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di Mattia Nesto 12 novembre 2018

A cento anni dalla Prima Guerra Mondiale, un videogame per non dimenticare

Abbiamo provato 11-11 Memories Retold, il nuovo gioco a tema storico di Bandai Namco a cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale

Con poca voglia di svenarci in sterili (e ormai passate) polemichette su quanto facciano male o bene i videogiochi, a cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale abbiamo provato 11-11 Memories Retold, il nuovissimo gioco di casa Bandai Namco che ci porta direttamente in mezzo alle trincee del terribile conflitto bellico. Certamente il titolo, che vede anche la partecipazione di attori come Elijah Wood e Sebastian Koch, presenta un comparto grafico sì molto particolare ma dal grande gusto artistico anche se in molte scelte di gameplay appare forse carente e privo dello spessore necessario per renderlo un bestseller. Tuttavia è un interessante esperimento di narrazione storica, molto fedele, applicata al videogioco.

L’azione si sviluppa, seguendo il modello di quel gioiellino che è stato Valiant Hearts: The Great War (altro gioco sul tema e a cui ritorneremo spesso in questo analisi), attraverso due storie parallele che vedono come protagonista da una parte il canadese Harry, fotografo arruolatosi più per far colpo sulla sua bella che per spirito patriottico e Kurt, un tecnico tedesco che, mentre stava lavorando in una fabbrica di Zeppelin, scopre dalla radio che suo figlio è stato catturato al fronte; decide di arruolarsi per andare a riprenderselo.

Ogni decisione in 11-11 Memories Retold è spinta da pulsioni e sentimenti personali, non si ci concentra mai sulla grande narrazione storica, sui motivi insomma che hanno mosso le Nazioni europee, dopo quel sostanziale periodo di pace successivo alla Guerra Franco-Prussiana del 1870, a dichiararsi guerra vicendevolmente, ma su piccolo/grandi episodi di vita privata che rendono la storia di Harry e Kurt molto vicina alle nostre corde interpretative. Tuttavia, giusto per essere sinceri, va detto subito che le due storie non hanno il medesimo peso specifico.

Quella di Harry, che si muove lungo il fronte occidentale francese, facendo parte egli di una divisione canadese impegnata con la Triplice Intesa (Francia, Regno Unito, di cui faceva parte il Canada inglobato nel Commonwealth e Russia), è una storyline dalla scrittura e dalle motivazioni leggerine. Harry è un personaggio praticamente inconsistente, impalpabile è il suo spessore umano e spesso e volentieri lo vediamo inorridire di fronte alla durezza della vita militare come il più sprovveduto degli uomini. Eppure bisogna considerare il fatto di come noi oggi abbiamo tutta una serie di informazioni, grazie agli storici e ai ricercatori, sulla vita vera che si faceva in frontiera, che le donne e gli uomini di quegli anni non aveva nella maniera più assoluta. Quindi, la prima volta che Harry si trova nel bel mezzo di una trincea e si sorprende del fatto che le divise dei suoi commilitoni non siano linde e pinte come nelle fotografie sui giornali di propaganda, può essere un qualcosa di verosimile.

 

Eppure è Kurt ad entrare subito in empatia con il giocatore perché è un personaggio dolce e malinconico, innamorato di sua moglie e dei suoi due figli, uno perso in guerra e una rimasta a casa, in pensiero per il fratello e il padre al fronte. Uno che non ha paura di arruolarsi volontario nell’esercito del Kaiser non per fare grande il Reich ma per trovare e salvare il proprio figlio. Uno dei momenti più toccanti e riusciti dell’intero gioco è quello nel quale vediamo Kurt in un vagone del treno, mentre si sposta lungo il fronte occidentale in Belgio, mentre scrive, ascoltando due amici camerati suonare la chitarra, una lettera all’adorata figlia.

Siamo noi a scegliere le frasi da dire alla ragazzina. Possiamo infatti decidere di dipingere la guerra come un fatto eroico o semplicemente come un’avventura nel bosco, oppure possiamo essere sì più duri ma più onesti con lei e darle tutte le informazioni del caso. Queste nostre scelte (che vedremo letteralmente incise su carta) influenzeranno il gioco. Quel momento è proprio bello perché è al contempo onirico e reale e la particolare grafica di gioco (e la grande interpretazione degli attori nel gioco) lo rende ancora più suggestivo.

 

La grafica, una componente fondamentale del titolo tale da renderlo speciale. Infatti è una specie di gioco “espressionista”, dato che le scene sono presentate con un particolare stile pittorico che ricorda i quadri che andavano tanto di moda in quel periodo. Ovviamente, a seconda della scena raccontata, lo stile espressionista alimenta ancora di più il dato passionale e di coinvolgimento a livello emotivo. Per esempio una scena di grande gusto è quella che vede, contemporaneamente, Kurt in una galleria sottoterra che ausculta le note della chitarra di Harry mentre suona nel suo accampamento. Non soltanto in questo modo così poetico capiamo quanto fossero dannatamente vicini i fronti contrapposti ma comprendiamo come entrambi gli schieramenti fossero composti non tanto da soldati ma da uomini come noi. E infatti Kurt, nel buio della galleria sotterranea rischiarato da una debole lanterna che fa una luce espressionista così dolce, si mette ad ascoltare la canzone che pochi metri sopra i soldati “nemici” suonano e si dimentica di tutto ma non della propria famiglia.

 

Qui sta il vertice del gioco ma, come dicevamo prima, al contrario di Valiant Hearts: The Great War  di Ubisoft che ingegnosamente inserisce del sano gameplay nel titolo. qui c’è quasi totale assenza di azione. Infatti ciò che il giocatore dovrà fare, al di là di ascoltare e seguire due storie comunque tutti e due i coinvolgimenti, sarà prendere qualche oggetto e portarlo a qualche npc oppure spostare delle casse per accedere a dei percorsi utili. Si possono anche salire le scale a pioli ma non crediamo sia questa grande avventura. Inoltre alcuni dialoghi non principali, come ad esempio quelli dei soldati in trincea, sono pericolosamente ripetitivi. Abbiamo contato quasi una dozzina di volte la frase: “Penso a mio moglie”, ripetuta con impercettibili cambiamenti da un npc dopo l’altro.

 

Rimane quindi la sensazione che questo gioco sia una buonissima idea che poteva e doveva essere sviluppata in modo più legato all’azione. Anche in Valiant Hearts: The Great War  non c’è tantissimo da fare ma in quel gioco, da poco tra l’altro sbarcato su Nintendo Switch e quindi con una nuova vita (tra l’altro questa versione è bellissima e la grafica di gioco risalta ancora di più), quello che si fa è sempre coerente e ingegnoso, c’è un minimo di azione e i piccoli puzzle presenti sono sempre decenti. In 11-11 Memories Retold manca invece completamente questa parte e, dopo qualche ora di gioco, si ha la sensazione di essere dentro un bellissimo quadro dove c’è poco da fare al di fuori di ammirarne la bellezza. Ma, nonostante questo, il prezzo del biglietto per entrare al museo è stato giusto pagarlo.

11-11 Memory Retold per PS4

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