TV e Cinema

Affinità e divergenze tra Everything Sucks e il disagio della provincia italiana negli anni ’90

 

Proseguendo sull’onda del filone nostalgia, Netflix ci regala le avventure anni ’90 di Everything Sucks!, un teen drama divertente e godibile ambientato nella provincia americana analogica ai tempi del VHSDi incursioni negli anni ’80 ne abbiamo già avute parecchie, a partire dal clamoroso e sempreverde successo di Stranger Things, e il trend in evoluzione pare aver fatto proprio il decennio successivo, quello che i trentenni di oggi ricordano con un misto di orrore e affetto, soprattutto se l’hanno vissuto nell’equivalente provinciale di prodotti come Super Dark Times (sempre su Netflix) o nella versione italiana della cittadina di Boring (letteralmente traducibile con noioso).

 

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Tra la nostra adolescenza e quella di Everything Sucks! ci sono sicuramente delle analogie evidenti. I protagonisti sono ragazzi ai primi anni delle scuole superiori, c’è il gruppo dei nerd che si occupa del club dell’audiovisivo (l’av club), nascondendo la propria goffaggine dietro i prodigi della tecnologia, e c’è il gruppo dei fighi che comandano il club di teatro (il drama club). I due schieramenti si ritroveranno, nella serie tv, a collaborare alla realizzazione di un film fantascientifico, dimostrando di avere in gran parte le medesime aspirazioni e le medesime paranoie. Quanto ci sono familiari quelle cotte non corrisposte, quegli esperimenti con le droghe fatte in casa e quel sollievo esistenziale che soltanto la musica bella riesce a dare? Le affinità con gli anni ’90 come li conosciamo noi finiscono più o meno qui.

 

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Per ogni affinità che troviamo tra Everything Sucks! e gli anni ’90 italiani ci sono almeno dieci differenze, una più dolorosa dell’altra. La provincia americana somiglia comunque a migliaia di film cult che abbiamo divorato estasiati, che ci sembrava inarrivabile anche nella noia, perché la nostra provincia non era quella di Empire Records, era quella di Con un deca degli 883, dove c’era una discoteca ogni 106 farmacie. Boring sta nell’Oregon, a un tiro di schioppo da Portland, dove i due giovani protagonisti della serie Netflix riescono a vedere un concerto di Tori Amos. A noi andava bene se intercettavamo un live di Alexia in piazza durante la festa del Santo Patrono.

 

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Per non parlare poi del sistema scolastico. Vi ricordate tutti com’era la vita alle superiori, giusto? A Boring non studia mai nessuno, non c’è l’ansia per i voti, i compiti a sorpresa, il bisogno di preparare i bigliettini segreti per la versione di latino. Non so voi, ma io al liceo ho avuto la mia sana dose di 4 conditi dalla paura di tornare a casa e non sapere come dirlo ai genitori. In Everything Sucks! pare che l’apprendimento sia solo un noioso effetto collaterale della scuola, dove si sguazza continuamente tra club e progetti extracurricolari. Ogni attività creativa della Boring High School ha il suo arsenale di attrezzatura: il drama club ha il teatro interno per prove e recite, l’av club ha le videocamere e i microfoni, usati addirittura per produrre un tg scolastico che va in onda ogni mattina in classe! Altro che alieni con la faccia blu, la vera fantascienza è incarnata da una scuola che porta meno di dieci studenti in gita in California per far loro girare qualche scena davanti a una specifica formazione rocciosa. Scherziamo? La gita più incredibile che ci poteva essere proposta a quell’età è un pomeriggio alle Cinque Terre per vedere come si fa il vino.

 

Anche il bullismo nei confronti delle persone che non rientravano nel concetto accettabile di normalità dei 90s è sensibilmente diverso nella fiction USA e nella realtà di provincia italiana. Nel caso vi fossero compagni di scuola con preferenze sessuali diverse dalla massa, i malcapitati non avrebbero fatto vita per 3 anni di medie e 5 di liceo, garantito. Altro che scherzi telefonici e qualche birra da bere.

Everything Sucks! rimane una serie molto carina e piacevole da vedere, con la colonna sonora azzeccata e i riferimenti giusti a esperienze che ci accomunano nell’agrodolce della nostalgia. Rimane il fatto che ai liceali italiani di fine secolo sembri comunque un altro mondo, qualcosa di hollywoodiano ed estraneo, ben lontano dal disagio provinciale dell’isolazionismo e della fame di cultura. Facciamo scrivere una serie tv a Max Pezzali e poi ne riparliamo.

Eva Cabras

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