Society
di Chiara Longo 23 Ottobre 2018

L’aneme di muert e Is animeddas, gli unici veri Halloween italiani sono in Puglia e Sardegna

Zucche intagliate e bambini travestiti che girano chiedendo dolci: vi ricorda qualcosa?

Tradizione e novità, uno scontro che sembra tornare d’attualità ogni anno, quando ci si avvicina a Halloween. Sui social network ci si divide tra entusiasti della ricorrenza e persone che invece si scagliano contro l’importazione di questa festa e relativi rituali. Andando a scavare nelle tradizioni italiane, però, si scopre che riti simili a quelli statunitensi sono diffusi in Italia da secoli e hanno fatto segnare un ritorno di fiamma proprio grazie a Halloween.

Qualche giorno fa la mia amica Dominique, che viene da un paesino vicino Cagliari, ha pubblicato su Facebook uno status in cui raccontava di alcune tradizioni sarde. In Sardegna si festeggia da sempre “Il bene delle anime” ossia “is animeddas” denominazione corrente nel sud dell’isola, e “su mortu mortu” tipico delle zone del nuorese. Il nome cambia a seconda della zona dell’isola ma tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre anche nei paesi della Sardegna la tradizione è del tutto simile a quella anglosassone. I rituali hanno analogie davvero impressionanti con quelli della festa americana, con zucche intagliate e bambini che bussano di casa in casa chiedendo doni.

Nel Campidano e nel sud dell’isola i bambini vanno a chiedere, di porta in porta, qualche dono per le “piccole anime”, da cui il nome “is animeddas”. Anticamente ai bambini venivano donati dolci preparati in casa come le pabassinas, su pani de saba e soprattutto un dolce che merita attenzione anche per il nome che lo caratterizza, ossu de mottu (osso di morto), a cui venivano aggiunti poi altri doni come le melagrane, le castagne e la frutta secca. Al centro della Sardegna era più diffusa la tradizione de “su mortu mortu”. I bambini suonano ai campanelli delle case dicendo di essere “su mortu mortu” e ad essi vengono regalate castagne, dolci di miele ed uva passa, soldini.

Gli adulti per contro ricordano i loro morti con una cena frugale, raccogliendosi poi intorno al camino per raccontare fatti del passato o leggende della zona. Finita la cena, si lascia la tavola apparecchiata per i defunti tutta la notte ed in alcuni paesi anche le credenze rimangono aperte perché questi possano nutrirsi. Anche la zucca non è una prerogativa di Halloween. In Sardegna venivano intagliate a rappresentare esseri spettrali, per far divertire e spaventare i bambini. Nelle case invece si accendevano le lampade a olio (lantias), una per ogni defunto di famiglia. In altre zone della Sardegna, soprattutto nel Sarrabus Gerrei, nel sud-est dell’isola, ai bambini venivano date delle piccole forme di pane somiglianti a delle coroncine. Ancora oggi in alcune zone della Sardegna sopravvive questa tradizione tipica dell’isola, magari invece che pane o dolci genuini vengono date ai bambini delle caramelle o cioccolato, ma rimane vivo il ricordo antico delle “animeddas” o dei “mortu mortu”.

La Sardegna non è l’unica regione d’Italia con tradizioni di questo tipo, esiste infatti anche un antico rituale tipico del paesino pugliese da cui proveniva mio nonno materno, Noci, in provincia di Bari. Da piccoli, il 2 di novembre, le nostre nonne ci prestavano i loro vestiti per fingerci anziani e andare a bussare alle porte del vicinato, con un sacchetto in cui raccogliere dolciumi. Ovviamente la tradizione vorrebbe che si distribuiscano fichi e altra frutta secca, che i miei nonni consideravano alla stregua delle nostre caramelle e dei nostri cioccolatini, quando i dolci industriali erano una realtà completamente sconosciuta in Puglia o, per i bambini di città, un’occasione più unica che rara di assaggiare dolcezze riservate solo ai giorni di festa.

La tradizione vuole che i bambini alla porta pronuncino la formula:
All’aneme di muerte m’ha dé do fiche?” (Per l’anima dei morti, mi dai due fichi?)
Si risponde: “Addò l’ha mette?” (Dove li metterai?)
I bambini concludono: “Jinde o viddiche” (Nell’ombelico)

Il dialogo è breve e abbastanza chiaro, tranne forse per l’ultima parte, dove “nell’ombelico” potrebbe stare a significare sia “nella pancia”, quindi che i fichi saranno ovviamente mangiati, ma potrebbe anche ricordare l’uso di utilizzare la maglietta o il grembiule arrotolati sulla pancia a mo’ di sacchetto in mancanza di un sacchetto o una bisaccia.

Il rituale si svolge la sera del 2 novembre, e non il 31 ottobre come nella tradizione americana, e anche in Puglia come in Sardegna si usava lasciare la tavola apparecchiata per il ristoro delle anime dei cari defunti. Per questo i bambini di Noci per impersonare le anime dei parenti scomparsi si vestono con i vestiti dei nonni, con scialli, ampie gonne scure, bastoni e coppole, chiedendo cibo con cui sfamarsi.

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