Letteratura italiana di seconda generazione, la storia di Antonio Dikele Distefano

Abbiamo intervistato l’autore di “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” e “Prima poi ci abbracceremo”

Libri
di Gabriele Ferraresi facebook 15 marzo 2016 13:14
Letteratura italiana di seconda generazione, la storia di Antonio Dikele Distefano

Antonio Dikele Distefano  Antonio Dikele Distefano – Foto: Gabriele Ferraresi

 

L’appuntamento è per le 16 in largo Murani, alla periferia di Milano, zona Lambrate. Antonio Dikele Distefano è uno scrittore – anche se lui dice di no, non ancora – e ha quasi 24 anni, un passaporto dell’Angola, è nato e cresciuto in Italia tra Busto Arsizio, Ravenna e ora Milano. È uno di quegli autori che vengono definiti “casi editoriali”. Piace agli adolescenti, come una decina, o una quindicina d’anni fa poteva piacere Fabio Volo.

L’anno scorso, con il suo primo romanzo Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? edito da Mondadori ma partito con il self publishing ha venduto circa 100mila copie, e il libro è stato tradotto in Spagna e in Grecia. Il suo secondo romanzo, Prima o poi ci abbracceremo invece è uscito quest’anno, sempre con Mondadori, probabile segua lo stesso destino.

Facciamo finta che i nostri lettori non ti conoscano: come ti presenteresti?
Allora, autore… non ancora autore, nel senso… scrittore, non ancora scrittore. Sono due anni che scrivo, devo ancora fare tante cose, leggere, leggere tanti libri. Sto imparando adesso. Io delle volte scrivo e dico “Oh cavolo ho fatto questa cosa!” insomma, imparo facendo. Ho 23 anni e sono nato a Busto Arsizio il 25 maggio del 1992. Sono stato il caso editoriale dell’anno scorso, non tanto per le copie vendute, ma per il percorso. Autore autopubblicato, da solo, su internet, poi download mostruosi, poi contratto con Mondadori, poi centomila copie. Caso editoriale perché è un caso, nel senso che è stato tutto dettato dal caso. E niente, sono un autore che spera di diventare un autore a tutti gli effetti.

 

 

Dici che ancora non ti senti uno scrittore, eppure lo sei, è quello che fai
No, non lo sono, è quello che provo a fare. Quando un ragazzino gioca nei pulcini non è ancora un calciatore, io sono ancora in quella fase là.

E allora quando si diventa scrittori? 
Con l’età, l’esperienza, negli anni. Non credo che un chitarrista al primo anno che suona sia un chitarrista. Poi scrivere in teoria lo sanno fare tutti, quindi tutti pensano di sapere scrivere. Ma se ti metti e suoni per due anni non sei un chitarrista. Tra cinque o sei anni sarò un buon scrittore, spero.

Raccontami dei tuoi esordi, recentissimi, con il self publishing
Sono partito ad aprile dell’anno scorso, ho finito il libro Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? e l’ho autopubblicato. E nulla, ai tempi ho cercato come si pubblicava un libro, ho visto che negli Stati Uniti i libri i libri in self publishing a 99 centesimi funzionavano, ne vendevano milioni, così ho messo il mio libro in download gratuito. È stato distribuito su tutti i portali, su iTunes, Amazon, e nel giro di tre mesi aveva fatto ventimila download. Una giornalista poi l’ha girato a Mondadori, ed è successo il resto.

 

Antonio Dikele Distefano  Antonio Dikele Distefano – Foto: Gabriele Ferraresi

 

Quando è uscito il tuo primo libro?
Il 3 febbraio 2015. Il primo Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? il 16 febbraio è uscito negli Oscar Mondadori. Quest’anno è uscito Prima o poi ci abbracceremo.

Il primo è stato tradotto anche all’estero
Sì, in Spagna e in Grecia. In Grecia è difficile… con gli spagnoli ho avuto un contatto più diretto, mentre con i greci è stato più “Ecco, il libro è pronto”. Gli spagnoli sono stati un po’ più attenti.

In una tua intervista a La Stampa hai detto: “Non sei fallito se fallisci, sei fallito se non ci provi. Siate coraggiosi”. Come si fa a essere coraggiosi?
Bella domanda. C’è una frase che mi disse una persona “La paura di fallire è il senso del fallimento“. Io credo che a stare fermi non si cambino i risultati, mentre ogni azione che fai produce un risultato. Non è questione di essere coraggiosi. Bisogna essere consapevoli che ogni azione che si fa porta a un risultato, e credo che una vita senza risultati, non so, mi sembra una vita un po’ piatta. Quindi dico, provate! E quindi come si fa ad avere coraggio? Con la coscienza che ogni azione che si farà produrrà un risultato, e non esiste un risultato negativo, non esiste la sfortuna. Esiste il risultato meno positivo. E si impara anche da quello. Io su Facebook pubblico un video al giorno, ci sono video che vanno bene e video che vanno meno bene. Quelli che fanno meno visualizzazioni vanno comunque bene, perché se anche solo tre persone l’hanno visto, be’, prima non c’erano. Sono tre in più.

Sei attivissimo sui social media, soprattutto su Instagram e Facebook: fai tutto tu?
Sì sì, faccio io, non mi piace che altri facciano per me, ci lavoro molte ore. Facebook e Instagram è come se fossero il mio ufficio. È il mio posto di lavoro, e quindi devo stare attento, ma mi piace. Ho un rapporto molto easy, rispondo a tutti, cerco sempre di mantenere buoni rapporti con tutti. È difficile, perché su internet le persone spesso rivelano un lato negativo.

Ti scriveranno in tanti
Parecchia gente, io davvero, cerco di rispondere sempre a tutti. Credo che siano molti quelli che mi hanno scritto un messaggio e magari hanno detto “vediamo se risponde, e se risponde magari gli prendo il libro”.

Che identikit ti sei fatto dei tuoi lettori?
Gente che è stata lasciata. Sicuramente. Per me vanno dai tredici, o anche dai dieci, ai ventotto anni. Hanno storie complicate, me ne accorgo quando vado nelle scuole, o alla presentazioni. Sono persone che stanno male, che soffrono. Mi chiedono dei consigli. Anche se i miei libri sembrano tristi, alla fine c’è sempre una rivalsa, magari nel finale. Cerco sempre di dare una luce in fondo al tunnel.

 

Antonio Dikele Distefano  Antonio Dikele Distefano – Foto: Gabriele Ferraresi

 

Hai avuto un’infanzia complicata, hai detto a proposito che “Se un giorno saltasse la luce, o non ci fosse l’acqua, saprei come fare”
Io sono nato a Busto Arsizio, ma sono cresciuto a Ravenna. La mia infanzia è stata strana, un po’ complicata, i miei genitori avevano sempre questa precarietà, lavoravano, poi non lavoravano… passavamo da situazioni in cui avevamo bene o male tutto, a situazioni in cui non avevamo quasi niente. Ma praticamente nulla vuole dire che non avevamo l’acqua in casa, la luce in casa, e l’acqua andavamo a prenderla alle fontane di notte. Oppure andavo a mangiare a casa di amici, solo perché sapevo che a casa non c’era niente da mangiare. Ma non abbiamo mai vissuto male, non c’è mai stato uno screzio, c’è sempre stata solidarietà. Non era colpa dei nostri genitori. Era colpa del modello sociale in cui viviamo noi oggi. È impossibile che un bambino nel 2014 viva situazioni del genere, dove l’ENEL se due genitori precari non pagano le bollette gli stacca la luce. È stato difficile, però adesso quando ci penso, e provo a ricordarmi di quel periodo, molte scene non mi vengono in mente, perché le ho vissute con tanta leggerezza. Quando me le raccontano penso “Ah ma è successo davvero?“. Solo che non mi vengono in mente, faccio fatica. Ma sono contento di quello che ho vissuto. Se dovesse ricapitarmi non sarei spaesato.

Tuo padre è un ex militare angolano, tua madre sarta. Come va con loro?
Ci sentiamo su WhatsApp, su Facebook, su Skype, i social network servono a questo. Mio padre ha fatto la guerra in Angola, è diventato maggiore, dalla schiera sovietico – cubana. Erano gli anni di un mondo diviso a metà. Anche in Angola si vivevano queste tensioni, e mio padre era nella sezione sovietica, lui è ancora in Italia. Mia madre è tornata in Angola.

Loro cosa dicono del tuo successo?
Io credo che loro siano contenti, ma più che altro perché faccio qualcosa che mi fa stare bene, non tanto perché crea utili. Se io nella vita gli avessi detto che volevo fare il pittore, sarebbero stati contenti uguale. Credo siano contenti perché sto facendo qualcosa, che non è una cosa negativa, che fa anche del bene. Perché leggere fa bene, è consolatorio.

Tu non hai preso la cittadinanza italiana: e da quel che ho capito non te ne importa nulla
La cittadinanza credo che non debba essere una meta esistenziale per un ragazzo giovane, in un paese democratico è una bugia enorme, una assurdità. Io ho capito, non dico che non mi serve, ma può anche non servirmi. Forse ho avuto la fortuna di fare un lavoro in cui non serve la cittadinanza per poterlo fare, se avessi voluto fare il carabiniere, o lavorare in posta, mi sarebbe servita. Non mi serve a nulla, anzi: sono grato all’Angola che mi ha dato un passaporto senza avermi mai visto.

L’Italia secondo te è un paese razzista? 
No, credo sia un problema legato solo a una questione di politiche e leggi. Ti spiego. Il fatto che due persone che si amano non possono sposarsi: questo è un paese razzista. Il fatto che oggi ci siano persone che  guadagnano tot soldi e altre che guadagnano pochi soldi, è una questione di razzismo. Gli italiani sono classisti, non razzisti. Io sono Antonio Dikele Distefano, ma facciamo finta che domani vado da Maria De Filippi, tutti i pomeriggi a fare il tronista. Divento un personaggio noto e per le persone non sono più il negro che ruba il lavoro, sono il tronista di Maria De Filippi. Credo che sia un paese classista, non razzista.

Ti è capitato qualche episodio?
Sì, credo capitino a tutti, capita anche alla ragazza che quando parcheggia c’è l’uomo che pensa che non saprà mai parcheggiare, o la ragazza che fa il meteo e quello pensa “Ma questa sicuro l’ha data a qualcuno“, oppure a me che cammino per strada, tiro fuori l’iPhone e qualcuno pensa sia uno spacciatore. Credo sia più che altro un problema di come veniamo educati. Noi a scuola formiamo dei lavoratori del futuro, ed è un concetto sbagliatissimo, non siamo macchine, non siamo iPhone. Dovremmo formare delle persone migliori.

 

Antonio Dikele Distefano  Antonio Dikele Distefano – Foto: Gabriele Ferraresi

 

Mi dicevi che vai molto nelle scuole
Racconto la mia storia, credo possa essere utile, cerco di essere un esempio. Io ce l’ho fatta – che poi fatta… a pubblicare con Mondadori, che non avevo nulla, partendo da zero – potete farcela anche voi se vi mettete sotto. Racconto storie di rivalsa, e poi cerco di comunicare che al giorno d’oggi la gente sta male perché non comunica, si fa la guerra, è per questo viviamo male. Se comunicassimo di più, andrebbe tutto meglio. Basterebbe parlarsi di più.

Ti hanno definito “il nuovo Fabio Volo”
Potevano anche scrivere il nuovo Italo Calvino, che non mi sarebbe piaciuto lo stesso, io vorrei essere il nuovo niente, al massimo essere il primo Antonio. Poi non ho nulla contro Volo, anzi, credo ci siano molti frustrati in giro,

È snobismo
Lui non fa male a nessuno, e al contrario di altri non si è mai preso sul serio. Altre persone al posto suo con quello che ha venduto, avrebbero fatto i tuttologi in prima serata su RaiDue. E i suoi libri non mi dispiacciono. Un giorno mi piacerebbe scrivere come De Silva, come Vasco Brondi, quello sarebbe un successo.

Che libri ci sono sul tuo comodino?
Francesco Piccolo, tutti i libri di Diego De Silva, la Bignardi, poi c’è John Fante, c’è Sergio Bambaren, c’è Vasco Brondi.

Hai chiuso con Vasco Brondi, un musicista. Che musica ascolti?
Vasco Brondi, Brunori SAS, Daniele Silvestri.

Parlando di cinema, c’è qualcosa all’orizzonte?
C’è, ma non si sa. Siamo un po’ in dubbio, è un mondo un po’ strano, perché mancano i soldi. Io spero che si faccia, il film di Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? fatto con una mentalità un po’ internazionale e non classica italiana dove nero vuol dire bonghi e gonnelline, credo che potrebbe essere un film generazionale. Rappresenterebbbe una fascia di italiani che non vengono visti. Dai tempi di Romeo e Giulietta c’è sempre qualcuno che ci dice quello che è giusto e quello che è sbagliato. I protagonisti del libro in questo sono diversi.

Hai altri progetti?
Stiamo lavorando al terzo libro, oggi è venuta a trovarmi la mia editor.

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