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Diaz – Un film che va visto [recensione]

Quando iniziano a riaccendersi le luci, con i titoli che ancora scorrono, in sala qualcuno sta parlando. Voce delicata, tono concitato. È evidente che è piuttosto scontento del film e di quello che racconta. Basta poco per riconoscere Vittorio Agnoletto, uno dei volti di quel Genoa Social Forum che organizzò le manifestazioni contro il G8 genovese del 2001. Lo scontento è dovuto ad alcune inesattezze, alla decisione di non fare i nomi dei responsabili di quanto accaduto, al fatto che non vengono spiegate “le ragioni del movimento”. Ecco, peggiore coda al film non poteva esserci. Non per il contenuto (comunque discutibile) delle parole di Agnoletto, ma proprio per la presenza di quelle parole, a rompere un silenzio forse necessario.

Diaz è un film che annulla. Un nucleo concentratissimo di violenza, che inghiotte tutto quello che ha intorno. Parte male, con dialoghi da brutta fiction, fatti di frasi e parole inverosimili, troppo scritte. Dopo pochi minuti la sensazione è di un altro film italiano non all’altezza delle proprie ambizioni. Non è così: quando entra in scena la violenza, inizia un film diverso, che riesce a trasmettere a chi guarda il dolore fisico che viene messo in scena.

Perché Diaz ha un pregio enorme: fa male. La visione lascia sensazioni concrete: stretta allo stomaco, leggero sudore, fastidio crescente. Ma Diaz ha anche un secondo pregio enorme: racconta tutto in modo pulito, lineare.

È la storia di un gruppo di persone che abusa del proprio potere ai danni di un altro gruppo di persone. Punto. Fine. Drammaticamente semplice. E in questa semplicità, nella rinuncia a qualsiasi tipo di discorso più complesso, sta uno dei punti di forza principali del film. Proprio per questo motivo, non ha senso cercare in Diaz l’opera che chiarisca una volta per tutte cosa è successo alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Non ha senso cercare i tratti del documentario d’inchiesta in un film che si basa sugli atti dei processi, ma costruisce e romanza storie e personaggi. Al contrario, bisogna prendere atto e registrare la potenza di quella stretta allo stomaco, perché è un’espressione sensibile della potenza del film di Daniele Vicari.

Diaz non è un film perfetto, per i problemi di scrittura cui si accennava prima, per le oggettive difficoltà di sceneggiatura che accompagnano sempre un film corale, per non essere riuscito a evitare la tentazione di un casting lombrosiano. Per il suo essere fisico, però, Diaz è qualcosa di raro nel cinema italiano, abituato a viaggiare con il freno tirato. Quello che ne esce è un’opera importante, forte. E da vedere rigorosamente al cinema.

Marco Villa

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