I pentiti di Instagram

Sembrava che tutti dovessero lasciare Facebook in favore di Instagram, ma il social video-fotografico ha stancato prima

Se una rondine non fa certo primavera, è pur vero che lo svuotamento coatto di Facebook in favore di Instagram che sembrava profilarsi all’orizzonte, non sta avvenendo secondo i piani.

Qualche tempo fa, sembrava che tutti si stessero per cancellare da Facebook e il motivo è pure intuibile: se partecipi attivamente, ogni giorno è una guerra con sconosciuti, se invece guardi e basta, sei comunque sotto attacco da centinaia di link farlocchi, status da pelle d’oca e ogni tipo di bruttura umana. Chiaro che dopo anni, la voglia di combattere viene meno e si insinua sempre di più il forte sospetto che non ci sia alcun motivo per complicarsi la vita, già complicata di suo.

Volete mettere Instagram? Intanto, siamo sempre sotto il tetto di Mark Zuckerberg, il santo Protettore dei Dissociati, quindi non ci sembra di tradire nessuno. Poi: ah, che leggerezza. Fotografie, ritratti, paesaggi, tramonti, corpi seminudi, ristoranti, concerti, momenti cristallizzati nel tempo, esperienze reali di pura finzione. E ancora: la possibilità di seguire e interagire coi nostri beniamini, di guardarli fare cose tutto il giorno attraverso le stories in un garguantesco Grande Fratello che non si prende neanche la briga di essere nascosto. Una meraviglia: con un po’ di selezione all’ingresso, la bolla rimane tale e non ci saranno mai interferenze da parte di chi non ci piace.

Qualcuno di voi ha addirittura fatto l’annuncio, sentendosi come quando Robbie Williams ha lasciato i Take That: “Ragazzi, lascio Facebook perché non ce la faccio più, se mi volete mi cercate su Instagram.” e lì per lì in molti, leggendo la tetra missiva, hanno sublimato con un sonoro sticazzi. Per un po’ avete giocato a fare i VIP ma le stories che vi vedono protagonisti, alla fine non sono così rilevanti e la notte sognate i 100 like che prendevate su Facebook quando riuscivate a scrivere un post sagace. In più, mostrando larghe porzioni della vostra vita in video, come affetti dalla sindrome del Truman Show, vi siete resi conto che la vostra vita non è che sia poi tutta quella fantastica storia, come narrato erroneamente nel testo di Venditti. Lavoro, scuola, tv, qualche uscita fuori, concerti, discoteca, le stesse cose che si ripetono settimana dopo settimana e che, in definitiva, fanno anche tutti gli altri, quindi sai che novità.

È andata così: fate 5 storie e la prima viene vista da 100 persone, la seconda da 86 e via e via, fino alla quinta a cui sono arrivate 38 persone. Significa che siete noiosi. Pensate poi a tutti quegli hashtag che dovete mettere sotto una foto per farvi dare i cuoricini, un milione di scritte casuali tipo #instacampeggio o #colazionegram, solo per farvi sentire accettati. Vi sdraiate sul letto a pancia in giù e ricordate quei bei tempi in cui caricavate 60 foto su Facebook senza neanche una didascalia e arrivava subito lo stalker a darvi soddisfazione, oppure quando litigavate di politica in quei bei post da 1357 commenti. Avete voluto fare come il Gesualdo del Verga, che popolano com’era volle diventare Signore ma non ci riuscì del tutto e rimase per tutta la vita intrappolato con la doppia dicitura Mastro-Don.

Allora timidamente, senza i proclami dell’abbandono, tornate a mettere like su Facebook, poi a scrivere un post e iniziate di nuovo come se nulla fosse successo, magari cancellando il post del Grande Esodo. Perché vi siete rotti le scatole di creare un documentario sulla vostra vita, di mettervi in posa per fingere che sia tutto bellissimo quando in realtà vi annoiate a morte. Volete mettere che bello lamentarvi su Facebook e sentire il calore delle persone che, come voi, si rompono i coglioni?

Abbiamo interpellato Filippo Gualandi, osservatore attento dei social e delle loro mutazioni, per rispondere a qualche quesito in merito.

Instagram è tutt’oggi considerato il social dell’apparenza, dell’ostentazione, ma è veramente così?
Credo sia un’osservazione inesatta o comunque legata a un periodo passato di questo social network mutevole e sfuggente. Nel tempo c’è stato un graduale e silente cambiamento. Da piattaforma idealizzata per pubblicare scatti istantanei è diventata una vetrina che trascende la vanità, gettandosi di testa nel mondo del commercio e questo è stato il punto di volta che ha fatto decollare il sogno di Instagram, instillando speranze e spezzando al contempo molti animi puri, pieni di brama e sete di successo facile.

 

Ma cos’ha di differente Instagram da un altro social network, da averlo reso così potente e altrettanto deludente?
Ecco, se siamo stati attratti da Facebook, lo abbiamo fatto per interconnetterci con i nostri amici, nuovi o vecchi che siano – cosa che già accadeva su MySpace et similia – insomma, per sentirci meno soli. L’avvicinamento a Instagram invece è avvenuto perché nel social è stato intravisto un ipotetico successo, dove i punti di riferimento sono state quelle persone che hanno fatto di sé stesse dei brand; un social idealizzato e interpretato erroneamente, un enorme contenitore di speranze basate su risultati di dubbia tangibilità. Profili basati non sul modello Ferragni, ma su gli emuli della Ferragni.

Negli anni scorsi, la piattaforma si era trasformata in un coacervo di venditori ambulanti dove, a suon di storie infarcite di codici sconto e post con mille brand taggati, ci hanno fatto sentire come a un mercato del pesce in cui non avremmo voluto andare, sommersi da orate e mazzancolle in offerta nonostante i nostri continui e sempre più stanchi “No, no grazie sono a posto così” (questo succede anche su YouTube dove gli infobox di alcuni Youtuber sono pieni di link ai prodotti visti nel video, tanto da farci pensare che Mastrota sia stato il più grande formatore di quest’epoca).

Questo implica assolutamente la tendenza a skippare le storie, spesso come gesto inconsulto perché abituato a una surplus di informazioni. La stessa cosa dello zapping annoiato fatto sul divano davanti alla tv.

Come si è instaurato questo meccanismo?
L’utente ha voluto per forza emulare il comportamento dei brand pensando che quello fosse il modo giusto per approcciarsi al social, o magari banalmente per tirar su i classici “due spicci” ignorando le dinamiche che stanno dietro a un profilo di un’azienda o di un personaggio famoso, oppure ignorando ingenuamente quale sia il margine di guadagno di un’azienda che ti fornisce un prodotto gratuito in cambio di post e storie.

Questi utenti si sono uniti al boom di quelli precedenti, figli invece della fame di like e follower, quindi attenti ad avere sempre un rapporto ben bilanciato tra following e follower, i primi rigorosamente in numero ristretto, mentre i secondi pompati con il botulino o più semplicemente con bot di ogni sorta. Ci ricordiamo tutti la folle ricerca ossessiva di follower, con likestorm e follow unfollow, o commenti fuori contesto e standardizzati. Oppure le continue proposte per far crescere il tuo pubblico o curare il tuo feed, tipo enlarge your penis, pronti a prometterci un successo strabiliamente.

Il risultato qual è stato?
La progressiva e incessante crescita del social e di conseguenza della sua importanza ha fatto sì che in un determinato istante si sia trasformato in una magnifica spettacolarizzazione della normalità, non più come su Facebook, non siamo di fronte a uno shitposting memetico, buffi rant inconsapevoli o episodi di quotidianità che terminano con un post dell’aperitivo.

Attualmente abbiamo e stiamo ancora assistendo a un overposting compulsivo di scenari altamente normali che non vengono ostentati per rimpinguare il proprio ego, oppure millantare uno status sociale – almeno in molti casi – ma viene fatto inconsapevolmente con un atteggiamento promozionale, mettendo in vendita il proprio spaccato di normalità e involontariamente ce lo sorbiamo scorrendo tra le storie. Poi ovviamente non è per tutti così, c’è chi usa il mezzo per il proprio fine, o per piacere, e chi lo fa inconsapevolmente per semplice emulazione.

Un altro risultato fastidioso è l’approccio workaholic che sembra che tutta la tua vita sia un continuo lavoro, un business perpetuo che ben presto stanca.

Quindi qual è il fattore delusione?
La competizione con sé stessi basata sulle visualizzazioni ecc. è stata un cibo avvelenato per tutti i novizi di Instagram, che si sono buttati in un mare di statistiche e post programmati in modo minuzioso e maniacale cercando approvazione. Mi dirai, ma questa ricerca non c’era già su Fb? Sì e no. Su Facebook il post sta lì, magari non viene letto, magari non piace, ma tu non sai quale sia l’impatto del tuo contenuto, mentre sulle storie Instagram assolutamente sì. Oltre a essere dominato da un arcano algoritmo, il feed è casuale, pertanto la tua storia magari sarà vista da 30 persone su 600 e così via a scemare perché tanti skippano, il tuo sondaggio riceverà 10 risposte su 70 visualizzazioni ecc.

Razionalmente è comprensibile, ma irrazionalmente genera sconforto e azzera l’autostima. Qui svanisce il mondo magico che avevi immaginato, perché ti rendi conto che alla fine a nessuno importa niente, nemmeno con qualsiasi strategia, anche perché se rincorri la fama devi sapere che Instragram è assimilabile a un campionato di calcio nel quale puoi trovare sia la Juventus che il Borgo a Buggiano; un social dominato da personaggi brand, agenzie di comunicazione e marchi che si destreggiano in questa guerra ad armi impari. Perciò Instagram ti mette davanti alla realtà e fa male, oltre al fatto che cambia veste talmente velocemente a diventare frustrante senza avere mezzi e competenze.

Instagram dà tanto se utilizzato come osservatorio, scremando informazioni, seguendo ciò che ci interessa veramente – lo trovo altamente funzionale per seguire magazine, artisti ecc. – mettendo da parte la ricerca di confronto, perché è un social unilaterale dove i sondaggi e domande funzionano in rarissimi casi, strumenti utili per i brand, ma frustranti per un qualsiasi altro utente. Inoltre la sensazione di post continui dà la sensazione che tu non abbia una vita e se fatto quotidianamente inutile dire che diventa assolutamente controproducente.

Per concludere, come se la passa Instagram oggi?
Attualmente Instagram sta vivendo il classico momento di transizione ed è tornato nuovamente alla fase di crisalide. La pulizia dei bot in primis (finalmente), un ritorno di massa ai profili privati, utenti che se infischiano del numero di post e del rapporto seguaci e seguiti, una sorta di approccio punk o antisociale al trend aberrante che ha dominato la scena negli ultimi anni. C’è da dire però che negli ultimi mesi si è verificata una corrente che sta abbandonando gradualmente i social puntando nuovamente sui siti proprietari. Vedremo.

 

 

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