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Alessia Pifferi, perché non è stata condannata all’ergastolo: il ruolo delle attenuanti

Perché non stata condannata all'ergastolo Alessia Pifferi: l'effetto delle attenuanti sulle aggravanti.

by Mattia Senese
6 Novembre 2025
in Cronaca
Alessia Pifferi

Alessia Pifferi, perché non è stata condannata all'ergastolo - Dailybest.it / Credits: Instagram @Quartogradotv

La sentenza d’appello nel processo ad Alessia Pifferi ha ridimensionato la condanna inflitta in primo grado, suscitando un acceso dibattito.

Condannata a 24 anni per omicidio volontario senza aggravanti, la 39enne madre della piccola Diana non è stata condannata all’ergastolo, come invece deciso nel maggio 2024 dalla Corte d’Assise di Milano. Scendiamo nei dettagli di questa complessa vicenda giudiziaria, che ha visto un’importante revisione delle attenuanti e il ruolo cruciale delle perizie psichiatriche.

Alessia Pifferi, il processo e la condanna

Nel maggio 2024, la Corte d’Assise di Milano aveva inflitto ad Alessia Pifferi la pena dell’ergastolo per l’omicidio volontario della figlia di 18 mesi, Diana. La bambina era stata lasciata sola in casa dal 14 al 20 luglio 2022, mentre la madre era in vacanza con il compagno, ignaro della situazione. La piccola era stata trovata in condizioni di grave disidratazione, con solo due biberon di latte, due bottigliette d’acqua e una di tè a disposizione.

I giudici di primo grado avevano escluso la premeditazione, ma avevano ritenuto l’abbandono aggravato dal rapporto di filiazione sufficiente a giustificare la pena massima: l’ergastolo senza concessione di attenuanti, nemmeno generiche. La madre era stata riconosciuta “capace di intendere e di volere” e quindi pienamente responsabile delle sue azioni. Il 5 novembre 2025, la Corte d’Assise d’Appello ha rivisto la condanna, abbassandola a 24 anni di reclusione, pena massima prevista per l’omicidio semplice senza aggravanti.

La decisione è stata motivata dal riconoscimento di attenuanti generiche legate a disturbi mentali non invalidanti la capacità di intendere e di volere di Alessia Pifferi, ma che hanno comunque inciso sulla valutazione della sua responsabilità penale. Durante il processo di secondo grado, i periti nominati dalla Corte hanno presentato una relazione dettagliata di 65 pagine, basata su tre colloqui clinici, test psicologici e analisi della documentazione. Lo psichiatra Giacomo Francesco Filippini ha diagnosticato un disturbo del neurosviluppo con “residua fragilità cognitiva settoriale e immaturità affettiva”, senza però compromettere la capacità decisionale della donna.

Il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni ha confermato che tali deficit cognitivi, pur presenti, risultano “scarsamente invalidanti sulle autonomie personali”. Il quadro clinico, delineato anche dalla neuropsicologa Nadia Bolognini, ha evidenziato che i disturbi non possono essere considerati una malattia né influenzare in modo pervasivo le scelte compiute da Pifferi. Di conseguenza, le attenuanti generiche sono state riconosciute ma hanno “pareggiato” le aggravanti, annullandone gli effetti e consentendo una riduzione della pena.

 

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Nonostante la riduzione della pena, la sostituta procuratrice generale Lucilla Tontodonati ha ribadito la richiesta dell’ergastolo, sottolineando la gravità della condotta di Alessia Pifferi: “Una persona egocentrica che ha lasciato la figlia in condizioni disumane per quasi sei giorni, senza aria condizionata e con le finestre chiuse nel caldo di luglio a Milano”. La pg ha definito la situazione “particolarmente raccapricciante” e ha evidenziato la difficoltà di accettare che una persona capace di intendere e volere possa compiere un atto simile.

Dall’altra parte, l’avvocata difensore Alessia Pontenani ha anticipato l’intenzione di valutare un ricorso in Cassazione, contestando la qualificazione di omicidio volontario e sostenendo che il reato dovrebbe rimanere abbandono di minore. La famiglia di Alessia Pifferi, rappresentata dalla sorella Viviana e dalla madre Maria Assandri, ha espresso amarezza per la sentenza: “Ventiquattro anni per una cosa così orrenda. Ventiquattro anni è il valore di una bambina di 18 mesi che non c’è più. L’ha lasciata sola a morire mentre lei era altrove”, ha detto Viviana. Maria Assandri ha aggiunto, commossa: “Sono mamma anch’io. È mia figlia pure lei. Non me la sento di commentare”.

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Mattia Senese

Mattia Senese

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