Libri
di Mattia Nesto 6 marzo 2018

L’amore negli anni ’90 nel nuovo libro di Corrado Fortuna

Abbiamo intervistato Corrado Fortuna per saperne di più sul suo nuovo libro, “L’amore capovolto”, che parla d’amore dal Dopoguerra agli anni ’90

 

Oggi esce L’Amore capovolto, il secondo romanzo di Corrado Fortuna, edito da Rizzoli. Per molti di noi Corrado è un vero e proprio “attore di culto”, avendo interpretato nel 2003 My name is Tanino, l’indimenticabile film di Paolo Virzì.

Oggi, dopo molte altre collaborazioni e partecipazioni a fiction di successo, Corrado Fortuna con questo nuovo libro si conferma “uno scrittore fatto e finito”, in grado di evocare sensazioni, emozioni e scenari molto vividi che spaziano dal secondo Dopoguerra e arrivano nell’Italia dei centri sociali di metà anni Novanta (già sembra preistoria!). Noi l’abbiamo raggiunto e ci siamo fatti raccontare qualcosa di più su quest’ultimo romanzo.

Quattro anni fa usciva il tuo primo romanzo, Un giorno sarai un posto bellissimo, pubblicato da Baldini e Castoldi: quanto sei cambiato rispetto al 2014?
Sto per fare (a giorni) 40 anni. Credo che in parte il numero tondo mi metta di fronte alla necessità di cambiare certe cose. Ecco, questi 4 anni mi hanno preparato a questo. Mi hanno preparato a come diventare uno splendido quarantenne: sono felice tutto sommato, non mi voglio lamentare. Questo sia per quanto riguarda lo scrittore che per l’uomo, che poi sono la stessa persona. Ma sono comunque convinto che si cambi ad ogni respiro, quindi fra cinque minuti potrei risponderti un’altra cosa.

 

Solito stronzo.

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Ne L’Amore capovolto scrivi di una sorta di storia d’amore doppia, o per meglio dire specchiata: infatti, senza svelare troppo della trama, possiamo dire che Giacomo, il protagonista principale, romantico, un po’ tontolone e molto ingenuo, specchi il suo fortissimo desiderio di amore assoluto e idealizzato in una storia, per l’appunto d’amore, accaduta quasi cinquant’anni prima. Da dove ti è nata l’idea?
Beh guarda proprio così in effetti, è in questo che si risolve quello che poi è il titolo del libro. Ma Giacomo si fa infiammare anche dalla guerra partigiana, oltre che dalla storia fra i due protagonisti. Giacomo nella sua attualità è testimone dell’inasprirsi vieppiù sanguinoso della guerra nei Balcani negli anni novanta, e quando legge le lettere scopre un’altra guerra, di cinquant’anni prima, nella sua città in cui chi la combatte ha la sua età. Giacomo viene rapito dall’incosciente, dall’avventuroso e dal romantico che c’è in quei due giovani, ma anche dall’idea di sacrificio per la libertà, dall’idea di antifascismo. Giacomo è uno studente universitario inoltre, e ha la fortuna di trovare quelle lettere mentre prepara storia contemporanea. Detto questo, mi è capitato di trovare un carteggio vero, ecco da dove è arrivata l’idea. Quel pacco di lettere l’ho stretto tra le mani. Erano due fratelli adolescenti separati dalla guerra. Mi piacciono le storie di ragazzi, e nella guerra partigiana c’è tanto di avventuroso, di picaresco. D’altronde lo insegna Calvino. Mi sono messo a costruire una storia, è venuta questa qui.

 

Sei del 1978 e hai scritto praticamente un romanzo epistolare: hai sempre subito il fascino dei vecchi carteggi in senso lato oppure sei un grande fan di romanzoni come La nuova Eloisa di Rousseau?
In realtà ho scritto un romanzo che racconta di uno scambio di lettere. nel romanzo le lettere “pubblicate” sono solo tre. Ma mi piace se uno non se ne accorge, vuol dire che ci è entrato dentro che è cascato nel trucchetto e questo mi fa gongolare. Detto questo, no, non è stato il romanzo epistolare a ispirarmi. Ho fatto un lavoro di ricerca lunghissimo: io ho studiato storia all’università, ho ritirato fuori i libri di Storia, e ho avuto una importante consulenza. Nel frattempo mi nutrivo di romanzi d’avventura e di ragazzi, costruivo un mio immaginario. Ah e qualche romanzo storico certo, Evangelisti su tutti, anche se il mio non è certo un romanzo storico.

 

In questo romanzo la musica, ma anche la cultura e una certa idea del mondo di metà anni Novanta, ha largo spazio: quanto sono stati importanti per te cantanti come Neffa, Carmen Consoli o gruppi come gli Afterhours?
Sono importanti in doppia misura, intanto perché sono stati i musicisti che mi hanno accompagnato in quella parte bellissima e dolorosissima che sono i vent’anni e forse basterebbe questo. Invece no c’è dell’altro: quelli che citi sono anche meravigliosi musicisti, la musica indi italiana degli anni novanta era mediamente di altissima qualità.

“Aspettando il sole” di Neffa è ancora oggi la migliore canzone italiana degli anni ’90?
Certo, con Quelli che ben pensano di mio fratello Frankie, che forse è il miglior testo del ‘900. Ma non sono un nostalgico, il rap italiano lo ascolto ancora, tutto. Poi non tutto mi piace, ecco.

 

Personalmente mi è molto piaciuta la descrizione che dai dei Centri Sociali, ormai visti dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica con il fumo negli occhi, per usare un eufemismo. Tu li hai mai frequentati i Centri Sociali e se sì che ricordo hai di quel periodo?Se ho mai frequentato i centri sociali?
Una volta ho chiesto a Cesare Cremonini se davvero aveva avuto una vespa special e giustamente si è offeso, fai tu! Il ricordo che ne ho è quindi quello che descrivo nel libro, ne più e nemmeno: i centri sociali sono luoghi meravigliosi.Riguardo i cannibali, che posso dire? Sono parte della mia formazione come lettore. E ritengo Ammaniti il più grande scrittore italiano vivente.

 

Come domanda finale non ti posso non chiedere di Firenze, una città che dal tuo libro esce fuori come una sorta di Festa Mobile, per citare quel meraviglioso romanzo di Hemingway: visto che tu ci vivi a Firenze quali sono le “affinità e divergenze” con la città che descrivi ne L’Amore capovolto?
Firenze è un mortorio. Non è la città che ho frequentato negli anni novanta. Tutto è stato decentrato, l’università è a Novoli, in periferia. Una cosa impensabile per i miei tempi e per la storia che ho scritto. Vedo una città triste, che non sa che fare, dove incontrarsi, dove cercare di non spendere 50 euro in un venerdì sera per poi domandarsi come sia stato possibile il giorno dopo. Ma in fondo Firenze è un posto dove si vive bene, le cose funzionano, e dove per inerzia alla fine si sta anche bene. Forse è solo che mi manca il caldo e il mare, sto invecchiando.

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