TV e Cinema
di Simone Stefanini 5 novembre 2018

First Man, il film su Neil Armstrong che va sulla Luna è un grande nì

Siamo usciti dalla sala con alcuni interrogativi vasti come la distanza tra la Terra e la Luna

Il film finisce con una scena un po’ telefonata e usciamo dalla sala con grandi interrogativi, vasti come la distanza tra la Terra e la Luna. Abbiamo visto First Man di Damien Chazelle, il golden boy che ha orchestrato operazioni furbe furbissime e piene di talento come Whiplash (2014) e quella grande truffa che è La La Land (2016), che gli ha fruttato l’Oscar come miglior regia.

Stavolta ha deciso di raccontare la storia di Neil Armstrong, conosciuto in tutto il mondo come il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna. Un personaggio enigmatico, sconvolto da un atroce lutto e incapace di comunicare le proprie emozioni.

L’attore che lo interpreta, Ryan Gosling, è un altro golden boy ormai specializzato in film in cui il cambio d’espressione non è richiesto. Al suo fianco Claire Foy, che interpreta la prima moglie di Armstrong, un personaggio solo sulle prime remissivo, che col passare dei minuti diventa la stella splendente del film, nonostante la recitazione volutamente contenuta.

Non si tratta di un brutto film e ci mancherebbe pure, con tutte le qualità messe in campo, eppure resta un po’ d’amaro in bocca per più di un particolare che spegne l’entusiasmo.

Innanzitutto, lo stile fotografico si rifà ai filmati d’epoca e ne mima i fuori fuoco, la telecamera a mano che balla, il profilo di colore, ma alla lunga sono particolari che stancano l’occhio, specie se poi tutte le scene nello spazio sono mosse e confuse. L’espediente serve per far capire allo spettatore quanto fossero appese a un filo le vite degli astronauti, ma al quarto viaggio nello spazio con le riprese in stile terremoto rischia di perdere conoscenza anche il pubblico. Non andate a vederlo al cinema se soffrite di vertigini o epilessia, potrebbe risultarvi fatale.

 

Per fare un film in cui il finale è già spoilerato dalla storia, c’è bisogno di raccontare altre storie e quella della figlia piccola di Neil Armstrong che muore colpita da un brutto male è davvero potente, ma ho avuto modo di guardare delle foto del vero Armstrong e sembrava che ogni tanto ridesse, cosa che non capita mai a Ryan Gosling nel film. Ma proprio mai. In più, il particolare romanzato del braccialetto (guardando il finale lo capirete subito), è una caduta di stile molto americana e poco attinente al personaggio.

Scrivendo un film sulla conquista della Luna, ci aspettiamo anche un accenno alle polemiche che in seguito Neil Armstrong e i suoi compagni di viaggio hanno avuto contro la NASA, dal momento che dopo un anno dall’impresa, tutti e tre i membri dell’equipaggio si sono licenziati e nel corso della propria vita non hanno mai avuto parole dolci nei confronti dell’agenzia. È stato proprio Armstrong a parlare di squarciare i veli che impediscono di vedere la verità e, dopo un lungo periodo in cui si è isolato in campagna senza rilasciare interviste, non ha mai voluto partecipare agli anniversari della NASA riguardanti il suo viaggio.

 

Il film si concentra sulla vicenda umana, che purtroppo ha una tinta sola, e sugli insuccessi che hanno portato al viaggio sulla Luna, indulgendo spesso in dettagli tecnici piuttosto soporiferi senza fare cenno alle cose di cui sopra. Ci sta, la narrazione qui è un’altra, ma sembra comunque che qualcosa manchi, alla fine.

È comunque un film che piacerà al 90% dei suoi spettatori e ne capiamo pure i motivi. Ecco, osare di più quando si parla di un argomento controverso potrebbe essere più interessante, ma i soldi del biglietto li vale alla grande. L’Oscar no.

 

 

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