Libri
di Mattia Nesto 26 Novembre 2018

Ballare tra i fumetti: Il cammino della Cumbia di Davide Toffolo

Abbiamo intervistato il leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti sul suo nuovo graphic novel che è un “documentario musicale a fumetti”

Il cammino della Cumbia è la nuova, è il caso di dire, avventura a fumetti firmata da Davide Toffolo, leader e cantante dei Tre Allegri Ragazzi. Di Toffolo e del mondo dei fumetti si è detto e scritto molto (ed anche noi ne abbiamo scritto a più riprese come ad esempio qui) ma in questo rapporto di, per dirla come gli storici francesi, di longue durée questo Il cammino della Cumbia è davvero una tappa importante. È importante non solo perché della cumbia Toffolo è ormai uno dei più grandi conoscitori e appassionati d’Italia ma è anche il principale animatore de L’Istituto Italiano di Cumbia, il collettivo di musicisti e artisti che, dopo aver partecipato al MI AMI 2017 è uscito in questi giorni con il nuovo album, il Volume 2. Ma di questo albo coloratissimo, pieno di suoni, sapori e storie del Sudamerica (uscito in una splendida edizione Oblomov) non potevamo che parlarne con il diretto interessato. E così abbiamo raggiunto Toffolo per un’intervista che è stata un viaggio.

 

 

Ad un certo punto ne “Il cammino della Cumbia” fai dire al grafico Elliot Tupac una frase che ritengo significativa: “Non si può immaginare una musica popolare che sia elitaria”, un pensiero molto simile a quello di Milo Manara, il quale intervistato sulla pop-art, disse: “La pop-art è intellettuale, quella almeno studiata a scuola. La vera pop sono i calendari appesi nelle officine oppure le cartoline delle pin-up che si trovano nei penitenziari”. Ecco mi dà l’impressione che tu della cumbia, dal 2002 ad oggi, ti sia innamorato proprio per questo: il suo carattere genuinamente popolare.
Guarda la tua domanda è interessante e la considerazione di Manara molto arguta, molto centrata, ma credo di non avere avuto altri interessi, specie in relazione al mio rapporto con la cumbia. Le parole che citi sono parole di Tupac, l’artista grafico che ha riscoperto un’arte tipica di Lima e del Perù, ovvero la cartellonistica stradale. Lui viene da una famiglia di artisti e ha innovato molto in questo senso. L’idea però di Manara, e di molti altri con lui, che l’arte sia davvero popolare quando ha una dimensione numerica di popolarità è interessante ma non è la mia visione. Quello che mi interessa della cumbia non è tanto la sua dimensione popolare quanto la sua dimensione di marginalità, di essere marginale al mercato ma tra la gente per così dire. Anche se comunque i numeri della cumbia sono in crescita e di per sé la cumbia è musica popolare, è anche musica migrante, perciò legata ad un certo ceto sociale ovvero dei migranti e dei poveri, specie in Sudamerica e specie in certi Paesi del Sudamerica. In Colombia è la musica nazionale ma in Argentina o in Perù questa musica è arrivata con i migranti. Ho sempre lavorato in una dimensione elitaria fra virgolette, di pensiero in qualche modo non soltanto di risultato. Per me la ricerca sul fumetto è stato in primis una ricerca sul linguaggio anche molto specifico come del resto la musica.

 

Spesso ne Il cammino della cumbia oltre che di musica si parla anche di luoghi (come il Palermo Club) ma anche e soprattutto di società e di persone: per preparare questo albo hai dovuto viaggiare molto, non soltanto con la fantasia, ma proprio macinando chilometri?
Questo era l’obiettivo di questo lavoro. Due estati fa ho incontrato in un talk  a Milano Nicola Cruz, uno dei rappresentati più conosciuti della versioni più contemporanee di cumbia e mi ha detto che che dovevo andare a vedere cosa fosse. E aveva ragione. Io anni fa avevo visto cosa fosse, specie in Argentina, ma il nuovo viaggio è stata tutta un’altra cosa. Cumbia è una musica che si è spostata nei vari Paesi e la nuova generazione di musicisti è molto consapevole di questo, è un po’ come se si fossero recuperati concetti come quelli del panaricanismo che sembravamo perduti, sempre ben conosci delle specificità nazionali di ogni singola variante di cumbia. A me interessava questa visione, una musica che si sposta, come la carovana di migranti che si sta spostando dal Centro America agli Stati Uniti. Cumbia è musica mutante e migrante.

  

Per raccontare la cumbia servivano, anzi era proprio la conditio sine qua non, tutti quei colori che contraddistinguono l’albo, vero?
Guarda questo che hai detto è verissimo. Infatti è il primo albo pensato, fin dall’inizio, per essere a colori, a tanti colori. Anche gli altri erano colorati ma la suggestione cromatica di questo viaggio è stata troppo forte per non finire sulle pagine. E la cosa bella è interessante è che le visioni reali del viaggio sono andate ad incastrarsi perfettamente con le idee che avevo prima di mettermi in cammino ed ecco spiegate quindi le citazioni a Kirby, al fumetto anche americano dei supereroi. Tutte letture che mi hanno formato fin da piccolo.

 

 

 

Miriam Alejandra Bianchi, meglio come conosciuta come Gilda, è stata la più importante cantante di cumbia in Argentina. A lei dedichi pagine molto intense, ce ne potresti parlare (specialmente perché, almeno fino a qualche anno fa l’ambiente della cumbia era ancora un ambiente molto, forse troppo al maschile).
Che storia affascinante! Una storia incredibile perché in un mondo, come spesso avviene, praticamente di soli uomini dove la cultura machista era (ed è per certi aspetti) molto forte si impone questa cantante incredibile che passa, senza praticamente soluzione di continuità, dalla celebrità del palco alla santità. Lei infatti è venerata come una santa, una vera e propria santa sudamericana, ovvero capace di fare miracoli anche senza essere dentro il calendario. Un qualcosa di incredibile che mi ha fatto scoprire la mia amica e fotografa Cecilia Ibanez e che per questo ringrazio tantissimo. E Gilda era davvero popolare ai tempi, è stata la cantante di cumbia più famosa per tutti gli anni Novanta in Argentina quindi stiamo parlando di una star, di una figura emblematica e che racconta precisamente la cultura del suo Paese del tempo.

Abbiamo letto molte interviste su di te e su questa pubblicazione è uno dei punti centrali, su cui più volte ritorni, è l’importanza capitale del tour sudamericano dei Daft Punk, che ha finito di influenzare tutto un mondo culturale che non aspettava altro. In che senso e perché la “lezione” del gruppo francese è stata più seminale in Sudamerica piuttosto che in Europa o in Asia per dire?
Beh innanzi tutto per come avevano decidere di impostare, a partire dal palco, il loro tour. Quella famosa piramide luminosa dentro la quale suonavano era un evidente richiamo all’architettura degli Inca, ma, soprattutto, l’idea di portare un concerto di musica elettronica in Sudamerica ha attecchito con grandissima forza. La forma quindi che si coniuga alla sostanza. Ho parlato con tantissimi producer boliviani e peruviani che davvero hanno vissuto quel concerto come un’illuminazione: rivitalizzare la musica folklorica con l’elettronica. La cumbia-digital argentina e molte altre forme nascono proprio da quel concerto.

 

Hai scritto ormai diversi libri a fumetti, di argomenti diversissimi e che non sempre, anzi poche volte, parlano di musica. Hai in mente qualcosa di nuovo sull’argomento?
Sicuramente Il cammino della Cumbia avrà una seconda parte, che tratterà soprattutto dell’Ecuador e della Colombia, che sono rimaste fuori e poi affronterà la cumbia messicana, in un terzo e conclusivo volume. Poi, a livello ancor più personale, la collaborazione con Linus diventerà sempre più importante e sto proprio lavorando in questi giorni ad un progetto proprio per la rivista. Io non ho mai vissuto il libro a fumetti come qualcosa di seriale ma come storie e ricerche a sé. In fondo, se ci pensi, Pasolini, Il Re Bianco e questo hanno qualcosa in comune: si parte da una scrittura a tavolino, da un’idea di base e poi si parte per toccare con mano e guardare con i propri quanto si è scritto o disegnato su carta. Il cammino della Cumbia, muovendosi su un continente intero però è il progetto senza dubbio più ambizioso.

Per tornare ancora alla cumbia sei tra i principali animatori dell’Istituto Italiano di Cumbia, tra l’altro che è stato ospite del MI AMI: come fanno le cose sul fronte “cumbia all’italiana”?
Molto ma molto bene anzi il fatto che in giro per l’Italia, da nord a sud comprese le isole, si stiano iniziando a fare eventi e concerti dedicati esclusivamente alla cumbia è fonte non solo di grandissima gioia ma anche di un pizzico di soddisfazione. Le tante ragazze e ragazzi che si sono appassionati in questi anni e gli artisti della diaspora sudamericana stanno davvero innervando linfa vitale in questa musica anche in Italia.

 

Non so perché ma trovo che più di tutte le città italiane la cumbia si sposi, sia a livello storico che proprio per quanto riguarda il tessuto sociale, a Genova, in questi mesi sempre più ferita e derelitta. Cosa ne pensi?
Beh ma Genova è tappa fondamentale per lo “sbarco” della cumbia in Italia. Non soltanto perché Sonora Maddalena ha suonato proprio nell’album dell’Istiuto Italiano di Cumbia ma poi perché Genova è sempre stata all’avanguardia in fatto di live ed eventi. Ad esempio il concerto chiamato “Cumbia minimal” che abbiamo tenuto qualche tempo in quel posto meraviglioso che sono i Giardini Luzzati è un segnale importante. Il nuovo album dell’Istituto Italiano di Cumbia, il Volume 2 con 17 gruppi mostra ancora di più la sua specificità. Il cammino della Cumbia è lontano dalla fine, molto lontano.

 

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