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TV e Cinema
di Mattia Nesto 21 Gennaio 2019

Gli umani sono i cattivi in “Io”, un film Netflix da vedere

La nuova produzione targata Netflix è un film delicato e struggente, una fantascienza dal cuore ambientalista e artistico che ci ha conquistato

Forse alcuni di voi hanno ben presente il famoso quadro di Tiepolo, intitolato Giove e Io. Bene partiamo da qui, dal quel rosa antica che adorna le carne di Io per parlare di un film altrettanto intimo e delicato che, forse, nella ridda delle tante proposte del catalogo Netflix, vi potreste essere persi: stiamo parlando di Io, il film Netflix a tema fantascientifico.

Non stiamo parlando, meglio dirlo subito, di un nuovo film horror sci-fi (forse anche meno male no, vero Annientamento?), dove terribili e ripugnanti creature venute dallo spazio minacciano la vita sulla Terra. No, tutt’altro, nel caso di Io, i cattivi siamo noi, o per meglio dire il genere umano che, nella sua corsa verso il “progresso”, ha finito per depauperare ogni possibili risorsa del Pianeta che, per tutta risposta, ha reagito come un corpo attacco da un virus: ovvero ha creato degli anticorpi. Gli sceneggiatori Clay Jeter, Charles Spano e Will Basanta infatti, basandosi da idee molto simili alla corrente culturale denominata Gaia (che vede la Terra come un enorme organismo che si autogoverna), presentano un pianeta in cui l’ossigeno è in via di esaurimento, ogni forma di vita animale e vegetale pressoché estinta e quasi tutti gli uomini sono stati costretti a fuggire per cercare salvezza. Oltre cento astronavi (attenzione, primo riferimento diretto all’epica, “le mille navi achee che salparono per Ilio” vi ricorda niente?) si sono infatti dirette, e un numero ancora maggiore negli successivi, verso IO, una delle lune di Giove alla ricerca di una casa per il genere umano.

Eppure non tutti sono scappati. È il caso della protagonista Sam Walden, Margaret Qualley di The Leftlovers, una biologa figlia del Dr. Henry Walden, vero e proprio luminare del settore e tra i principali propugnatori del “remain” sulla Terra. Lei conduce una vita in totale solitudine all’interno di un laboratorio/eremo posto alla cima di una alta collina, utile sia per traguardare le stelle con un potente telescopio (il laboratorio, altro non è che, un osservatorio astronomico) sia per condurre i propri esperimenti che si potrebbero riassumere in un unico, colossale, scopo: dimostrare come, nonostante tutto, la vita in questi decenni post-catastrofe climatica, si sta reinventando. Anzi sta proprio rinascendo. E quindi la osserviamo catalogare e osservare ogni segno vitale intorno: dalle api che producono il miele (di nuovo una citazione della letteratura classica, le api delle Georgiche di Virgilio) alle minuscole spore e alghe che riescono a sopravvivere al di fuori del laboratorio in totale assenza di ossigeno.

Abbiamo detto che Sam è sola ma non è del tutto vero. Già perché quasi quotidianamente si sente via mail con il suo ragazzo, che è ospite della stazione di Io e prossimo a recuperarla. Ma Sam, facendosi forte anche dell’insegnamento paterno e osservando quei deboli ma decisi segnali di vita intorno a lei non è così decisa a intraprendere la “missione esodo”. Ma ecco che quella simil-solitudine, un po’ come avviene nella tragedia classica con l’apparizione di un “deus ex-machina”, viene interrotta da un misterioso arrivo.

A bordo di un pallone aerostatico atterra Micah, Anthony Mackie (sì, passare da Pain&Gain agli Avengers a Io si può!) un ex professore sopravvissuto in questi anni difficili ad alta quota. Con lui Sam intesse una serie di dialoghi sulla natura umana e sul senso della vita sulla Terra, con particolare attenzione all’importanza da dare (od a non dare alle relazioni umane). E così in un crescendo di situazioni piccole e intime, si potrebbero definire da “chamber-film”, Io va avanti senza scossoni ma con decisioni, coinvolgendo lo spettatore ad essere attento, anch’egli, ad ogni minimo e impercettibile segnale vitale.

Non è un film spettacolare questo Io, e chi lo critica per non averci spiegato abbastanza sulla famigerata colonia umana spaziale o per non averci descritto a dovere le condizioni di vita/non-vita sul pianeta ha ragione. Il ritmo non è la parte forte del film e certe forzature pseudo-intellettuali del regista Jonathan Helpert potrebbero annoiare i più (ma in fondo il regista è francese e si sa che vedere una ragazza della bellezza di Margaret Qualley spiegare che il tatuaggio sul braccio rappresenta un’equazione trova sempre il suo perché!). Ma ha anche torto perché il linguaggio del film non si occupa di questo. Io analizza con dolcezza e eleganza, senza troppe parole anzi utilizzandole al minimo, le relazioni umane, la nostra intima solitudine e il fatto che, volenti o nolenti, come ci insegna il Simposio di Platone (reinterpretato a loro, geniale, modo anche da Aldo, Giovanni e Giacomo) tutti quanti siamo alla costante ricerca della nostra metà perduta, la quale potrebbe essere proprio dietro il pianerottolo di casa oppure lontana anni luce. Se amate i mutanti, le esplosioni e le astronavi questo film non va per voi. Se amate gli occhi verdi, la solitudine e certe citazioni che sono voi riuscite ad adattare alla vita di tutti giorni la luna di Giove è la vostra casa naturale.

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