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Home Musica

L’importanza dei Radiohead quando ti senti uno schifo

by Simone Stefanini
15 Giugno 2017
in Musica
L’importanza dei Radiohead quando ti senti uno schifo

Di ritorno dal concerto fiorentino dei Radiohead, magnetici davanti a più di 40 mila persone, mi giravano in testa un po’ di cose. Nel 1993, quando è uscito il singolo Creep, i testi delle band in voga al tempo erano ben più criptici e meno diretti del pezzone di Thom Yorke e band. Per capirli davvero, il più delle volte dovevi farteli tradurre e interpretarli, come si fa con le poesie ermetiche o coi flussi di coscienza.

Poi è arrivato questo ragazzo inglese, con un occhio semichiuso e uno aperto, i denti storti e le movenze da Ian Curtis redivivo, e ha piazzato le parole che tutti quelli che hanno avuto problemi con lo specchio avrebbero voluto dire almeno una volta alla persona vanamente amata, in un giorno d’illuminata commiserazione.

“Voglio avere il controllo, voglio un corpo perfetto e un’anima perfetta, voglio che tu mi noti quando non ti sono attorno, tu sei così speciale, io avrei voluto essere speciale, ma faccio schifo, sono uno strano, che ci faccio qui, non appartengo a questo posto.”

Nel tempo in cui il grunge ha dei depressi bellocci come Kurt Cobain, Eddie Vedder e Chris Cornell, mentre il brit pop sforna inglesi ribelli e fascinosi tipo Damon Albarn, Liam Gallagher o Richard Ashcroft, appare questo ragazzo basso e sgraziato, consapevole di essere brutto, che si prende carico di tutti i brutti dell’universo e gli cuce addosso l’inno, che una volta interiorizzato diventa il pezzo del riscatto e dell’orgoglio.

Ragazza perfetta, hai presente che mondo ho dentro e che tu non vedrai mai?

Thom Yorke fa il giro e diventa bello, un idolo fragile, intenso e potente. Fake Plastic Tree tratta da The Bends diventa un altro inno , la seconda ballatona strappacuore che parla ancora d’amore, ancora impossibile.

“Se solo potessi essere ciò che tu vorresti, per sempre.”

Quando precisamente 20 anni fa esce OK Computer, i Radiohead rivoltano come un calzino gli standard della musica suonata da una band basso batteria chitarra chitarra voce. Quell’album lo conoscete a menadito e sarebbe ridondante anche solo sottolinearne l’importanza, ma cosa strana, il più complesso e depressivo dei loro lavori fino a quel momento, diventa viatico di fama mondiale grazie ai singoli Karma Police, No Surprises, Lucky e Paranoid Android, pezzo pop prog con un video crepuscolare animato di quelli che non dimentichi mai.

Avrebbero potuto fare un paio di fac-simile e diventare subito una band da stadio, invece rimangono realtà da Palasport e fanno maturare i fan con loro. Le sperimentazioni elettroniche prima e direttamente sulla forma canzone dopo (fino a oggi), sono bocconi che un pubblico generalista fatica di solito a digerire, se non si è innamorato della band, eppure oggi i Radiohead suonano davanti a 50mila persone delle canzoni ostiche, talvolta incantabili, nel senso sia dell’impossibilità del singalong, sia dell’incanto in cui cadi quando le ascolti.

Non tutti gli album recenti sono degli incontrastati capolavori e dai commenti che vediamo sui social, i fan durante i concerti aspettano sempre i classici, che loro dosano saggiamente, per non far diventare tutto il carrozzone l’ennesima operazione revival tipo gli U2 che suonano tutto The Joshua Tree per il suo 30° anniversario.

La cosa che rende i Radiohead unici è il fatto che sanno sempre scrivere canzoni, sono ancora ispirati, anche se non sono più un gruppo da pubblico generalista. Raggruppano però migliaia di persone che tornano a vederli per immergersi in un oceano di suoni che a volte si fa fatica a capire da dove provengano o come siano stati ottenuti.

Per un solista dev’essere molto più semplice sperimentare, basta cambiare produttore, città e musicisti. Per una band di cinque elementi partiti dal cliché rock basso, batteria, due chitarre e voce, le cose sono un po’ diverse, eppure negli anni tutti i membri hanno saputo evolvere il proprio stile, cambiare approccio, strumentazione e di fatto son riusciti a spingersi là dove nessun’altra band di fascia alta, altissima avrebbe saputo.

Che poi oggi Creep la suonino solo quando hanno voglia, è una nota di merito per una band che non ha mai scelto la via facile, ma che grazie al talento e all’empatia, è riuscita a farsi apprezzare a vari livelli da un’infinità di persone, con una parabola che ha davvero pochi paragoni nella storia della musica.

Per il resto, descrivere un concerto bello come quello di ieri non si può e il silenzio irreale delle 40mila persone al Visarno durante Exit Music è un momento di quelli in cui o ci sei o te lo sei perso.

 

 

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Tags: cantante
Simone Stefanini

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