TV e Cinema
di Mattia Nesto 3 dicembre 2018

Baby di Netflix funziona anche fuori Roma Nord

La serie scritta dal collettivo under 30 Grams, al netto di errori e ingenuità, è molto interessante. E sorprendentemente sociologica

È davvero molto facile fermarsi alla prima impressione che ci coglie, forte e prepotente come il vento freddo che ci sbatte in faccia tutte le mattine, quando vediamo l’inizio di Baby, la nuova serie tutta italiana di Netflix ideata dai Grams, un collettivo di autrici e autori under 30.

Questa prima impressione, lo ripetiamo, potentissima, è quella di un racconto che, facendo il “verso” (più o meno filtrato dalle canzoni de I Cani, non tanto “I pariolini di diciott’anni” quanto da “Baby Soldato”) a Elite, si esaurisce in una sequenza ininterrotta di luoghi comuni sulle ragazze e sui ragazzi dei Parioli: ricchi, belli, stronzi, perduti e senza arte né parte. Ma questo è solo la superficie di una serie che, specie dalla terza puntata in poi, esplode in un crescendo che va nel profondo non tanto della società di Roma Nord, quanto della società intera. E sì parla un linguaggio contemporaneo nel modo più classico possibile.

Chiaramente non è semplice fare questo esercizio di astrazione dato che, quasi in ogni dove, la serie ci ricorda dove siamo e che tipo di ambiente venga raccontato: ovvero il demi-monde dell’alta borghesia romana, quella che abita ai Parioli, in ville o attici immensi, tra servitù in livrea, macchinette al posto dei motorini e un senso di superiorità globale, confermato dalla frequentazione delle più esclusive tra le scuole private della Capitale (quelle in cui si va in divisa, per capirsi). Eppure questi figlie e figli di papà, nella narrazione dei Grams si dimostrano per quello che sono, cioè ragazze e ragazzi contemporanei, con gli stessi problemi, sbatti e errori dei loro coetanei delle altre zone di Roma, dell’Italia e del mondo, con quel misto di senso di inadeguatezza perenne e di possente spirito di onnipotenza che solo a vent’anni si ha.

 

Questa normalità delle loro emozioni, che spesso tracima (nelle parti peggiori) nei più triti luoghi comuni del “teen-drama” – dal bullo di periferia interpretato dal Viktor Crum capitolino Damiano, interpretato da Riccardo Mandolini che viene redento dall’amore di una ragazza “fintamente bene”, Benedetta Porcaroli, passando per i genitori eterni traditori che però vogliono salvare le apparenze, sino alla femme fatale in realtà ragazza fragile e piena di problemi Ludovica, interpretata da Alice Pagani che i più attenti di noi si ricordano, molto bene, in Loro di Paolo Sorrentino –  si sposa tuttavia con eleganza con l’apparente grande tema della serie: i fatti di cronaca legati alle cosiddette baby squillo dei Parioli”. In realtà, così come la localizzazione geografica nel prosieguo degli episodi ha sempre minore peso, così anche il fatto di cronaca non è così centrale come la stampa e i primi media che se ne occupati hanno fatto credere.

Baby non è solo la storia romanzata delle baby squillo, anzi è anche e soprattutto un racconto, con qualche buon spunto e qualche sfondone francamente incomprensibile (la mamma di Ludovica, interpretata da Isabella Ferrari, concorrere alla vittoria del personaggio più stereotipato dell’anno) dei ventenni al giorno d’oggi, che forse non potranno permettersi i lussi e gli agi della dorata gioventù romana, ma che hanno i medesimi sentimenti che si agitano nello stomaco.

Delusione, rabbia, senso di appartenenza, amicizia e difficoltà a comunicare in famiglia: tutto ciò non è appannaggio solo dei Parioli.  Ecco quindi che Baby, corredato da una colonna sonora un po’ didascalica ma fedele agli ascolti in heavy rotation sugli account Spotify dei millennials, si lascia guardare e lascia un giudizio nel complesso molto positivo, con trovate anche molto interessanti, come il tentativo, ad esempio, di raccontare la vita sui social dei ragazzi (specie su Instagram).

 

Ultima ma non ultima cosa, merito dei registi Anna Negri e Andrea De Sica, è l’assoluta perizia e grazia nel raccontare i corpi di questi adolescenti che non sono mai, passateci il termine, carne da macello o pretesto per questa o quella inquadratura (nonostante tutti siano veramente fighi) ma sono sempre narrati con il giusto tocco. Se oltre a Baby avessero pensato di mettere come sottotitolo, giusto per sedare i vecchi parrucconi, “Un’educazione sentimentale” sarebbe stato tutto molto diverso. Ma in fondo non siamo a Parigi ma a Roma Nord no?

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