TV e Cinema
di Simone Stefanini 3 Novembre 2016

L’epico telefilm Love Me Licia con Cristina D’Avena, visto a 30 anni di distanza

Qualcosa andò storto e la trasposizione divenne talmente trash da non poterne più fare a meno.

maxresdefault-5  Tutte le foto © Mediaset

 

Nell’anno domini 1985, i dirigenti di Italia Uno impazzirono e decisero di trasformare un cartone animato giapponese di culto, Kiss Me Licia in un telefilm italiano, ad esso ispirato. Ma come nel film La Mosca, la trasposizione andò storta e partorì un orribile mostro ibrido, del quale ancora oggi non possiamo fare a meno.

Il telefilm Love Me Licia, fu però così fortunato da avere ben tre sequel (ora le chiameremmo stagioni): Licia dolce Licia (1987), Teneramente Licia (1987) e Balliamo e cantiamo con Licia (1988). Il corpo drammatico dell’opera si basava sull’amore tra la rockstar Mirko e la ragazza acqua e sapone di umili origini Licia (nell’originale Go e Yakko), con tutto un bagaglio di conflitti generazionali propri della crescita personale, le dinamiche della band, le amiche zoccole ecc.

L’adattamento dei nomi, già nel cartone animato fu fatto un po’ a cazzo, e quindi ci trovammo di fronte alcuni personaggi italiani (Mirko, Licia, Andrea, Giuliano, Marika), altri giapponesi (Satomi), qualche inglese (Sam, Steve, Shiller) e gli ultimi semplicemente inventati alla buona (Marrabbio, Lauro).

 

Il cartone si svolge a Tokyo, dove Licia (Luciana è il vero nome, NON SCHERZO) lavora al Mambo, il ristorante giapponese del padre Marrabbio che ha sempre e solo due clienti, un paio di vecchi di nome Sam e Lauro. Mamma morta o non pervenuta. Un giorno di pioggia, incontra un bambino con la testa enorme ed il suo gatto parlante. Andrea e Giuliano. Scopre che il ragazzino ipercefalo è il fratellino di Mirko, il cantante della band new wave / synth pop /new romantic “Bee Hive”. S’innamora di lui (del cantante, non dell’infante disgraziato), poi mille peripezie, concerti, primi baci, prime notti di sesso, l’amore anche con Satomi, il padre repressivo, l’affetto per il bambinello infelice, le canzoni dei Bee Hive tradotte e cantate da Enzo Draghi.

L’atmosfera notturna, metropolitana, i vestiti glam, gli orecchini alla Boy George, i capelli strani, gli ormoni impazziti. Un cartone animato che trasudava sesso droga e rock’n’roll. I Kiss Relish, la band che stava ai Bee Hive come gli Spandau ai Duran, i contest, le tipe con le menne di fuori, pronte a fare la bamba e giacere con i membri delle band, la piccola Licia trasportata in un mondo che non le apparteneva, il padre che voleva dividere i due amanti. Insomma, questo era. La trasposizione televisiva però ripulì tutti questi aspetti (alcuni dei quali, perdonatemi, inventati di sana pianta da me) e ci restituì un cast da brividi:

Cristina D’Avena era Licia, vestiva con abiti rubati alle cosplayer di Heidi del Lucca Comics e fiocchi o pezzuole ad adornare una massa incredibile di capelli. Le sopracciglia folte come quelle di Elio e una petulanza fuori dal comune. Alla fine però, a differenza del cartone, Licia canta e vive una certa piatta matrimonialità col suo uomo. Cioè:

Pasquale Finicelli è Mirko, che si veste come un impiegato del catasto ma tiene i capelli biondi ossigenati col ciuffo rosso, perché dentro è punk. Canta nei Bee Hive, una band che nella trasposizione italiana diventa di rock neomelodico, una cosa tra i Pooh ed il piccolo Lucio. Il suo amico è:

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Sebastian Harrison è Satomi, cioè il Roby Facchinetti dei Bee Hive, che inspiegabilmente calca sul capo un’evidente parrucca lunga coi boccoli. Vi basti sapere che questo attore sta (o stava, vai a sapere) con Lory del Santo. Ed è subito sera. Gli altri Bee Hive sono Steve, bassista, il bello che sembra uscito fuori dai Ragazzi del Muretto e altri due parruccatissimi quanto dimenticabili.

Luca Lecchi era Andrea, il bambino con la testa più grande del mondo, fornito pur’egli di parrucca marrone riccia. Fratello della rockstar. Il suo doppiatore era talmente fastidioso che lo potremmo usare come arma contro l’Isis.

 

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Salvatore Landolina era Marrabbio, probabilmente l’unico attore vero della farsa. Visibilmente confuso nel capire come mai si dovesse vestire da samurai per gestire un ristorante giapponese a Milano 2.

 

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La scena di culto del telefilm, quella che vi fa capire in un botto la potenza dei dialoghi, dei costumi, delle scene, degli attori e dei doppiatori, è quella, diventata ormai famosissima, che chiameremo l'”Operazione Fettine Panate

Dai e ridai, anche Mirko e Licia riescono a fare sesso senza protezione e da quell’unione nascerà un bambino, nella speranza ch’egli non abbia la stessa testa grossa di Andrea, altrimenti  per la povera Licia dovrebbe significare cesareo fino al petto. Ma non lo sapremo mai perché con quella lieta novella, si chiuse la commedia. Fortunatamente però, abbiamo un RVM:

Qui finisce la cronaca di un impazzimento globale, di un telefilm longevissimo, più di 100 puntate, tutte a caso. Intanto, al giorno d’oggi, i Bee Hive senza più parrucche né doppiatori, girano per locali a riproporre la loro miscela esplosiva di neomelodia.

Vi lasciamo con gli occhi lucidi e con un pezzone del cartone, consci che quella stagione di amori di carta tra il rock e la povera gente, non tornerà mai più. Attenti al testo, è impegnato, se perdete una parola vi tocca ripartire da capo.

P.S.: GATTO PARLANTE?

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