I problemi di una donna italiana nel 2016

Oggi è l’8 marzo, la Festa della Donna. Ma quanto c’è da festeggiare oggi a essere donne in Italia?

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di Gabriele Ferraresi facebook 8 marzo 2016 07:10
I problemi di una donna italiana nel 2016

eckersberg nude studies  C.W. Eckersberg (1783-1853), Donna allo specchio, (1841), olio su tela, 33,5 x 26 cm, Collezione Hirschsprung (dettaglio)

 

Oggi è l’8 marzo, la Festa della Donna. Ma quanto c’è da festeggiare oggi a essere donne in Italia? Quali sono i problemi di una donna in Italia oggi nel 2016? Un bel po’. Malgrado chi scrive sia senza ombra di dubbio di sesso maschile, è per qualche strano motivo circondato da molte amiche intelligenti, che sono state un panel prezioso per elaborare questa lista, lista che ovviamente non ha alcuna pretesa scientifica. Grazie a tutte.

Disparità salariale

Ma è vero che le donne guadagnano meno degli uomini? Sì. È vero sì, in Italia – come in buona parte dell’Europa – le donne guadagnano meno degli uomini. Ci sono due grafici interessanti da vedere a riguardo, entrambi su dati 2015 della Commissione Europea e di Eurostat, elaborati da Internazionale qualche mese fa. Il primo grafico è questo

Schermata 2016-03-08 alle 05.38.51 Internazionale

 

Che cosa ci dicono queste colonne? In teoria una cosa relativamente buona: in Italia le donne guadagnano il 7,3% in meno degli uomini, molto al di sotto della media europea, e al dato di Paesi che per senso comune riteniamo più avanzati del nostro per quel che riguarda le questioni di genere. Sorpresa però; con questo grafico non ci facciamo quasi niente, perché quello da guardare è quello sul Gender overall earnings gap, che tiene conto anche delle ore lavorate e del tasso di disoccupazione. Ovviamente a quel punto l’Italia può risalire nella classifica, e assestarsi a un poco invidiabile 44,3%.

Schermata 2016-03-08 alle 05.36.34 Internazionale

 

Per cui? Sì, in Italia le donne guadagnano molto meno degli uomini, ma soprattutto lavorano meno e ricoprendo posizioni meno qualificate.

 

Domande su gravidanza, figli e stato civile ai colloqui di lavoro

A ottobre dell’anno scorso Paola Filippini pubblica questo post su Facebook

 

Premetto che ho contato fino a diecimila prima di scrivere queste parole. Ma non riesco a non dirle. E le scrivo qui,…

Posted by Paola Filippini on Thursday, October 29, 2015

 

Non c’è motivo di credere che qualche mese e – al momento – 43mila condivisioni su Facebook dopo, qualcosa sia cambiato. È bene ricordare che non è questione di buona creanza quella del datore di lavoro, sono domande che in molti casi è illegale porre. Non è una questione di educazione, è una questione di leggi dello Stato.

 

Interruzione di gravidanza

Soprattutto in Lombardia questo è un poco piacevole lascito della colonizzazione ciellina della sanità, ma non recriminiamo. Gli ostacoli posti per esercitare un diritto sancito da una legge, la 194, sono molti, insopportabili, odiosi. Tanto più in un momento che per una donna o una coppia è in ogni caso difficile, e quasi sempre tragico. Riccardo Iacona e Presa Diretta avevano prodotto un’inchiesta qualche mese fa molto interessante sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza, e anche in questo caso è difficile che sia cambiato qualcosa. Se vi state chiedendo come mai tanti medici esercitino l’obiezione di coscienza sulla Legge 194, la risposta è semplice: “Perché chi fa il medico abortista in un ospedale fa una vita di inferno, non fa carriera e viene spesso mobbizzato. Eppure sta solo applicando una legge dello Stato“. Interruzioni di gravidanza clandestine in Italia nel 2015? Secondo il Ministero della Sanità circa 15mila l’anno.

 

Hai fatto carriera, l’hai data a qualcuno

Sì, forse si poteva sintetizzare in maniera meno colorita, ma quello è il succo. Una situazione difficile da rappresentare con dati, ma un sentire abbastanza comune.

Corollario Ratajkowski: è bella, non può essere anche intelligente. 
Secondo corollario Ratajkowski: è bella, meglio che stia zitta. 

 

Secondo gli uomini non possono saperne di tecnologia, gaming, e via dicendo

Anche qui si tratta di un sentire comune difficile da rappresentare con un dato. Ma perché non “possono” parlarne? Vengono in mente casi di cronaca di qualche anno fa, come il Gamergate del 2014, con le donne nei videogiochi rappresentate come “Deboli, oggetti sessuali, contorno decorativo, sexy. Inutili. Le donne nei videogame sono rappresentate per lo più così. E se questo è il risultato di un mondo di programmatori e di sceneggiatori fatto per lo più di uomini, il problema è anche dall’altre parte dello schermo. Già perché i giocatori di  sesso maschile che ora vedono minacciato il loro primato fanno di tutto per difendere il loro fortino di nerd che vogliono giocare solo tra maschi.  E molto spesso minacciano e insultano le giocatrici donnescriveva Marta Serafini sul Corriere della Sera. Sta cambiando qualcosa? Forse sì, o quantomeno quello è un settore dove mi sentirei di essere più ottimista rispetto alla sanità lombarda di cui dicevamo qualche riga sopra.

 

“Complimenti” indesiderati per strada

I complimenti dei playboy… ma non li sentiamo più, se c’è chi non ce li fa più” . Insomma: alla faccia di quel capolavoro che è e resta Quello che le donne non dicono sentirsi chiamare, fischiare, apostrofare “Buongiorno signorina!“, “Complimenti alla mamma“, e via di approcci dall’imbarazzo crescente, sentirsi osservate, guardate, esaminate almeno un paio al giorno – se va bene – deve essere fastidioso, irritante. Non posso rendermene conto essendo un uomo, ma il panel consultato è abbastanza concorde sul tema. Sarò anche uomo, però se volete vi racconto di quella volta che davanti a un panettiere una coppia di trans voleva tantissimo accompagnarmi in stazione.

 

I bagni pubblici e nei bar alla Trainspotting

Qui ammettiamolo, il panel consultato si divide. Tra donne che si sono adattate alle circostanze e, sebbene rassegnate, pisciano tranquillamente per strada – dietro la portiera della macchina, un classico – e donne che, peraltro giustamente, non rinunciano a un vero bagno per espletare le proprie funzioni fisiologiche. Il problema in Italia è che il bagno pubblico medio è quello di Trainspotting, quello dove Renton emerge trionfante con le sue preziose supposte: sporco, con la tazza lordata da schizzi di quel che possiamo immaginare, la tazza divenuta insula circondata da brandelli di carta igienica e urina, e naturalmente il tocco finale: la porta che non si chiude. Mai. E costringe a posizioni alla Kelly Slater per mantenerla chiusa in quel delicatissimo mentre.

 

Essere donna costa un sacco

Parrucchiere, ceretta, financo assorbenti. Il panel consultato è unanime: essere donna costa un botto. Devo ammettere di non essere un grande esperto a riguardo, ma spesso quando vedo qualche amica tornare dal parrucchiere, alla domanda “Stai benissimo, quanto hai speso?” la risposta è “Non si dice” e negli occhi abbassati di lei si legge la stordente malinconia di una cessione del quinto appena effettuata.

 

Reggiseno: un’usanza da dimenticare

Le mie esperte qui sono divise: chi considera l’oggetto una noia tremenda, un fastidio di cui farebbero volentieri a meno, ma magari per le forme generose, non possono non utilizzare – insomma, un male necessario – e chi aiutata dalle forme più asciutte può evitare di portarlo. C’è anche chi alla fine ci è affezionata e non lo toglierebbe neanche a letto.

 

Pisciare in piedi

Più che di problema irrisolto, qui dobbiamo parlare di evoluzione della specie: temo che malgrado le lamentele per vedere risultati apprezzabili dovremo aspettare qualche milione di anni.

 

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