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di Simone Stefanini 30 maggio 2018

Gli androidi si ribellano agli orribili esseri umani in Detroit: Become Human

Detroit: Become Human è un gioco che indaga la coscienza e l’anima degli androidi, nel frattempo ci fa sentire piccoli con le nostre contraddizioni e le nostre cattiverie

Detroit: Become Human è un’avventura interattiva creata da David Cage per Quantic Dream in esclusiva per PlayStation 4. David Cage lo conoscete per aver creato altre due avventure con una grafica avveniristica e spettacolare: Heavy Rain e Beyond: Due anime.

Questa volta, già solo guardando il trailer abbiamo avuto l’impressione di stare per assistere a un capolavoro, impressione assolutamente confermata dopo aver giocato al gioco completo, che abbiamo avuto il piacere di avere in un media kit esageratamente bello.

Partiamo dai fondamentali: un’avventura di questo tipo si gioca e si rigioca come un LibroGame, perché ogni combinazione di tasti, ogni scelta anche minima modifica la storia e il destino dei protagonisti. Detroit: Become Human è un film interattivo in CGI con una resa grafica incredibile e una trama davvero interessante.

 

 

Ambientato nel 2036, parla di una società in cui gli androidi sono un prodotto commerciale di CyberLife che va per la maggiore, utilizzato per tutti i lavori pericolosi o noiosi, dal pulire casa e accudire gli anziani all’investigazione sui luoghi del delitto. All’inizio del gioco capiamo subito che qualche androide è impazzito e ci occupiamo subito di uno che ha rapito una bambina. Man mano che l’esperienza di gioco va avanti, interpretiamo 3 androidi: Kara, Markus e Connor, ognuno con la propria mansione e i propri crucci.

 

 

I robot infatti non sono visti bene da molti umani,  che li trattano come schiavi o li contestano duramente, picchiandoli e urlando cose tipo “Basta, ci rubano il lavoro”. Vi ricorda qualcosa? Il sentimento che cresce in noi giocatori è quello della rabbia di far parte di una delle tante minoranze da sempre vessate e bullizzate per il colore della pelle, per un handicap, per la forma fisica o per tutte quelle cose che fanno tanto male al cuore.

Gli androidi di Detroit: Become Human diventano subito l’allegoria della rivalsa, la nostra, di fronte a tutte le ingiustizie che abbiamo dovuto subire nella vita e spesso odiamo gli umani, il nostro stesso popolo, per la propria natura dominante e fondamentalmente cattiva.

 

 

Di sicuro Detroit: Become Human è un gioco adulto che acquisisce livelli e sfumature quanto più ci sentiamo parte della storia ed è un omaggio a tutte le grandi opere che hanno per protagonisti i robot, dai libri di Asimov a Blade Runner e Westworld, forse le referenze più centrate e palesi, ma non solo. Her di Spike Jonze, Ruby Sparks, Terminator, A.I. di Spielberg fino a I’m a Cyborg but That’s Ok di Park Chan-wook, i manga Alita o Video Girl Ai.

Nel gioco si indaga l’anima dei robot, la coscienza degli androidi, la propria identità rispetto agli altri e alla fine ci sentiamo legati stretti stretti ai personaggi che abbiamo gioiosamente e faticosamente interpretato.

 

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