoglienza Straordinaria di via Corelli a Milano ospita più di cinquecento richiedenti asilo politico. L’associazione NoWalls, i volontari e l’allenatore augurano a tutti loro un futuro. Loro, sono i Corelli Boys: la prima squadra di calcio migrante.

 

“L’anno scorso abbiamo deciso di regalare la maglia alla squadra”, dice Luis Platino. Ha trentasei anni, è arrivato in Italia sette anni fa da Lima ed ha preso il patentino per allenatori UEFA. In Perù faceva due lavori: il calciatore e aiutava suo zio, Chistes De Manolo Rojas. “È un comico molto famoso, guidavo il furgone per portarlo da uno spettacolo all’altro”. Mi mostra una foto sul cellulare, la squadra del Sien Carabaya del Perù, e mi racconta: ”Ho iniziato a giocare a calcio all’età di quindici anni, nel ruolo di portiere”. Il ruolo di allenatore invece risale al 2015.

“Lavoravo all’Expo, ero addetto alle pulizie del padiglione del Brasile. Un giorno io e due miei colleghi siamo stati invitati a un torneo di calcio contro il razzismo. Lì ho conosciuto Angela Marchisio”. Sulla testata online ImperiaPost si legge: “Da imprenditrice a maestra di italiano per migranti. È la storia di Angela Marchisio, 50 anni, nata a e cresciuta a Pieve di Teco, che ora vive con la figlia a Milano”. ScuolAperta è un altro progetto del centro di via Corelli, lezioni di alfabetizzazione legate, ora vedremo in che modo, anche a questo progetto d’integrazione sportiva.

Angela Marchisio, due mesi dopo il torneo contro il razzismo, chiama infatti Luis per proporgli di allenare una squadra di richiedenti asilo politico. “C’erano cinquanta persone e un solo pallone – ricorda Luis – così ho portato tutti i palloni che avevo a casa. Da quel giorno le regole sono solo due. Primo: tutti i giocatori devono andare a scuola, pena l’esclusione dagli allenamenti. Secondo: qui si parla solo italiano”.

 

Luis Platino, l’allenatore dei Corelli Boys  Luis Platino, l’allenatore dei Corelli Boys

 

“My baby, dance to the Lagbaja. Make I take you to Gwagwalada, Eva-Eva oh baby you too sweet, fajaba”, sono le parole di Pana, una canzone di Tekno Miles, cantante nigeriano che nei suoi versi cita Lagbaja, un altro cantante africano, e che escono dallo smartphone di un giocatore appena arrivato qui in bicicletta per gli allenamenti. I Corelli Boys sono in diciotto, “A volte arrivo qui e ne trovo trenta – dice Luis – Io non mando via nessuno. Il mio sogno è di farli entrare nel campionato FIGC”. E non è solo il suo sogno. Su Musicraiser è stato lanciato un crowfunding per finanziare il progetto.

Il goal è di 5000 euro che serviranno, come si legge sul sito, “Prima di tutto a iscrivere la squadra a un campionato ufficiale, che inizi a ottobre e finisca a maggio” e poi “a raccogliere materiali e sostenere la scuola di lingua italiana nata all’interno del Gas di via Corelli. Imparare l’italiano è fondamentale per i nostri ragazzi”. Per ora partecipano a tornei amatoriali e amichevoli. La prima partita ufficiale nel 2016 ha visto i Corelli Boys giocare contro la squadra dei poliziotti. I Corelli Boys hanno perso 2 a 0.

 

Due giocatori della squadra si allenano al parco Forlanini di Milano  Due giocatori della squadra si allenano al parco Forlanini di Milano

 

Samba Sow si è appena iscritto a un corso da cameriere ed è il capitano. E’ originario di Casamance, Senegal meridionale, dove dal 1982 è in corso un conflitto interno che vede contrapposti i movimenti indipendentisti che vogliono uno stato autonomo contro il governo centrale. Secondo RTS Senegal, la radiotelevisione senegalese, “intere aree rurali sono state seminate con mine anti-uomo, villaggi e campi sono stati abbandonati e sanguinarie rappresaglie su entrambi i fronti delle forze hanno aperto profonde ferite, generando una forte richiesta di pacificazione nella maggioranza della popolazione”.

Da due anni Samba è in Italia e nei Corelli Boys, “Qui c’è la pace per la mia vita”, dice. Intanto Luis mi spiega che alcuni giocatori stanno discutendo su chi deve andare in porta perché oggi manca il portiere principale, ha trovato lavoro in una panetteria e spesso fa la notte. “In Gambia facevo il parrucchiere. In Italia il difensore”, dice un ragazzo che si poggia su un ombrello come a un bastone da passeggio. “Ogni tanto qualcuno deve pregare e allora ci fermiamo tutti e lo aspettiamo – dice Luis e poi spiega – All’interno della squadra ci sono giocatori provenienti da luoghi tra loro in conflitto ma qui in campo non c’è guerra”. Nigeria, Gambia, Mali, Costa d’Avorio, Togo, via Corelli- Parco Forlanini, 24 minuti a piedi, 2 km.

 

Samba Sow, capitano dei Corelli Boys  Samba Sow, capitano dei Corelli Boys

 

A fine allenamento seguo Noumoudji, un ragazzo di vent’anni, nato a Dioni, in Mali. Quest’anno la sua richiesta di asilo è stata accolta. Lo accompagno allo Sprar di Casa Monluè dove risiede. Ci lasciamo alle spalle il traffico di automobili che congestiona viale Forlanini, non andiamo dove vanno gli aerei, attraversiamo strade secondarie, di campagna, sottopassaggi, lavori in corso, parliamo poco. Mi appunto solo queste frasi, “Dentro la barca pensi alla morte. Qualche volta le persone in barca perdono la strada. Sono rimasto un giorno e una notte in acqua, ho mangiato solo biscotti, bagnati”.

Lo aspetto qualche minuto all’esterno dello Spar. Esce con un plico di carta, mi consegna una copia del “Verbale delle dichiarazioni rese nell’audizione personale”, la sua storia personale, che l’ha portato qui. L’ultima sua dichiarazione, scritta nella pagina finale, è questa: “Ringrazio tutti gli italiani per avermi salvato e quindi li ringrazio tantissimo”.

 

La squadra di calcio dei Corelli Boys a fine allenamento  La squadra di calcio dei Corelli Boys a fine allenamento

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