Sono i vestiti a raccontare i film, spesso più delle parole. E quando quegli abiti appartengono a produzioni capaci di ridefinire l’immaginario collettivo, la loro esposizione diventa qualcosa di più di una semplice mostra: diventa un atto di memoria visiva. Dal 10 ottobre 2026 fino al 15 febbraio 2027, gli studi di Cinecittà ospitano un’esposizione dedicata ai costumi di scena, con abiti provenienti da titoli iconici come Il diavolo veste Prada 2 e Barbarella. Un appuntamento che trasforma la celebre fabbrica dei sogni romana in un luogo di dialogo tra cinema, moda e artigianato.
Una mostra nel cuore della fabbrica dei sogni
Cinecittà non è soltanto il più famoso complesso cinematografico d’Italia: è un simbolo, un luogo in cui la storia del cinema mondiale si è intrecciata con quella del Paese. Scegliere questo spazio per una mostra dedicata ai costumi di scena non è una decisione neutra. Significa collocare gli abiti nel loro habitat naturale, restituendo loro il contesto in cui sono nati e la funzione per cui sono stati concepiti.
L’esposizione rientra nella programmazione Cinecittà si Mostra, il format espositivo degli studi romani che negli anni ha saputo aprire le proprie porte a un pubblico sempre più ampio, trasformando spazi produttivi in luoghi di fruizione culturale. In questo caso, il fulcro narrativo sono i costumi di scena, oggetti che nella filiera cinematografica occupano un ruolo spesso sottovalutato eppure fondamentale: ogni abito è una scelta drammaturgica, un segnale visivo che comunica al pubblico chi è il personaggio ancora prima che apra bocca.
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Da Miranda Priestly a Barbarella: due mondi a confronto
I due titoli più rappresentativi dell’esposizione appartengono a universi estetici radicalmente diversi, e proprio questa distanza rende la mostra particolarmente stimolante. Il diavolo veste Prada 2 porta con sé l’eredità di uno dei franchise più amati degli ultimi vent’anni, in cui la moda non è mai semplice ornamento ma strumento di potere, identità e conflitto. I costumi di questo sequel portano inevitabilmente il peso di aspettative altissime: il pubblico conosce già quella grammatica visiva fatta di rigore, lusso e precisione sartoriale, e ogni scelta stilistica diventa un atto di continuità o di rottura rispetto al capitolo precedente.
Barbarella, dall’altro lato, appartiene a una tradizione completamente diversa: quella della fantascienza visionaria, dell’eccesso cromatico, di un’estetica che ha attraversato decenni senza perdere la propria carica provocatoria. I costumi di questa produzione sono oggetti quasi scultorei, pensati per abitare mondi che non esistono e per definire corpi che sfidano le convenzioni. Vederli esposti negli studi di Cinecittà, in un contesto fisico e tangibile, significa poterne apprezzare la complessità artigianale che spesso lo schermo non riesce a restituire pienamente.
Il costume come documento culturale

Esposizioni come questa sollevano una domanda che il mondo dei musei si pone da decenni: cosa trasforma un oggetto di scena in un pezzo da collezione? Nel caso dei costumi cinematografici, la risposta è stratificata. C’è il valore storico, legato alla produzione e all’epoca in cui il film è stato realizzato. C’è il valore artigianale, spesso immenso, di abiti costruiti con tecniche sartoriali di altissimo livello. E c’è il valore simbolico, forse il più potente: quello di oggetti che milioni di persone hanno visto addosso a personaggi diventati parte dell’immaginario collettivo.
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In Italia, la tradizione della costumistica cinematografica ha radici profonde e una scuola riconosciuta a livello internazionale. Cinecittà stessa è stata per decenni il laboratorio in cui questa tradizione si è sviluppata, con maestranze capaci di costruire abiti per produzioni che spaziavano dal peplum storico alla commedia contemporanea. Ospitare oggi una mostra dedicata ai costumi di scena in questo luogo significa anche riconoscere e celebrare quella continuità.
Fino a febbraio 2027: un’occasione lunga quattro mesi
Con una durata di oltre quattro mesi, dall’apertura del 10 ottobre 2026 fino alla chiusura del 15 febbraio 2027, l’esposizione offre una finestra temporale generosa, pensata per intercettare flussi turistici diversi e permettere anche al pubblico locale di organizzarsi con calma. Roma, in questo periodo, attraversa alcune delle sue stagioni più vivaci dal punto di vista culturale: l’autunno porta visitatori internazionali, le festività invernali amplificano ulteriormente l’afflusso, e febbraio chiude il ciclo con un pubblico spesso più selezionato e attento.
Per chi intende visitare la mostra, il riferimento ufficiale è il sito degli studi, raggiungibile tramite Cinecittà, dove è possibile trovare informazioni aggiornate su orari, biglietteria e modalità di accesso.
Quello che questa esposizione offre, in definitiva, è una prospettiva rara: la possibilità di avvicinarsi al cinema non attraverso lo schermo, ma attraverso la materia. I costumi di scena in mostra a Cinecittà non sono semplici reperti espositivi — sono il punto di contatto tra l’idea di un regista, la mano di un sarto e lo sguardo di uno spettatore. Un triangolo creativo che, almeno fino al 15 febbraio 2027, si può osservare da distanza ravvicinata.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.





