The Human Voice – Il bigino sulla messa in scena di Almodòvar

Col suo nuovo cortometraggio il regista spagnolo mette in scena la sua personale versione de La Voix Humaine di Jean Cucteau, dirigendo Tilda Swinton in trenta minuti di puro cinema.

Il ritorno sul grande schermo di Pedro Almodòvar è una novità assoluta. Novità assoluta nel percorso artistico del regista spagnolo, per la prima volta fuori dalle frontiere del suo paese, fuori dai suoni della sua lingua, fuori dalla gamma di volti delle sue splendide attrici. Superati i 70 il maestro Pedro ha fatto qualcosa di impensabile, decidendo di regalarci la sua personale trasposizione de La Voix humaine,  storico monologo di Jean Cocteau, con protagonista Tilda Swinton.

Quando un artista – in questo caso due – raggiunge un livello tale di esperienza e maestria da riuscire a lavorare per sintesi senza perdere nulla di quello che lo ha reso grande, sono poche le parole da aggiungere in merito. La parola capolavoro mi fa abbastanza paura, puzza di intoccabilità, ma se i capolavori esistono, The Human Voice ci si avvicina parecchio. La storia della donna lasciata che riceve la telefonata dal suo amante tre giorni dopo la rottura viene trasportata ai giorni nostri. Non c’è la cornetta, e nemmeno una rete telefonica disturbata. La conversazione avviene tramite cellulare e un paio di auricolari bluetooth. Fin dai titoli di testa si comprende che la finzione cinematografica è dichiarata in modo palese. Le lettere del titolo vengono formate accostando strumenti da lavoro -seghetto, cacciavite, e anche l’accetta appena acquistata dalla protagonista -, per dare subito l’idea dell’artigianalità. Un film si fa con oggetti tecnici, soprattutto si gira su un set, molto spesso costruito ad hoc. Anche di questo non viene fatto mai segreto. La conversazione telefonica con l’amante avviene nelle stanze adibite ad appartamento di lusso, con tanto di quadri e oggetti di fine design, ma si spinge fin nel retro delle scenografie, vediamo chiaramente la desolazione delle pareti scure e spoglie dell’hangar dove le riprese stanno avendo luogo.

Un frame dei titoli di testa tratto dall’autore  Un frame dei titoli di testa tratto dall’autore

Tilda Swinton recita in uno stato di grazie attorale fisico oltre che verbale. Scompone i movimenti in gesti definiti chirurgicamente, con cambi di direzione organici ma mai naturalistici. La nevrosi in cui il suo personaggio sta piombando emerge nei primi minuti, quando si avventa con l’accetta sul simulacro del corpo dell’ex amante: il suo abito disposto ordinatamente sul letto. Con questo atto di violenza, quasi un’espiazione rituale di tipo voodoo (fatto di gesti secchi e precisi) presenta lo schema motorio di un personaggio che per la restante durata del film diventerà verbale e verboso. Dopo aver tentato ingenuamente il suicidio ingerendo pastiglie viene svegliata dal cane e dal telefono, il fulcro dell’azione drammatica inizia a srotolarsi in una pioggia di parole, dapprima pacate, dedite nel riportare aneddoti quotidiani, ma sempre più scomposte e disperate, tra confessioni inquietanti e le urla di Tilda, per un amore ormai concluso.

The Human Voice è un film fatto veramente di poche cose, disposte alla perfezione. Un artefatto concreto in cui il corpo di una delle più grandi attrici viventi entra in una perfetta sincronia con la macchina da presa, per l’ennesima volta. Non ci sono smorfie troppo contratte sul suo viso, perché a volte bastano le increspature delle labbra rinsecchite e un leggero accenno di occhiaie per capire l’emotività che si cela dietro una persona. Quando si ha a disposizione un testo del genere – con tutti i rimaneggiamenti del caso – l’unica cosa da fare è posarsi nelle parole, stare nella loro generalità e diventare pura voce, umana in questo caso.

Un frame del film tratto dall’autore  Un frame del film tratto dall’autore

Confrontandosi con la materia teatrale, Almodòvar ritrova la sua consueta maestria nel dar vita agli spazi, ma la amplifica in luoghi potenzialmente inanimati. Il set in cui questa voce umana si dirada è fatto vivere in primis da una squadra di scenografi e tecnici della fotografia che colorano ogni angolo rendendo gli oggetti profondi a tal punto che sembra sempre lo schermo possa bucarsi sotto la loro pressione. Si vengono a creare strane tensioni dense di significato nello sguardo con cui la camera rappresenta il sovrapporsi del corpo di Tilda Swinton con lo spazio circostante. Nel momento prima che l’abito venga colpito “a morte” rimane nell’inquadratura la sola accetta retta dalla mano, ma sullo sfondo campeggia un quadro di Artemisia Gentileschi. Gesto, oggetto e opera d’arte si intrecciano – non solo in questo momento – andando a creare una fitta rete di significati, espliciti o da interpretare. Ad accompagnare questa cavalcata verso il fuoco finale, la colonna sonora di Alberto Iglesias, che segue il susseguirsi della vicenda con la sua ingombrante suite per archi e pianoforte.

Aspettarsi grandi cose da Pedro Almodòvar è ormai la prassi, ma un’opera del genere era difficile anche da immaginare. Al maestro spagnolo sono bastati giusto trenta minuti per scrivere una nuova pagina di grande cinema, complesso, appassionato, intellettuale, pieno zeppo di bellezza, da vedere e rivedere più volte per penetrare del tutto nel significato di ogni momento rappresentato. The Human Voice è un manuale sulla messa in scena.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Alessandro Baronciani Alessandro Baronciani vive a Pesaro e lavora a Milano come Art Director, grafico e illustratore. Ha lavorato per diverse agenzie pubblicitarie come direttore di campagne a cartoni animati. Le sue illustrazioni sono state stampate per molti brand come Martini, Coca Cola, Bacardi, Nestlè, Audi, Poste Italiane e Vodafone. Lavora per libri per bambini pubblicati da Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli, quest’ultima ha anche pubblicato il suo primo libro, Mi ricci!, completamente pensato, scritto e illustrato da lui. Alessandro disegna fumetti. Ha pubblicato 3 libri di fumetti intitolati Una storia a fumetti, Quando tutto diventò blu e Le ragazze dello studio Munari. Per molti anni ha disegnato e pubblicato i suoi fumetti da solo, come un esperimento fai-da-te mai provato prima in Italia: i suoi fumetti venivano spediti in abbonamento e gli abbonati diventano parte delle storie che disegnava. Suona inoltre la chitarra e canta nella punk band di culto Altro. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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