Suspiria di Guadagnino non fa paura

S’intitola Suspiria, viene definito horror eppure non fa paura. La sua visione lascia l’amaro in bocca.

CONTIENE SPOILER SU SUSPIRIA DI LUCA GUADAGNINO

 

Dal primo gennaio nei cinema. La bomba di inizio anno si chiama Suspiria di Luca Guadagnino, il regista (tra gli altri) di Chiamami col tuo nome (2017), A Bigger Splash (2015) e Melissa P. (2005). L’annuncio del remake dell’horror più famoso all’estero di Dario Argento (1977) ci spiazzò completamente, sia per la valenza iconica dell’originale (scelte fotografiche e scenografiche uniche, sequenze di puro orrore, musica dei Goblin riconoscibile dalla prima nota), sia perché non siamo più abituati a parlare la lingua di genere nel nostro paese.

In più, Guadagnino ha un pedigree davvero strano per affrontare la paura: non basta aver diretto il video Vamos a Bailar di Paola e Chiara per potersi definire regista horror. Eppure il regista palermitano gioca tutti i jolly a sua disposizione per poter sbancare con un remake del quale nessuno sentiva la necessità, giacché il film originale funziona sempre molto bene: attrici internazionali, musica di cantante un poco snob,  frullato di cinema d’autore, easter eggs vari e una voglia matta di non somigliare al film di Dario Argento.

Ho letto molte recensioni di Suspiria 2019 e un’alta percentuale cita Reiner Werner Fassbinder mentre i commenti dei critici social tendono a ridicolizzare l’utente medio di film horror, sbandierando una cultura cinematografica alta rispetto alle bassezze del genere. Quanto odio. Punto primo: nessun dottore, neanche sotto Lega/5 Stelle ordinerebbe mai a un regista di fare un remake di Suspiria e chiamarlo Suspiria se poi non vuole essere paragonato al film Suspiria, perché è lampante che il confronto verrà da sé. Punto secondo: portare un po’ più di rispetto a chi riempirà le sale per vedere il film, in maggioranza il pubblico dell’horror, sarebbe necessario, dal momento che quel pubblico e non i redivivi fan incalliti di Fassbinder farà fare cassa al film. Punto terzo: criticare un film sulla base delle emozioni (o della mancanza di esse) è sacrosanto, un’opera d’arte perturbante deve in primo luogo toccare le corde tese dei nervi, prima ancora di leggerne la spiegazione a tavolino.

Insomma, la pubblicità del film, martellante e sponsorizzatissima, parla di pellicola terrificante, stupenda, implacabile, del film dell’anno, dell’horror più originale dell’anno. Non sarò quindi fuori tema se come prima obiezione porto il fatto che il film non faccia mai paura, neanche per sbaglio. Ci sono un tot di ossa rotte, c’è il montaggio veloce dei sogni inquieti tipo video di Marilyn Manson e la scena del sabba rosso, ma niente che faccia sussultare. Mi direte: l’horror moderno non può più vivere sul jump-scare. Vero. Prendiamo Hereditary di Ari Aster, Mother (ma anche Il cigno nero) di Aronofsky, The Kingdom di Lars Von Trier o Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos: nessun vero salto sulla sedia ma un’angoscia palpabile, che ti visita di notte, quando ti stai per rilassare.

 

Suspiria di Guadagnino sembra girato bene ma scritto male. I riferimenti “alti” sono tutti nella fotografia e nei movimenti di macchina, ma la sceneggiatura di David Kajganich fa acqua da tutte le parti, inserendo quasi forzatamente trame politiche e femminismo d’accatto senza mai arrivare a un dunque soddisfacente. Si parla di streghe, matriarcato, terrorismo, anni di piombo, muro di Berlino, olocausto, evil Flashdance, amish, anticristo, riti pagani, ma alla fine sembra tutto pasticciato.

Dakota Johnson, la nuova Susie Bannion ha una sola espressione: che danzi per evocare i demoni, che ami il sadomaso light nella trilogia 50 sfumature, che scateni un pandemonio grottesco di viscere e budella, la sua espressione sembra sempre quella della tipa che ti ferma per chiederti dove sia il bagno in un bar. In fondo a destra, come sempre.

 

Tilda Swinton, la grande, magnifica Tilda. Brava eh, ma farle fare tre personaggi è esoso tanto più che uno dei tre, il Dr. Klemperer, è talmente poco sviluppato che sembra incollato sopra la trama solo per fare il pippardone su quanto fosse cattivo Hitler. Libro di Jung, parte psicologo ma diventa indagatore, dopo la visita di Chloë Grace Moretz (l’attrice che fa fallire i remake). Alla fine mostra il pene posticcio nel sabba ma poi viene liberato. Ha lo stesso peso di Indiana Jones nel primo film: che ci sia o non ci sia, i fatti si svolgono nella stessa maniera. Dedicargli così tanto minutaggio è assurdo. Stendiamo un velo pietoso su Helena Markos, il terzo personaggio di Tilda: un ibrido tra Jabba the Hutt e Sora Lella, che provoca risate involontarie in sala, proprio nella scena madre. L’unica attrice che porta un po’ d’inquietudine è Mia Goth, già protagonista de La cura del benessere di Gore Verbinski (2016).

 

La musica di Thom Yorke è dolce e insieme dissonante, non sarò certo io a dire che è brutta, però non aiuta il film, in cui sembra appiccicata a forza. Spesso, alcune scene di verve oscura sono stemperate dal velo malinconico-etereo del cantante dei Radiohead.

Gli spiegoni del film sono tutti volti a non creare suspense: dopo i primi 20 minuti, sappiamo già tutto delle streghe, della compagnia di danza che in realtà è una congrega, dei loro riti mediante il ballo etc., ma manca l’anima nera, la passione per l’oscuro. Ci sono strumenti rituali tanto scenografici quanto casuali, manca l’approfondimento viscerale, tutto sbandato su altri percorsi, quelli etico-politici.

 

.Infine, parliamo della scena madre: il sabba rosso, la celebrazione della monoespressione di Dakota, di Malefica Sora Lella e del sangue, annullato dal filtro rosso col quale è girata. Un effettaccio video anni ’80, quello del movimento che lascia la scia, vanifica il potenziale perturbante e neanche la danza forsennata mentre Dakota sventra la gente e neanche il mostro mezzo Samara di The Ring col volto del chitarrista grasso degli Slipknot che esce dalla tomba riesce a incutere soggezione. In sala molti ridevano. Fa pensare a una versione for MTV generation dummies di  Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini.

La visione di Suspiria di Guadagnino lascia l’amaro in bocca per tutto quello che di bello c’è (e ce n’è, a partire dalla fotografia) e per come sia stato sviluppato male. Un po’ Polanski light, un po’ videoclip, un po’ frullato di cinema mitteleuropeo, qualche sprazzo di Pupi Avati inquieto, la suddivisione hipsterissima in atti, la grafica invadente, i riferimenti che più alti non si può. Una Montagna Sacra che ha partorito un topolino. Un film definito sperimentale, che non sperimenta niente che non sia già stato fatto nella storia dell’angoscia filmata, pieno di messaggi etici fin troppo palesi e digressioni poco utili alla trama principale, che mostra tutta la sua debolezza nella scena madre: quell’horror tanto snobbato in tutto il film, alla fine viene palesato rivelando i limiti di Guadagnino, un bravo regista che non sa fare film di genere, e non sono neanche sicuro gli piacciano da morire.

 

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