Society
di Gabriele Ferraresi 15 Febbraio 2016

Secondo i Verdi, Ikea avrebbe evaso oltre un miliardo di euro di tasse

Triangolazioni e acrobazie fiscali, con un report che spiega tutto nel dettaglio

L'apertura del dossier dei Verdi  L’apertura del dossier dei Verdi

 

Quello tra aziende globali e sistemi fiscali nazionali è un rapporto davvero molto complicato: ora c’è finita dentro anche Ikea, che secondo il rapporto di The Greens – European Free Alliance negli ultimi anni avrebbe nascosto almeno 1 miliardo di euro di imposte dovute a diversi stati membri dell’Unione Europea. Per chi vuole la fonte originale il rapporto integrale in pdf è consultabile e scaricabile dal sito dei Verdi.

Secondo il dossier, “Ikea avrebbe evitato di pagare le tasse sull’84% dei 14,3 miliardi di euro di redditi da royalty che ha ricevuto dai punti di vendita nel periodo 1991-2014. La Germania, per esempio, avrebbe perso 35 milioni di euro di entrate nel 2014 e la Francia 11,6 milioni“, si legge in una nota d’agenzia. La risposta di Ikea non si è fatta attendere, con la multinazionale svedese che ha rispedito al mittente ogni addebito, affermando di “pagare le tasse in linea con le leggi e i regolamenti, ovunque siamo presenti come rivenditori, produttori o in qualunque altra forma” e aggiungendo che “Abbiamo un forte impegno per condurre le nostre operazioni in modo responsabile e dare un contributo alle società all’interno delle quali operiamo“.

ikea tasse infografica verdi  Lo schema che apre il dossier dei Verdi dedicato a Ikea

 

Non è la prima volta che sentiamo di episodi simili: pensiamo solo ad Apple, a Google, ad Amazon, a Facebook, a eBay. Tutti giganti finiti tempo fa nel mirino della web tax e che in un modo o nell’altro sono finiti nell’occhio del ciclone per motivi simili a quelli per cui ora c’è finita Ikea. Ovvero: avere pagato meno tasse del dovuto, e averlo fatto, sorpresa! in maniera perfettamente legale.

Forse una maniera opaca, forse poco carina, ma legale: perché di norma i plotoni di avvocati e studi legali che gestiscono faccende del genere non sono sprovveduti, e conoscono bene raffinati schemi di ingegneria fiscale come il leggendario double Irish with a Dutch sandwich, che non è un paninetto da gustare ad Amsterdam, ma un modo per pagare meno tasse se siete una multinazionale con utili miliardari. Come funziona?

Lo spiegava Marco Pedersini su Panorama, qualche tempo “lo schema che già fa la felicità di aziende come Google: il “doppio irlandese con panino olandese” (Double Irish with a Dutch Sandwich). È una triangolazione tra una sede irlandese, una olandese e una in un paradiso fiscale (dove agli utili d’impresa viene applicata un’aliquota molto interessante: zero)“. Nulla di illegale, molto di poco opportuno per l’opinione pubblica, quando la cosa viene allo scoperto. È un tallone d’Achille sul punto di vista della comunicazione e che dà lavoro ai pr, ma che spesso ha poco o nulla di rilevante se si va in tribunale.

Anche il caso di Ikea non fa differenza, non è evasione fiscale per come la intendiamo comunemente, anzi: Ikea e i suoi fiscalisti sfruttano al massimo le possibilità, perfettamente legali, offerte dai sistemi fiscali di Olanda, Lussemburgo – chi si ricorda dello scandalo LuxLeaks? Anche lì il nome Ikea era venuto fuori – e Liechtenstein. Qualche numero? Ikea nel 2015 ha pagato tasse sui ricavi per un totale di 822 milioni di euro, con un’aliquota media del 19%. Bassina eh? Eppure può farlo. Cosa potrebbe rendere più complicata la vita a Ikea e soci? Una legge europea sulla trasparenza. Che al momento nessuno vuole.

 

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