TV e Cinema
di Mattia Nesto 27 agosto 2018

Forse non avete capito bene Disincanto

Fretta nel giudizio, qualche dimenticanza e aspettative sbagliate: ma che serie è la nuova avventura di Matt Groening?

Ok, d’accordo, non sono i Simpson né Futurama ma chi aveva voglia dell’ennesimo doppione? Disincanto, la serie di Matt Groening, arrivata su Netflix lo scorso 17 agosto, ha sicuramente fatto parlare di sé anche se i giudizi non sono stati unanimemente positivi, anzi. Fatevi un giro sui principali media specializzati, sui giornali generalisti e anche sui vlog dei vari youtubers e/o content creator del web: pochissimi hanno promosso Disincanto, trovandolo piuttosto noioso, mal strutturato e, soprattutto, critica gravissima per chi da 31 anni con i Simpson fa ridere il mondo intero, poco divertente.

 

Ma la serie con protagonista Bean, l’anti principessa accompagnata da Elfo l’elfo e dal demone Luci, è davvero tutto questo? Facciamo un attimo ordine. La prima cosa che, già dal trailer della scorsa primavera, è balzata agli occhi è la cura per il disegno. Non che i Simpson fossero “brutti” a vedersi, almeno per quanto concerne i primi, mitologici, episodi (che hanno ricevuto un culto postumo mentre erano stati accolti, almeno dal punto di vista grafico, piuttosto negativamente) ma il regno di Dreamland ricostruito da Matt Groening è, a dir poco, fantastico. Curato in ogni minimo dettagli e ispiratissimo, coglie appieno la lezione delle tante saghe e serie fantasy di questi anni, come del resto lo stesso Groening ha più volte sottolineato. In un gioco di citazione/anti-citazione, a cui sia nei Simpson sia in Futurama si era abituati, i richiami architettonici, le creature e i nemici che si parano di fronte a Bean sono, al tempo stesso, noti all’immaginario mainestream e riletti con gli occhi (anzi gli occhiali di Matt Groening). Il tutto condita da musiche e inserti sonori di grandi classe, tutte fiati e percussioni, curate da un certo Mark Mothersbaugh. Già, proprio lui, quello dei Devo.

 

 

Ma andiamo ad analizzare la storia. Che tipo di narrativa presentano i Simpson e Futurama? Facile, una narrativa che sostanzialmente non cambia, con personaggi che hanno caratteri ed ambiti di interessi ben specifici, in un mondo plausibile (con leggi che lo regolano e normative da rispettare) e che vivono grandissime peripezie per poi tornare, ora più ora meno, a fine puntata allo status quo iniziale. Una formula di grande successo certo ma dalla quale Disincanto si allontana completamente. Questo solo fatto può fare affermare come il sessantaquattrenne Groening abbia in larga misura rivoluzionato il suo modo di lavorare in questa serie, portando sullo schermo personaggi che, piano piano, evolvono e, situazioni che nel tempo cambiano completamente. Questo scarto è un dato di fatto pregevolissimo che, ahinoi, pochi hanno colto. Senza fare spoiler possiamo dirvi che i personaggi si avvicenderanno, non saranno fissi ma mobili e anche Bean, sostanzialmente una ragazza adolescente con bisogni e pulsioni contemporanei nel corpo e nel ruolo di una principessa medievale di un regno fantasy, maturerà il suo carattere con il passare della serie. Se non siamo davanti ad un seinen insomma, poco ci manca.

 

 

Ma non finiscono qui i punti di forza di Disincanto. Infatti la serie di dieci puntate è perfettamente bilanciata seguendo un arco narrativo in cui l’inizio è volutamente lento e trattenuto mentre la sua, almeno momentanea fine, è più frenetica e ricca di azione, oltre che di colpi di scena (che hanno a che fare, ovviamente, con la magia, l’ambizione e il potere). Perché la scrittura di Groening, quella che ci ha fatto innamorare prima dei Simpson poi di Futurama (con le prime due stagioni da urlo, le altre meno) è sempre brillante e attenta a dosare gli ingredienti, anche quelli relativi ad un piccolo ma consistente sottotesto moraleggiante, nel senso più alto e nobile del termine. Avete presente quelle puntate in cui Homer, pur sbagliando ogni singola scelta, alla fine “si fa volere bene” da Lisa e fa aumentare la stima della figlia nei confronti del padre o puntate-capolavoro come quella del “cane di Fry”? Ecco in Disincanto, almeno nella prima stagione, non si toccano questi vertici ma, tanto per dire, il rapporto tra la principessa Bean e lo scorbutico re Zøg, in difficoltà nel crescere una figlia adolescente senza la defunta moglie e con una nuova famiglia con cui convivere, cambierà e maturerà molto nel tempo.

 

Se avete voglia di divertimento puro, una scrittura iper-ritmata ed emozioni forti dal primo all’ultimo minuto, Disincanto non fa per voi, ma neppure gran parte delle puntate dei Simpson in fondo. Questa serie infatti va un pochino fatta decantare, alla stregua del caffè turco, per poterla assaporare in tutta la sua completezza. Ma quando vi troverete a ridere per una cerimonia segreta che si svolge nelle segrete del castello, non distante dalla “camera segreta dei formaggi reali” allora avrete capito che Matt Groening è, ancora, quel fottuto geniaccio di sempre.

 

(Vi ricorda qualcuno? A noi sì e adoriamo easter egg)

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