5 validi motivi per fare la maratona di Fantaghirò su Netflix

Tutti pazzi per Fantaghirò su Netflix. Retromania, nostalgia canaglia o c’è qualcosa di più?

TV e Cinema
di Eva Cabras 18 dicembre 2017 10:04
5 validi motivi per fare la maratona di Fantaghirò su Netflix

Fantaghirò serie anni 90

 

Continua la corsa all’aggiornamento per Netflix, che arricchisce il suo catalogo con nuove produzioni seriali italiane, pescando prevalentemente dal vasto repertorio di fiction offerto dal nostro paese. Con il Natale in arrivo, la piattaforma di streaming ha fatto jackpot grazie alla serie completa di Fantaghirò, il ciclo di miniserie, ideate da Lamberto Bava, ambientate in un fatato medioevo posticcio. Milioni di italiani sono andati in brodo di giuggiole, dagli amanti dello sceneggiato che divorano Don Matteo ai trentenni nostalgici che nella Grotta dalla Rosa d’Oro hanno lasciato un pezzo idealizzato della loro infanzia.

Fantaghirò venne trasmesso infatti per la prima volta il 22 dicembre 1991, diventando quasi istantaneamente un classico di Natale, di quelli riproposti a reti unificate ogni anno intorno alla Viglia. Per i bambinetti cresciuti a pane e film Disney, vedere principesse, maghi, mostri e cavalieri in carne e ossa fu una rivoluzione, fu amore a prima vista, con particolare predilezione da parte delle bambine, perché comunuque la protagonista era una donna. Se pensiamo che nello stesso anno andò in onda anche I segreti di Twin Peaks potremmo avere la tendenza a sottovalutare il ruolo di Fantaghirò nella storia della tv, ma sarebbe un errore, come segretamente vi sta dicendo il vostro Io bambino dal profondo dell’inconscio. Vi diamo 5 buone ragioni per buttarvi senza rimorso nella maratona di Fantaghirò. Prego, non c’è di che.

 

La principessa guerriera

 

Era il 1991 e nella tv italiana non c’era grande offerta di eroine femminili. Eravamo ancora lontani dall’esordio di Xena e Buffy, rispettivamente trasmesse dal 1995 e 1997, ma avevamo già visto una ragazza impugnare una spada con Lady Oscar. C’era proprio piaciuta l’idea di infischiarcene dei ruoli di genere, di rivendicare con orgoglio la sfacciataggine e il look da maschiaccio, quindi l’arrivo di Fantaghirò e il suo iconico caschetto (l’abbiamo poi portato per anni) fece accendere in molte bambine la scintilla della ribellione. Prendiamo per esempio il capitolo sull’infanzia della principessa: non vi sembra esattamente l’antenata di Arya Stark in Game of Thrones? Ovviamente la protagonista interpretata da Alessandra Martines conserva la grazia e il cuore di una principessa classica, ricoperta dalla retorica simil-femminista più letterale e stucchevole mai vista, ma fu pur sempre un inizio. Nella serie c’è addirittura un prototipo di personaggio gender fluid, incarnato dalla Strega Bianca che è anche Cavaliere Bianco che è anche topo che è anche oca, che al mercato mio padre comprò.

 

 

Il fantasy made in Italy

 

Dopo il grosso successo riscosso da Fantaghirò, Lamberto Bava si imbarcò in altre miniserie televisive a tema fantasy, tutte pienamente inserite nel trend anni ’90: Desideria e l’anello del drago, La principessa e il povero, Sorellina e il principe del sogno. Dopo di loro, il genere cadde nel dimenticatoio, facendo spazio alle fiction tipiche del palinsesto italiano a base di biografie, serie in costume e attualità politica (da dove pensate che arrivino Gomorra e Suburra?). Fantaghirò fu il precursore di questa parentesi atipica, in cui trovavano posto la magia, il racconto epico con il gender swap, gli animali parlanti e le foreste incantate. Assoluta nota di merito, la colonna sonora del Maestro Amedeo Minghi.

 

 

Italo Calvino e Lamberto Bava

 

Che strana coppia vista così, ma alla realizzazione di Fantaghirò hanno contribuito entrambi. La serie è infatti liberamente ispirata a Fanta-Ghirò, persona bella, racconto inserito da Calvino nella raccolta del 1956 Fiabe Italiane e prodotto della tradizione orale di Montale, un piccolo comune di Pistoia, in Toscana. Il materiale fu poi raccolto e manipolato da Lamberto Bava, figlio del Maestro Mario Bava, che firma la regia di tutti i capitoli della saga, dall’1 al 5. Dell’arte del padre, regista horror tra i più conosciuti fuori dall’Italia, Lamberto porta nel mondo fatato di Fantaghirò la colorazione delle scene, le luci blu e rosse che creano un ambiente espressionista pop seguendo lo stile di film ben più terrorizzanti come I tre volti della paura (M. Bava) ma anche Suspiria e Inferno di Dario Argento, fedele seguace di Mario Bava. Fuori dall’ambiente televisivo, il giovane Lamberto è prevalentemente dedito al cinema horror e ha messo a segno alcuni dei titoli più rilevanti degli anni’80, come Macabro e Dèmoni.

 

L’umorismo

Fantaghirò fantasy

La saga di Fantaghirò nasce come fantasy, ma anche come commedia. Le avventure della principessa ribelle sono costellate di gag e momenti comici, battute e personaggi bizzarri, che danno alla serie un attitudine giocosa e ridanciana. C’è anche da dire che i mezzi a sua disposizione non erano dei più tecnologici o sofisticati, quindi spesso ci si imbatte in una comicità involontaria data dai dialoghi assurdi, dagli oggetti di scena palesemente in cartapesta e dagli effetti speciali che oggi si possono riprodurre con un qualsiasi smartphone. Fa parte del suo fascino, è uno dei punti forti a favore della maratona, nella quale si mischiano nostalgia e visione ironica nei meandri del trash anni ’90.

 

Le storie d’amore

 

I picchi di nonsense di Fantaghirò si esprimono al loro meglio nelle varie love story della serie. Indimenticabili sono infatti le vicissitudini amorose tra la principessa e il Re Romualdo. I due si innamorano praticamente a caso, alla velocità di uno sguardo, così come accade alle sorelle di Fantaghirò con i loro istantanei futuri mariti. Ci troviamo accenni di Romeo e Giulietta mischiati a Cenerentola e quando scocca la scintilla è sempre eterna. O quasi, visto che il ritiro dell’attore Kim Rossi Stuart dopo il terzo capitolo costringe la produzione a trasformare Romualdo in un mostro, a riutilizzare spezzoni di anni prima e, in ultimo, a dirottare l’interesse di Fantaghirò verso nuovi orizzonti.

 

Nonostante il quinto episodio di Fantaghirò sia rimasto aperto a nuovi sviluppi, il calo di ascolti e i costi di produzione troncarono la saga senza una conclusione. Magari Netflix si accorge che il pubblico la ama ancora e ci regala un sequel.

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