TV e Cinema
di Simone Stefanini 22 Dicembre 2016

Ho guardato The OA e non c’ho capito niente, ma mi sono commosso lo stesso

La chiamano sospensione dell’incredulità, per me è la trama tirata coi dadi, ma alla fine torna tutto e si aprono le fontane

 

ATTENZIONE: CI SONO UN PO’ DI SPOILER SU THE OA

Ho fatto la maratona The OA, l’ultimo trip firmato Netflix e sono arrivato alla fine capendoci poco più di niente, per poi commuovermi come un coglione sui titoli di coda. Non giudicatemi, se avete fatto la stessa cosa, condividerete di sicuro il mio stesso stato d’animo nonostante possiate pralinarlo con discorsi analitici ed efficaci tipo l’abusata formula sospensione dell’incredulità, che si usa quando la trama è assolutamente tirata coi dadi però non è il caso di stare a fargli la punta, tanto alla fine funziona lo stesso.

The OA, giusto per fare un riepilogone, è una serie entrata in catalogo Netflix il 16 dicembre, tutta intera da guardare in binge watching nelle sue 8 puntate che durano un po’ come gli pare, alcune un’ora, altre mezz’ora, il cui pilot ha i titoli di testa verso il 50° minuto, giusto per confondere lo spettatore fin da subito.

 

 

Alcuni amici che non hanno ancora visto nulla mi hanno fatto la canonica domanda Di cosa parla? e stavolta la sinossi è proprio un casino. Cioè, possiamo dire che Westworld sia un parco in cui ci stanno i robot cowboy che poi si ribellano, possiamo dire che Stranger Things è una serie tipo Goonies che incontra X Files, possiamo descrivere Game of Thrones come un fantasy con gli zombie e la gente che scopa, ma The OA come lo riassumi in due parole?

Anche se dicessi una ragazza ex cieca racconta una storia assurda che può essere vera come no, ma tanto risolve tutto col teatrodanza, voi la guardereste? Io penserei a un documentario universitario fricchettone dei primi del 2000 e invece è una serie tv che da ultimo ti fa salire un’ansia rara, poi ti imbarazza e poi ti fa scendere la lacrimuccia e maledici te stesso per essere caduto nel gioco del maschio mestruato che piange anche quando non c’ha capito un cazzo.

Capito questo, non sto a parlarvi approfonditamente della trama: se l’avete vista, la sapete, altrimenti è tutto uno spoiler e poi mi trattate male nei commenti. Inizia con una bionda che si vola da un ponte, poi torna a casa ed era cieca ma ora ci vede ed era scomparsa da 7 anni e non aveva mai visto i suoi genitori in faccia. Bene, solo nei primi 15 minuti ci sono più idee di un paio di stagioni di Lost, ma poi la cosa si fa talmente assurda che sono stato sul divano a ripetere Boh almeno cento volte, mentre mi avvalevo dell’astuta funzione salta titoli di coda per guardare più velocemente la puntata successiva.

 

 

Cose salienti:

1) Un gruppo eterogeneo di sfigati (trans teenager, professoressa vecchia, bullo, nerd con famiglia coi problemi, tipo abbastanza regolare ma sovrappeso coi capelli dei Creedence Clearwater Revival) che si incontra tutte le notti per ascoltare la storia della protagonista.

2) Un altro gruppo di sfigati (un bravo ragazzo, un punkabbestia, una alternativa che vive il suo tempo, un altro paio di persone che vanno e vengono) che si trova imprigionato in una gabbia di vetro per esperimenti sulle doti sviluppate dopo le esperienze pre morte per mano di un dottore sadico e pazzo.

3) La ragazza protagonista che ha almeno due vite, ma forse mille. Russa cieca che cerca suo padre, americana cieca, americana che ci vede, violinista alla stazione del metro, imprigionata, cazzara, il primo angelo, disturbata di mente, campionessa di yoga.

Da corollario, una serie di avvenimenti talmente sopra le righe che in confronto quando a Magnolia di PT Anderson piovono le rane ti giri e dici “Beh? Da voi non è mai successo? Qui a maggio tutti gli anni”.

 

 

L’abnegazione degli esperimenti pazzi ricorda il sottovalutato film di Wim Wenders Fino alla fine del mondo, mentre i buchi di sceneggiatura e i plot twist quasi gratuiti sono figli della scrittura di Brit Marling, che ha co-sceneggiato insieme al fidanzato del tempo  Mark Cahill il bellissimo Another Earth, che ha avuto la sfiga di uscire vicino a Melanchólia di Lars von Trier e di condividerne parte della trama. Brit, giusto per essere l’eroina dell’assurdo ha anche recitato in I, Origins, sempre di Cahill, un film di quelli che ogni colpo di scena è più grande del precedente e alla fine ti può scoppiare il cuore.

L’altro autore di The OA è Zal Batmanglij, fratello di un ex membro dei Vampire Weekend e regista di Sound of My Voice e The East sempre scritti con la Marling. Un duo affiatato che riesce a volare talmente in alto con la fantasia, con il realismo magico, con la disperazione, con  il mix tra religioni e filosofie spicciole che ti viene da abbracciarli e insieme mandarli a quel paese. Eppure, sia per i loro film che per questa serie, si resta lì a guardare come riusciranno a far tornare tutto un’altra volta, a costruire un Universo che sta in piedi sui bicchieri di cristallo e che ospita un sacco di persone, senza crollare dopo primo passo. Brit e Zal ce l’hanno fatta e tanti complimenti a Netflix per aver avuto il coraggio di rischiare duro.

 

 

Raccomandazione: visto che è una scimmia niente male, abbiate il rispetto per voi stessi di guardarlo in lingua originale, perchè OA significa Original Angel e in italiano è stato tradotto con PA (Primo Angelo, se ho capito bene) che ti fa salire un nervoso che poi non dormi nemmeno con lo Xanax. Amici direttori del doppiaggio, non muore nessuno se lasciate intatti alcuni punti salienti della comunicazione. Avete già chiamato Ellie (Eleven) Undi (Undici), giusto per rovinare Stranger Things a quelli che amano le robe doppiate, c’è bisogno addirittura di tradurre l’acronimo che dà il titolo alla serie, così da non far capire al pubblico già confuso, neanche i fondamentali? Per voi, solo walk of shame.

 

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