Edoardo Ferrario: il mestiere di far ridere da YouTube alla TV

Dai tic di Roma nord a “Quelli che il Calcio”: storia, personaggi e umanità del comico emergente più interessante del momento

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di Sandro Giorello facebook 21 aprile 2016 11:46
Edoardo Ferrario: il mestiere di far ridere da YouTube alla TV

Edoardo Ferrario è il nuovo comico di successo su cui scommettono tutti. La sua carriera è facile da riassumere: qualche spettacolo nei club e nei teatri occupati e poi dritto in tv per le due Guzzanti  – prima Sabina con Un due tre stella, dopo Caterina con La prova dell’otto – va in radio da Serena Dandini e, parallelamente, si inventa Esami una web serie satirica sul mondo dell’università italiane (successone anche quella).

Adesso è in onda tutte le domeniche su Quelli Che il Calcio e su Radiodue tutti i pomeriggi nel programma i Sociopatici insieme ad Andrea Delogu e Francesco Taddeucci.

Traguardi raggiunti a parte, la cosa più importante sono i personaggi, o meglio, l’umanità che riesce a metterci. Che si tratti di un cafone di Roma Nord che divide le donne tra “maleducate” e “principesse”, di un ragazzo borghese i cui genitori pagano una retta milionaria per una scuola d’arte di dubbia utilità o tre coatti massimi esperti in diritto civile, c’è una cura maniacale dei particolari; lui dice che nascono tutti in maniera facile e spontanea, noi stentiamo a crederci. Ci abbiamo passato un pomeriggio insieme allo Stadio dei Marmi, nel cuore della sua Roma Nord.

Quando hai cominciato a fare il comico?
La data precisa non te la so dire ma, fin da piccolo, mi è sempre piaciuto mettermi di fronte ad una persona e provare a farla ridere. Alle elementari mi capitava di imitare i personaggi che vedevo in tv: ero un grande fan di Tunnel, di Avanzi e dei vari Mai Dire…

La rapidità del tuo successo, a prescindere dal tuo indiscutibile talento, lo possiamo vedere come un segno dei tempi, un po’ come per I Cani – il progetto musicale del cantautore romano Niccolò Contessa – che finiscono in classifica dopo un solo video su YouTube, o come una grande botta di culo?
Forse entrambe le cose. Quello de I Cani può essere un buon esempio ma io non mi considero né arrivato, né famoso. Ho iniziato a fare televisione perché le cose che ho scritto sono piaciute – e potremmo chiamarlo talento – ma anche perché mi sono esibito una sera al Cinema Palazzo, uno spazio occupato nel quartiere San Lorenzo, e tra il pubblico c’era Sabina Guzzanti che stava cercando comici per Un due tre stella. Come la potenza non è nulla senza il controllo, il talento non è nulla senza le botte di culo (ride).

 

edoardo ferrario  Edoardo Ferrario – .gif di Barbara Oizmud

 

Come hai cominciato?
Nel 2006 mi sono iscritto all’Accademia del Comico e ho iniziato ad esibirmi. Facevo pezzi di 4-5 minuti per imparare a interagire con il pubblico, che è fondamentale perché ti fa capire su cosa sei bravo e su cosa devi migliorare.

Esiste un comico che può fare a meno del suo pubblico?
No, la comicità è una delle poche forme d’arte che si completa con il pubblico in sala. Le battute le provi con il pubblico, c’è poco da fare. Nessuno se ne sta in casa a pensare che il suo pezzo sia un capolavoro fregandosene se la gente non lo capisce davvero. Un musicista può scrivere una canzone e tenerla così anche se non è piaciuta a nessuno, il comico no. Il tuo compito è far ridere le persone: possono capitare delle battute più ostiche che divertono te e solo il 10% dei presenti in sala, ma se tutto il tuo spettacolo viene apprezzato solo da quel 10%, volta dopo volta quelle persone si ridurranno finché non rimarrai da solo.

Qual è la cosa più bella di far ridere qualcuno?
Ti dà una grande gratificazione: sentire 800 persone che ridono ad una tua battuta è una sensazione forte, molto completa. Non si tratta di semplice narcisismo, tu devi trovare un meccanismo per farli ridere: il tuo obiettivo è ottenere il massimo dal pubblico che hai davanti.

 

 

E cosa si insegna all’Accademia del Comico?
Magari è un po’ noioso spiegarlo… diciamo che ti insegnano quei 7-8 meccanismi comici, poi sta te decidere come svilupparli. Ho sempre cercato di evitare lo sketch piattone, da cabaret, dove il comico fa la domanda e si aspetta la risposta dal pubblico. Io cerco di dare sempre un’umanità ai personaggi. Prendi Er Pips, è sempre stato un personaggio che, a suo modo, ti parlava d’arte in modo consapevole: ti spiegava il realismo delle accumulazioni di Arman ma con un linguaggio tutto suo. Era un modo per prendere degli argomenti alti e renderli comprensivi a tutti.

Vuoi dirmi che con Pips avevi un intento divulgativo? È come dire che con Questioni di diritto ti interessa spiegare ai coatti gli articoli del codice civile.
(ride) No, non lavoro al Mibact, ma mi piace quel tipo di contrasto lì. Mi fa molto ridere l’idea che tre coatti ti possano spiegare cose di giurisprudenza con una grande proprietà di linguaggio, ma che poi tutto venga ricondotto a quando sono andati a Lloret de Mar. È un meccanismo che tradizionalmente viene chiamato “abbassamento”, il classico esempio è quello del cabarettista romano che dice: “lavoro in una società di real estate che si occupa di capital improvement e di community planning, insomma lavoro in un’immobiliare, venno  case”.

 

 

Quali sono i cliché che ti piacciono meno dei comici italiani?
È una domanda a cui non puoi rispondere perché si può parlare di qualsiasi cosa in tanti modi diversi. Puoi anche parlare di traffico o di suocere e non risultare scontato.

E qual è uno bravo a parlarti del traffico?
Maurizio Battista, è lontanissimo dalla mia comicità ma mi fa morire dal ridere. È il migliore: non c’è nessuno così bravo a farti il monologo sul traffico, sulla suocera, sull’Ikea, sui cellulari. È esattamente quello che vuole essere: non è pretenzioso e non ti vuole insegnare nulla, è una persona comune che potresti incontrare al bar e che ti fa ridere con la prima stupidaggine che gli viene in mente. Quello che mi intristisce sono quelli che lo copiano o addirittura gli rubano le battute. E poi quelli che si crogiolano nel loro pubblico.

 

5  Edoardo Ferrario – Foto di Barbara Oizmud

 

Spiegami meglio.
Vuol dire fare satira politica solo perché sai già come risponderà il tuo pubblico – “cazzo, hai fatto la battuta su Berlusconi, quanto ce fa schifo il bunga bunga” – oppure il comico romano che fa battute solo sui romani o il napoletano che parla di quelli che non si fermano mai ai semafori. Non penso ci sia bisogno di una battuta su Salvini per dire che è xenofobo: se la fai per far ridere chi è già d’accordo con te, vabbè, se invece credi di cambiare la mentalità delle persone con una battuta su Salvini, allora sei abbastanza ingenuo. A me piace che i miei personaggi abbiano una loro umanità, mi è capitato di incontrate persone, veramente molto simili a Max Marzocca (uno dei suoi personaggi, NdR), che mi hanno fatto i complimenti per quelli sketch, te lo giuro. Vuol dire che, a prescindere che tu critichi o meno quel personaggio, ti ha colpito ugualmente.

 

 

Tu Max Marzocca lo critichi?
Mai e poi mai. Marzocca è un personaggio grottesco, che ti imbarazza per le cose che dice ma, al tempo stesso, è bellissimo. Ci sono personaggi negativi assolutamente affascinanti che trovo molto divertenti e veri. Marzocca è nato una sera fuori da una palestra sulla Cassia: c’era questo boro che parlava al telefono con la sua donna ed erano 10 minuti buoni che le diceva “Sei una persona cattiva”, in loop. Mi diverte quando i personaggi che ho in mente mi appaiono di colpo in carne e ossa.

Il tuo cattivo preferito in assoluto?
Dennis Hopper in Speed, hai presente quel filmaccio action, brutto ma al tempo stesso straordinario?

I tuoi personaggi sono tutti di Roma nord?
Sono nato e cresciuto qui: allo Stadio dei Marmi ci venivo sempre da piccolo, per dire. Penso che ognuno debba parlare delle cose che conosce, non mi piace la comicità romanocentrica ma i primi personaggi che ho creato – Lollo e Andrea, Er Pips e altri – erano praticamente nati per i miei amici del quartiere. Avevano una loro verità di fondo che poi è stata capita anche da tutti gli altri. Non a caso Er Pips è finito a Quelli che il calcio, uno dei programmi più seguiti di tutta la tv italiana.

Se dovessi spiegare cos’è Roma nord ad uno che non ci è mai stato?
Se ne parla fin troppo di Roma Nord, diciamo che è un luogo dell’anima (ride). È l’ostentazione e la sbruffonaggine romana che c’ha fatto ridere per tanto tempo. I Vanzina ne parlavano già negli anni ’80: in Le finte bionde – è un film che adoro – Cinzia Leone dice “te rendi conto, da piazzale Annibaliano, quartiere Africano, a via Archimede a Monti Parioli, che sarto de qualità”. Tu adesso stai ridendo e non sei di Roma e, molto probabilmente, non conosci nemmeno quella piazza o quel quartiere. È come il disco de I Cani – l’ho adorato – che è arrivato a tutti pur parlando di cose locali, era quasi provocatorio nel farlo: di certe canzoni io conoscevo addirittura le singole persone a cui si riferiva Niccolò, ma è stato ugualmente un successo.

 

 

Perché ce l’hai tanto con i toscani?
“Perché i toscani con quella C aspirata hanno devastato questo paese”, giusto per citare qualcuno che conoscerai sicuramente. Io non ce l’ho con i toscani anzi, il professore di filosofia in Esami è un personaggio che stimo molto, la voce è nata sentendo il papà di un mio amico. Anche i due pisani dello sketch dedicato agli italiani all’estero li ho incontrati davvero: ero a Cuba in vacanza e dal nulla spuntano questi due che mi dicono “non so se avete già assaggiato la merce locale”.

Quanto lavori ad un tuo personaggio?
Non saprei dirti, alcuni sono nati tanti anni fa – Er Pips era un mio compagno di classe – altri sono arrivati subito e in maniera più istintiva. L’idea per Jim Molisano, ad esempio, mi è venuta guardando il dvd di True Detective: c’era quest’intervista di Nic Pizzolatto dove raccontava, sempre con questa retorica molto hollywoodiana, che un giorno ha avuto un’idea pazzesca per Rust Cohle. Mi sono immaginato la medesima cosa ma per uno che, invece, deve sceneggiare Un posto al sole o Un medico in famiglia: immaginati uno sceneggiatore che si ferma di colpo e dice “Cazzo, cazzo, cazzo, Lele Martini” (ride).

 

4  Edoardo Ferrario – Foto di Barbara Oizmud

 

Imitare la voce di qualcun altro è difficile?
Quella è più una questione tecnica su cui sono costretto ad esercitarmi, allora divento molto scrupoloso e pignolo. Allo stesso modo sui trucchi o sui costumi: Pips non potrebbe mai mettersi un maglione che non gli appartiene o dire mezza battuta in più rispetto a quelle che direbbe normalmente. La voce di Mollica l’ho studiata molto, idem per quella di Sironi. Quando devo copiare un determinato registro – che sia di un giornalista o di un’intero telegiornale – c’è anche un lavoro metatestuale ma, anche in quel caso, ti direi che nasce tutto in maniera piuttosto spontanea.

E poi c’è lo storytelling: le puntate di Esami non si limitano a presentarti dei personaggi, all’interno di ogni episodio trovi sempre delle trame assurde.
Uno degli aspetti che mi piace meno di YouTube è quel tipo di comicità, stretta stretta, che ti porta a creare figure comiche molto piccole. C’era il rischio che Esami diventasse un elenco delle possibili persone che puoi incontrare durante un appello – il pignolo, il secchione, quello che si fa le canne, ecc – mentre così siamo riusciti ad approfondire i personaggi, dargli una vita tutta loro. È una cosa che mi piace tantissimo e in futuro, vedrai, sarà sviluppata ancora meglio.

Tu sei passato dalla tv al web, di solito si fa il contrario. È stato difficile?
In realtà no, semplicissimo. Mentre la tv è arrivata perché mi ci hanno portato – e ringrazio ancora moltissimo chi me ne ha dato l’opportunità – sul web ci sono andato perché avevo proprio voglia di fare una web serie. Sono sempre stato un grande fan dei The Pills, li ho sempre invidiati perché hanno preso una comicità sicuramente non italiana ma fatta con i mezzi che avevano a disposizione, alla carbonara. Hanno inventato uno stile nuovo, molto spontaneo e brillante. Ai tempi ero iscritto a giurisprudenza e avevo sempre sognato di fare una serie che rappresentasse il mio tipo di comicità ma facesse anche satira sull’università. Ci ho messo un po’ di soldi miei e gli altri, tutta gente che già lavorava nel cinema e nella tv da professionisti, ci hanno messo il loro tempo scommettendo sul mio talento. Nessuno si aspettava una risposta del genere, hanno riposto una grande fiducia nelle mie capacità.

La serie è stata poi comprata da Rai 4, in tv un format del genere funziona lo stesso?
A livello di comicità sì, ma se Esami fosse partita dalla tv non avrebbe avuto una diffusione simile. Certo, siamo stati bravi e i miei personaggi sono piaciuti, ma internet ha avuto un ruolo fondamentale nel suo successo. E poi su YouTube sarà disponibile per sempre, ogni nuova matricola potrà vederla. A prescindere dalle solite cose che si dicono su internet – la spontaneità, la libertà, l’immediatezza – una delle cose più importanti è questa: il tuo video è sempre lì e avrai sempre la possibilità di sfruttarlo in modi nuovi.

La tv è meritocratica?
Sì, soprattutto in un periodo come questo. Sto vedendo un’attenzione verso nuovi tipi di prodotti che è molto incoraggiante. Per anni si è appiattita su un linguaggio che garantiva ascolti ma, in termini creativi, era misero. Si sono ripetuti gli stessi format di cabaret per dieci anni senza mai cambiare una virgola. Ora Comedy Central sta producendo i programmi di Saverio RaimondoStand up Comedy e CCN – che, a mio avviso è uno dei più bravi in Italia. Anche Natural Born Comedians è un ottimo programma e ha tutti comici che si esibivano all’Oppio Caffè, il club dove io sono il comico residente da anni. Io sono stato chiamato a Quelli che il calcio, e non è che abbia un papà ministro. La comicità è diversa dalla musica, ad esempio, dove puoi essere molto bravo ma non avere successo per determinati motivi, un comico se fa ridere lo chiamano, è sicuro. Ma devi far ridere, non devi solo essere brillante e intrattenere quelle 10 persone.

Il comico deve avere il suo tormentone?
Non c’è nulla di male se ce l’hai, ma non deve essere il punto forte del tuo monologo. Non devi salire sul palco con il pubblico che si aspetta solo quello da te.

Bucio de culo!”.
Bravo, non devo dirti altro.

 

3  Edoardo Ferrario – Foto di Barbara Oizmud

 

È stressante rifare lo stesso personaggio per anni e anni?
È stressante. Un modo per non renderlo tale è cambiarlo sempre, farlo crescere aggiungendoci delle cose. Più in generale, un comico si dovrebbe sempre divertire: se non ti diverti si vede e non si diverte nemmeno più il pubblico, o peggio ancora comincia a non piacerti più quello che fai, allora ti incattivisci e diventi schiavo del tuo personaggio.

E se Er Pips diventasse davvero popolare?
Io non credo ce la farei mai a ripeterlo per sempre. Poi ci sono casi dove non va nemmeno così male: Rowan Atkinson ha fatto i miliardi con Mr. Bean, non so nemmeno quanto gli andasse di farlo per così tanti anni ma, nonostante tutto, continuo a credere che sia un esempio di comicità molto alta. Lui è un genio, negli anni ’70 ha proposto spettacoli surreali e stranissimi, era decisamente avanti rispetto ai tempi.

Dimmi tre altri comici stranieri per te fondamentali.
Te ne dico quattro. Eddie Izzard: è un grandissimo comico inglese, è veramente l’erede dei Monty Python. È uno che è riuscito a far stand up comedy quando tutti credevano che per far comicità alternativa si dovesse parlare di sborra, bocchini e scopate con le suore. Lui invece faceva spettacoli su quanto siano cattivi gli animali –The Evil Animals – quando l’ho visto sono rimasto folgorato. Poi George Carlin, che è come Miles Davis per chi ama il jazz. Doug Stanhope, cattivissimo, l’esatto contrario di Izzard. E, infine, Stewart Lee, che per me rappresenta il virtuoso: scrive delle cose che sono tecnicamente difficilissime ma con quelle lui riesce a far ridere un teatro intero.

 

7  Edoardo Ferrario – Foto di Barbara Oizmud

 

Tre italiani?
Ti ho già detto Saverio Raimondo, ci aggiungo Luca Ravenna, che ha scritto il film Sempre meglio che lavorare insieme ai The Pills, oltre ad una webserie bellissima che si chiama Non c’è problema, andata in onda sul sito di Repubblica. E poi Francesco De Carlo: ha una comicità geniale, surreale e adesso sta facendo un tour in tutto il mondo prodotto da Eddie Izzard.

Ti piacciono le battute volgari?
Se dici le parolacce non diventi automaticamente volgare. Non conta nemmeno quante volte le dici, per me se in uno sketch sono giustificate non sei volgare. Molti comici romani sono volgari, principalmente quelli amatoriali, quelli bravi sanno gestire meglio le parole che usano. Io trovo sia molto più volgare…

…non dirmi la banalità, ti prego.
Ok, non dico niente. (ride)

I cosiddetti goofy movie – quelli con Will Ferrell, per intenderci – ti piacciono?
Ferrell mi piace abbastanza, ma non sono un grandissimo fan di quella roba lì.

E invece, andando ancora più in basso, sei fan del demenziale old school tipo Una pallottola spuntata?
Ma stiamo scherzando? Quello è uno dei punti più alti della comicità americana: Una pallottola spuntata, Scary Movie, hanno una scrittura geniale. Fantozzi è molto simile a questo tipo di cose, infatti mi piace tantissimo: i primi film di Paolo Villaggio sono straordinari, avevano una comicità assolutamente inglese, sono proprio dei film dei Monty Python. Quel tipo di comicità, in Italia, non l’ha più fatta nessuno, forse giusto Pozzetto, che negli anni 80 faceva quei film surreali e assurdi. Come avrai capito, è un tipo di comicità che mi piace molto.

 

6  Edoardo Ferrario – Foto di Barbara Oizmud

 

Le tre serie tv più belle?
Te ne dico quattro: The Office, scritta da Ricky Gervais, che è la più bella serie comica in assoluto, Arrested Development e Louie. E poi Boris: fu assolutamente rivoluzionaria ai tempi in cui è uscita – stiamo parlando di ormai 10 anni fa, in un periodo dove la fiction generalista era ovunque – e ti fa morire dal ridere ancora oggi. A dire il vero, però, io sono più un feticista per gli sketch show alla  Human Giant – quello con Aziz Ansari, Rob Huebel, Paul Scheer – e molti altri ancora.

La cosa che ti piace meno del tuo lavoro?
Quell’ansia mostruosa che provo prima di salire sul palco, quella proprio ti dilania ma è bello vedere che dopo ogni spettacolo sei riuscito a superarla. Il mio lavoro mi piace molto, non sarei sincero a dirti che “è faticoso dover analizzare psicologicamente le emozioni” (fa la voce impostata), continua a darmi un tipo di gratificazione molto bella.

Un comico deve capire quando smettere?
Se stai facendo la stessa cosa da 15 anni forse è meglio smettere: A se non ti diverti più tu, B se capisci che anche il pubblico se ne è accorto. Ma un comico può cambiare, può passare a scrivere cose diverse, magari non comiche ma che contengono quel sottile senso di umorismo dicendo al tempo stesso cose molto profonde; prendi gli articoli di Woody Allen per il New Yorker. Ovviamente dopo una certa età devi cambiare la tua maschera, il fisico non regge più e diventi patetico se provi ancora fare il coglione o a scoreggiare.

L’avevi letta quella di Lercio su Massimo Boldi?
Bellissima. Geniale. Fantastica. Più in generale, io non credo che un comico debba smettere per forza: la comicità è un modo di pensare e non è che smetti di pensare quando invecchi. L’esempio più bello è George Carlin, che nel 2008 ha fatto uno spettacolo sulla morte – It’s bad for ya – e quattro mesi dopo è morto. È una bella risposta a chi dice che i comici devono smettere. Direi che è stata una bella chiusura di carriera.

La battuta più bella di sempre per te qual è?
(lunga pausa) Non so se a tutti farà ridere ma una di quelle a cui sono più affezionato. In Pulp di Bukowski c’è questo investigatore a cui va tutto male che dice “Non era la mia giornata. Né la mia settimana. Né il mio mese. Né il mio anno. Né la mia vita. Accidenti”. Ecco, quella è un frase che, probabilmente, mi farà ridere sempre.

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