Tricolori Inutili, la pagina Facebook in cui postare le foto di bandiere italiane fuori contesto

L’admin di Tricolori Inutili ci ha detto la sua sulla moda di mettere la bandiera italiana sulle insegne un po’ a caso, che forse proprio a caso non è

 tricolori inutili

 

Tricolori Inutili è più di una pagina Facebook, è lo specchio dei tempi. Nella sua galleria vengono raccolte foto inviate da tutta Italia in cui la bandiera tricolore campeggia su insegne di negozi, pubblicità, loghi e tutte le manifestazioni patriottiche random, apparentemente casuali.

Una sfilata di esercizi commerciali che sembrano pubblicità di Casa Pound o Forza Nuova, Made in Italy tirato fuori in maniera plateale senza nessuna necessità oggettiva e altre amenità su cui ridere amaro.

Come il tricolore, la bandiera italiana, massimo simbolo di unione sia diventato un simbolo di appartenenza politica, questo è l’argomento del dibattere e nel clima avvelenato della campagna elettorale, molti si fregiano del bianco, rosso e verde per portare votanti alla causa della destra nazionalista.

 

Tutte le foto via Tricolori inutili

 

Abbiamo fatto qualche domanda all’admin di Tricolori Inutili per leggere tra le righe di questa pagina solo all’apparenza umoristica. L’admin ha chiesto l’anonimato e noi rispettiamo la sua scelta. Le cose che dice sono meritevoli di doppia lettura, perché parlano del paese meglio di qualsiasi campagna elettorale degli ultimi, estenuanti mesi.

 

tricolori inutili tricolori inutili

 

Com’è nata la pagina?
La pagina è nata gradualmente. C’è stato innanzitutto un periodo di incubazione, lungo diversi mesi, in cui è come se avessi accumulato informazioni. Nemmeno troppo lentamente, queste informazioni hanno cominciato a connettersi, e connettendosi hanno cominciato ad abbandonare l’inconscio, rivelando qualcosa di estremamente concreto. Qualcosa che probabilmente avevo intravisto fin dall’inizio, ma che ho aspettato a dichiarare in mancanza di prove. A un certo punto, mettere insieme i pezzi è stato quasi automatico: negli ultimi anni – almeno una decina, a occhio, con impennata decisa da quando il dibattito pubblico italiano è diventato quasi esclusivamente “migranti sì/migranti no” – si sono moltiplicati i tricolori presenti nel nostro campo visivo.

 

Dove hai visto i tricolori inutili per la prima volta?
Prima sono apparsi sui balconi e alle finestre, in quelle proteste “contro il degrado” in cui il sottotesto xenofobo è visibile a occhio nudo, come se un presidio di “italianità” significasse qualcosa. Poi, ed è qui che Tricolori Inutili si concentra, dilagando letteralmente in situazioni fuori contesto, occupando spazi in cui mai si erano visti prima. Quelli inutili, appunto. Usati a sproposito, spesso e volentieri per accrescere l’appetibilità di qualcosa che si sta vendendo. La descrizione della pagina Facebook lo sintetizza: “Negozi che sembrano manifesti di Casa Pound, e altri tricolori fuori contesto”. Penso che un cittadino possa ovviamente mettersi delle ciabatte tricolori o un cappellino tricolore, alzare il colletto tricolore della sua polo e dipingere di bianco, rosso e verde la sua Vespa.

 

tricolori inutili tricolori inutili

 

Quali sono per te i tricolori utili o comunque contestualizzabili?
Pur non amando bandiere e confini, riconosco anche che esistono tricolori “in contesto”: fuori dagli edifici istituzionali e dalle scuole, sulla maglia delle rappresentative sportive nazionali, sulle auto della polizia, per fare qualche esempio. O su prodotti per i quali l’Italia va famosa nel mondo: il pacco di pasta o la bottiglia di vino con la bandierina, tutto sommato, non mi interessa (anche se pure loro una volta non ce l’avevano, bastava scrivere “Made in Italy” in piccolo dietro). La trattoria italiana all’estero con l’insegna tricolore non mi interessa, quella in Italia invece sì. Perché se in Italia – paese notoriamente abitato soprattutto da italiani, a meno che non si creda alla panzana dell’invasione e della sostituzione etnica in corso- senti il bisogno di specificare a tutti i costi, e spesso con sprezzo del ridicolo, che sei italiano, in realtà stai dicendo che non sei straniero. O che non sei un certo tipo di straniero, quello che nella narrazione pubblica italiana attuale è il nemico, l’intruso, l’altro (perché poi qualunque cosa sappia di statunitense – o evochi quella piccola parte di mondo che invece consideriamo come noi, quella decina di paesi stranieri che indipendentemente dai punti cardinali chiamiamo Occidente – va invece benissimo e anzi la si può ostentare, strafalcioni compresi). E stai ammiccando a un sentimento di xenofobia diffusa e sempre più socialmente accettata che non ci piace. Del quale sei complice e vittima al tempo stesso.

 

Qual è il reale scopo della tua pagina?
Rendere esplicita questa tendenza, e ridicolizzarla. Quasi tutte le foto che pubblichiamo fanno ridere, è vero, ma in realtà c’è ben poco da ridere. Non hai idea di quante persone mi abbiano scritto o taggato con la foto di Luca Traini il giorno dell’attentato di Macerata. A scanso di equivoci, Tricolori Inutili non odia l’Italia per sé, e non odia l’Italia più di quanto non odi qualunque altro stato a caso. Semplicemente, nota e segnala il recente moltiplicarsi dell’uso di tricolori fuori contesto, e vi riconosce uno spiacevole filo conduttore. In un certo senso, fra l’altro, Tricolori Inutili è la pagina più patriottica che c’è. Vigila sulla dignità della bandiera, su chi svilisce lo stesso tricolore che dice di amare così tanto, per poi usarlo come gancio per venderti una salsiccia o una serratura, o per dirti i prezzi del taglio e della messa in piega. Non è proprio proprio vero, ma potete vederla anche così.

 

tricolori inutili tricolori inutili

 

Qualcuno dei negozianti di cui hai condiviso l’insegna si è mai incazzato?
Per ora no. Nessuno si è mai fatto vivo, quantomeno.

 

Secondo la tua opinione questa estetica dipende più dall’ingenuità o dall’autentico patriottismo in stile ventennio?
E chi lo sa? L’impressione che ho è che ci sia un po’ di tutto. Ci sono senza dubbio i fascisti veri e neanche troppo desiderosi di dissimulare, il cartellone pubblicitario della Trattoria “Da Noi” pubblicato qualche giorno fa mi pare l’esempio più eclatante. Ma sono anche quelli che mi interessano di meno, se devo essere sincero. Non sono un fenomeno nuovo, ci sono sempre stati a prescindere dal clima politico della nazione. Mi interessa di più questo bisogno di rimarcare che non c’è mai stato prima. La banalità del male, mi si passi l’uso improprio della citazione, che vedo manifestarsi in due stadi di consapevolezza diversi. C’è chi lo fa coscientemente e chi va un po’ dietro all’aria che tira.

 

tricolori inutili tricolori inutili

 

Come si distingue i primi dai secondi?
Fra i primi ci sono le categorie minacciate dalla concorrenza straniera, tipo i parrucchieri che devono dirti che non sono cinesi (ma ci sono anche i parrucchieri cinesi che piazzano i tricolori sui volantini per dirti che usano prodotti italiani), i sarti o i dentisti. Ci sono le categorie che lo sottolineano per dare valore aggiunto al loro lavoro, tipo le rivendite di auto usate (“te la sta vendendo un italiano, puoi fidarti”), o i fabbri che attaccano i loro adesivi sulle serrande chiuse (“la serratura te la mettono degli italiani, non degli stranieri che si fanno la copia della chiave a poi mandano i loro amici a svuotarti la casa”), o le imprese di ristrutturazione che spendono soldi e tempo per colorare e montare ponteggi tricolori di fronte ai palazzi (“davanti alle tue finestre lavorano italiani, non stranieri che se lasci socchiuso ti entrano in casa”), o la ditta di traslochi, o gli artigiani a cui apri la porta di casa in generale.

 

Gli altri invece?
Fra i secondi ci sono anche quelli che semplicemente pensano di cogliere l’occasione per affermare che sono italiani “ché ormai siamo rimasti in pochi”, quelli che per dirla con Umberto Eco definirei Ur-fascisti, e quelli a cui il grafico pubblicitario ha detto che ultimamente va molto di moda così. Il negozio di tessuti o di restauri che sente la necessità di bordare la vetrina con il tricolore, la pizzeria, il magazzino di abbigliamento femminile, il negozio di caschi per andare in moto, il gommista, la gelateria, la marca di acqua minerale o di caffè, il mobilificio, i cessi chimici, il ferramenta, il meccanico, la ditta che produce sofà, la sala bingo, il semplice bar (fra i quali segnalo almeno il favoloso 41 Bis di Torino) e mille altri. Il meglio però sono i cortocircuiti linguistici e culturali involontari che si vengono a creare: quello che mette il tricolore e poi riempie di parole inglesi messe più o meno a caso, che tanto fa più professionale; quello che sotto la bandiera propone il kebab italiano; il minimarket di immigrati che, forse perché gli hanno ripetuto dal primo giorno che si deve integrare, piazza un tricolore enorme sull’insegna; marchi notoriamente stranieri che comunque mandano avanti il tricolore, tipo Akai o Lidl. Un’invasione, insomma.

 

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