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Abbiamo fatto vedere Trainspotting a chi ha vent’anni oggi

Eh eh

 

Tutti hanno visto Trainspotting tranne me, almeno fino a poco fa. In verità era solo una delle tantissime cose-fighe-fondamentali di cui non ho mai fruito, forse nemmeno la più grave.

Dato quindi lo scenario della mia aberrante pigrizia intellettuale, occorre informare il lettore che poche cose riescono a muovere il sottoscritto verso il consumo consapevole di beni culturali, per Trainspotting si è trattato di un diktat editoriale e del fatto curioso che ohibò esiste da vent’anni, proprio come me, che sono nato a fine 1996.

Ebbene, dicevamo, finalmente l’ho visto Trainspotting. Era una sera sotto Natale con tutta la famiglia in vacanza eccezion fatta per me. Vedendolo così, tutto solo, la prima cosa che ho notato è stata una: tutti i personaggi sono tossici o comunque scoppiati, diversi, marginali, per definizione gente che fa a cazzotti con tutto ciò che è società organizzata – il famoso monologo iniziale – eppure nessuno di loro è veramente solo.

 

Superamici

 

È un mondo caricaturale e si vede, ma nemmeno nel momento peggiore di ognuno il dato predominante è la solitudine, che in realtà è la prima cosa che mi aspetto da chi vive in situazioni di morte-in-vita, come la tossicodipendenza estrema. Al contrario il film appassiona proprio perché c’è una squadra: è la presenza degli altri-da-Mark a fare la differenza, a permetterci di ridere anche delle scene più violente e guardare in quel modo geniale (partecipazione e al contempo distacco) cose “brutte” come l’eroina, la morte di un bambino, la merda del mondo.

Sembra che quando sono nato la gente – almeno la gente “contro” – avesse una percezione leggermente diversa di cosa volesse dire compagnia. Non c’è quasi niente di carino nel modo di stare insieme dei protagonisti di Trainspotting (né nel libro pubblicato tre anni prima da Irvine Welsh) eppure sono radicalmente amici, sono radicalmente insieme: la storia del film è la storia del loro volersi stranamente bene, con tutte le contraddizioni che implica questa cosa, e senza contraddizioni non ci sarebbe nulla da raccontare.

 

Belle facce

 

Non so se abbia molto senso, ma, in una bella casa, in salute psicofisica, dotato di tutte le comodità che Trainspotting ha elevato a simboli da abbattere o quantomeno da rifiutare, ciò che più invidiavo a quei personaggi non era tanto la loro radicalità nell’aver scelto “altro”, o la loro brillantezza anarchica. Ma proprio la loro compagnia, il loro modo di stare insieme nello schifo di sé e del mondo.

Ovviamente stiamo parlando di un film, non so quanto sia simile la situazione reale degli eroinomani degli anni ’90, ma proprio il successo del film ci testimonia che quella modalità “assieme” di vivere le cose era in un certo senso vendibile persino come aspetto di cultura di massa vent’anni fa.

Sempre che la mia impressione sia un effettivo dato – è quantificabile la solitudine di una civiltà? – si deve inevitabilmente notare che poco dopo la mia nascita e l’uscita di Trainspotting è cresciuto esponenzialmente il ruolo assunto da internet nella costruzione dell’individualità, e, di conseguenza, l’impostazione del sé come perenne vetrina e la digitalizzazione dell’empatia nei rapporti. Non solo non viviamo senza maxitelevisore del cazzo, ma siamo entrati dentro allo schermo fin sopra i capelli, noi e il nostro modo di vedere le cose.

 

Avere vent’anni

 

E lì dentro si è ovunque ma spaventosamente soli. Tutto qui? Forse ci tocca arrivare in fondo al fondo del brutto per tornare veri, forse ci tocca capire che cosa permette ai personaggi di Trainspotting di condividere la vita in quel modo: l’eroina? Fare casino? Qualsiasi cosa che dia senso all’esistenza, immagino. Probabilmente è condividere l’orizzonte delle cose che genera quel modo di stare insieme, avere a cuore lo stesso senso ultimo di qualcun altro, per quanto questo possa essere basso e volgare.

Pietro Raimondi

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