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Andare in un cinema pieno di adolescenti fa schifo

Siete stati al cinema questo weekend? In caso affermativo, potreste aver visto IT di Andres Muschietti, una vera dichiarazione d’amore all’adolescenza,  il film che sta spopolando anche nel nostro paese, con incassi di oltre 6 milioni di euro (contro i meno di 5 milioni di euro incassati da Blade Runner 2049 in tre settimane di programmazione). Un fenomeno horror generazionale che ha riportato tutti al cinema, nonostante fosse vietato ai minori di 14 anni.

In sala infatti, oltre agli evidenti under 14, si sono avvicendati i venti-trenta-quarantenni che hanno letto Stephen King e vogliono fare il paragone libro-film, ma anche quelli che ricordano bene lo spavento preso nel 1990 quando hanno visto per la prima volta Pennywise il clown interpretato da Tim Curry nel minifilm tv. Una sala eterogenea che ripropone la tradizione millenaria del fastidio: gli adolescenti al cinema.

Siamo sicuri che anche voi siate stati adolescenti, ovvero esseri umani traboccanti di ormoni, ascelle pezzate, voce a volume mille, vestiti che neanche la Caritas e urgenza di imporsi a livello individuale. Una volta giunti in sala, a quell’età si cerca assolutamente quello/a che ci piace e ci si mette accanto, per provare l’approccio, la mossa del giaguaro, quello sbadiglio a braccia larghe che si trasforma in un abbraccio, anticamera del limone. Fin lì tutto ok, certi film sono fatti apposta per conoscersi meglio, il problema si presenta quando gli adolescenti si recano al cinema in branco, allo stato brado.

 

 

In quel caso esistono dei codici di appartenenza, richiami della foresta che in qualche modo abbiamo fatto anche noi ma che fortunatamente rimuoviamo quando diventiamo adulti e di colpo ci ritroviamo a pensarla come i nostri genitori. In soldoni: andare a vedere un film in un cinema pieno di adolescenti è la morte.

Un’esperienza di puro sdegno, di cristallina corruzione del sistema nervoso centrale, che ti fa empatizzare coi grandi educatori del passato, da Erode ad Annamaria Franzoni. Gli adolescenti al cinema infatti si dividono in un paio di macrocategorie, che durante l’adolescenza seguono molto il gender (salvo eccezioni che confermano la regola): i maschi sono giovani scimmioni che tirano i popcorn dalla galleria, ti mettono letteralmente i piedi in testa e producono chiassose risate e fischi di approvazione durante le scene che possano ricordare anche alla lontana il sesso. Alcuni di loro, non esattamente adoni, ci provano con la comicità e sparano battute su ogni dialogo, con conseguenti risate grasse del branco.

 

 

Le ragazze dal canto loro sono le cheerleader, che se ne stanno in gruppo e mentre ti godi il film parlano ad alta voce dei cazzi loro, stanno sui social illuminando a giorno il cinema con gli schermi dei loro cellulari costosissimi e, nel caso il film sia un horror, urlano prima, durante e dopo le scene di paura, per poi distrarsi completamente nelle altre scene e continuare a spettegolare.

 

 

Insieme, questi due cataclismi umani portano a fenomeni tipo: applauso interminabile quando il cattivo viene ucciso, litigi in stile ghetto youth per il posto a sedere, i pop corn, offese inenarrabili ai personaggi più deboli per manifestare la propria superiorità a livello di specie, quella danza rituale dell’alzarsi in piedi a caso per cambiare posto almeno 100 volte a film e quella sindrome da futuro blogger che consiste nel commentare tutte le scene, dalla prima all’ultima, per esprimere la propria intelligenza e al contempo non farti capire un cazzo.

 

 

Di soluzioni legali all’annoso problema, purtroppo non ce ne sono anche se l’idea di fare la sala per adulti e quella per adolescenti è forte, ma poi se la proponi ti danno del dittatore cannibale, quindi la tieni per te. Morale della fiaba: i film che hanno per protagonisti gli adolescenti, di solito sono fatti per gli adulti nostalgici, perché quando sei davvero adolescente pensi solo a un paio di cose e la cinematografia di gruppo di solito non è tra queste.

 

 

 

Simone Stefanini

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