La caduta dei social network: perché LinkedIn, Twitter e SoundCloud sono nei guai

Tra crolli in borsa, identità perduta, conti che non tornano e un gigante che mangia tutto: Facebook

sm_ante  La F blu tende a mangiarsi tutto

 

Era il 19 maggio del 2011 quando LinkedIn debuttava in borsa a New York. A Wall Street è probabile che furono parecchi i tappi di champagne a saltare, perché in una sola giornata LinkedIn vide raddoppiare il suo valore. Partito da 45 $ ad azione, a fine seduta valeva 94,25 $. Il social network che aiuta privati e aziende a offrire, cercare e trovare lavoro, fu il primo gigante delle reti sociali a quotarsi: riuscendo a capitalizzare quel giorno 9 miliardi di dollari, cifre che oggi ci fanno sorridere rispetto a quanto vale per esempio Alphabet – ovvero Google – di recente giunta a quota 533 miliardi di dollari.

Una manovra finanziaria di un Paese come l’Italia ammonta a circa 30 miliardi di euro, per dare una dimensione comprensibile delle cifre in ballo. Ma stiamo su LinkedIn, e sulla sua quotazione del 2011.

Schermata 2016-02-10 alle 17.30.51  L’andamento di LinkedIn dall’inizio della sua quotazione in borsa: non proprio benissimo

 

Allora, nel 2011, vedendo i numeri di LinkedIn quotato ci fu chi parlò di bolla – bolla al momento ancora inesplosa. E finché una bolla non esplode è un boom – oggi però, cinque anni dopo, pare proprio che se di bolla non si possa parlare, almeno sia cambiato qualcosa. E lo vediamo bene nel grafico qui sopra, che riassume le fluttuazioni degli ultimi cinque anni del titolo LinkedIn. Venerdì scorso è crollato, perdendo il 44%, vale a dire circa 10 miliardi di dollari di valore.

Ora LinkedIn vede un po’ di rimbalzo – la traduzione per gli umani di “rimbalzo” è “dopo aver toccato il fondo ti impediamo di scavare. Per ora” – e ci mancherebbe anche altro, e un buon approfondimento sui perché di una frana del genere lo si legge su Forbes. Malgrado il venerdì nero di LinkedIn guardando l’andamento del titolo chi ci ha investito dall’inizio e ha tenuto duro non ci ha perso, per ora. Ma domani? Chissà.

Chi ha investito in Twitter dall’inizio invece ci ha perso eccome, è stato un bagno di sangue. Invece chi ha messo due soldini in Google può fregarsi le mani, così come chi li ha messi in Facebook, anche. Nel complesso però non è un gran periodo: dipende molto dal mercato, decisamente instabile, e quando c’è instabilità chi non è solido, balla. Di Twitter avevamo parlato di recente, spiegando come di certo la notizia della morte di Twitter sia grandemente esagerata, ma qualche problema ci sia eccome. Innanzitutto in termini di identità, dove la crisi è davvero grave. E dove non c’è un piano chiaro, investitori e mercato puniscono, colpendo al portafoglio.

Twitter va male soprattutto in termini di una crisi di identità che non vede soluzioni chiare e a breve termine. Scriveva poi Federica Bianchi su l’Espresso che “C’è chi però ormai non crede più alla possibilità di riscatto da parte di Twitter: «Ormai Facebook è diventato il portale di ingresso su Internet per la maggior parte della gente», spiega il blogger Ben Thompson: «Anche se Twitter trovasse la formula magica non si capisce perché gli utenti dovrebbero cambiare». E la battaglia sugli smartphone Twitter l’ha persa nel 2009, anno in cui i due social avevano lo stesso numero di utenti registrati: «Ora è troppo tardi per recuperare»”.

Ecco: Facebook come unica porta d’accesso. Possibile che lo sia davvero, e non ci sia più nulla da fare, come l’esatto opposto. Ma se dovessi scommettere dieci euro, li metterei sul “troppo tardi per Twitter”. È da capire quanto siano ancora in tempo tutti gli altri. Ma non sono solo questi due grandi – LinkedIn e Twitter – ad avere qualche problema. Anche una “piccola” come SoundCloud, sembra avere ben più di qualche problema.

Tanto che c’è chi sostiene che rischi addirittura di chiudere. Spiegato semplice, SoundCloud perde tantissimi soldi e ne guadagna pochi, tra il 2012 e il 2014 ha perso 75 milioni di euro, mettendo a bilancio revenue per appena 37 milioni di euro. Può davvero andare avanti? Certo che sì, almeno per l’operatività di breve periodo, non è che da un giorno all’altro vi troverete senza account. Ma se sul medio periodo non arriva qualcuno che pratichi una sontuosa iniezione di liquidità ci sarà da dire addio alla nuvoletta arancione SoundCloud.

Per chiudere? È bene ricordare i profitti di Facebook nel solo ultimo trimestre del 2015: oltre un miliardo di dollari. E l’impressione è che più passerà il tempo, più agli altri rimarranno solo briciole.

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